Il primo grande “disco fatto coi dischi”

Venticinque anni fa in questi giorni uscì “Blue Lines” dei Massive Attack, che oltre a essere il primo album della lunga carriera del gruppo di Bristol è uno dei dischi più importanti della storia della musica britannica degli ultimi trent’anni.
“Blue Lines” non è un’opera importante solo perché è straordinariamente bella e suona tuttora attuale: è un disco fondamentale perché ha portato al successo un modo completamente nuovo di “fare” la musica (notate: non ho scritto “suonare”) e di intendere il ruolo del musicista.

È il primo disco realmente postmoderno al di fuori dai circuiti dell’avanguardia, delle provocazioni e delle sperimentazioni. Si tratta del primo album di successo fatto quasi esclusivamente di musica altrui opportunamente rimasticata, tagliata e incollata, rielaborata e proposta in contesti nuovi.

Certo, prima di “Blue Lines” ci sono stati altri “dischi fatti coi dischi”, alcuni assolutamente meritevoli come “Paul’s Boutique” dei Beastie Boys (in cui i tre newyorkesi campionano mezzo catalogo della Blue Note e pure i Led Zeppelin) o i primi album dei KLF, che sull’arte di scalare le classifiche, hackerando il sistema-musica, rubando groove qua e là, hanno costruito non solo una carriera, ma addirittura una teoria che è diventata un vero e proprio manuale per musicisti.

“Blue Lines”, però, porta a compimento le intuizioni di molti pionieri dell’hip hop e di provocatori di talento, creando 9 tracce credibili, coese, belle al di là del loro valore sperimentale.
Insomma, un disco di “nativi postmoderni”, venuto naturalmente fuori così, senza troppa teoria.
Dopo questo disco, la musica non è stata più la stessa. Per fortuna

I bassifondi della Napoli britannica
Per entrare in sintonia con “Blue Lines” bisogna capire Bristol.
Bristol, per noi italiani, è una città relativamente poco nota. Non è colpa nostra: salvo casi isolati, l’esperienza iniziale del Regno Unito fatta da molti di noi si limita a quelle vacanze-studio in college o in famiglia, in cui di solito si finisce a fare danni e a consumare i soldi di famiglia in stravizi nei pub di Londra, Oxford o Cambridge.

A Bristol di solito non si va. Eppure è una città interessante, contando che è il posto più etnicamente “diverso” del Regno Unito.
Per molti è la Napoli britannica: una città antichissima, meta di immigrazioni (al plurale), spesso in crisi e ben poco gentrificata. È sicuramente un posto che ha un’anima. Forse più di una.
Se però Napoli è il paese d’ ‘o sole, che coltiva tra le tante cose una cultura musicale particolarmente vivace e allegra, Bristol ha una vena oscura che parte dalle sottoculture e raggiunge il mainstream, influenzando le arti visive e la musica. Sarà il clima, sarà la disoccupazione, sarà la saudade degli immigrati, ma da sempre Bristol è una città dark.

Nei tardi anni Ottanta è anche una città dove si balla tantissimo. Mentre a Londra impazza la seconda Summer Of Love, quella dell’acid house, dei rave e dell’ecstasy, a Bristol si ballano cose più black: è una città etnicamente più “nera” di Londra, ha una nutrita comunità di jamaicani ed è più attenta ai suoni che provengono da oltreoceano: reggae, hip hop, soul.

Sono i generi che, pochi anni prima, suonava il Wild Bunch: un collettivo di dj e musicisti noto per i suoi party epici a Bristol e dintorni in cui si mescolavano senza alcun problema generi diversi, spaziando dall’hip hop al post-punk. Nelle loro serate, un pubblico variegato che mixava redskin, rottami new romantic, jamaicani coi dreadlock, post punk, b-boy e qualche nostalgico della disco e del northern soul, ballava tranquillo, senza sudare troppo. Insomma, erano serate più da marijuana che da ecstasy. Tutto andava decisamente più piano, con un po’ più di “anima” pensosa, rispetto all’euforia chimica di Londra o Manchester.

Il mucchio selvaggio e la svedese della Sierra Leone
Di norma i “supergruppi”, tipo i Traveling Wilburys, si formano “a valle”, cioè dopo che i singoli componenti sono diventati famosi come solisti o come altri gruppi.
Il Wild Bunch, invece, è un supergruppo a monte, che ha prodotto qualche raro singolo, ma che esisteva prevalentemente come live set.
Tutti i suoi componenti hanno avuto successo dopo l’esperienza insieme, a partire da Nellee Hooper, che oltre a essere stato membro dei Soul 2 Soul, negli anni seguenti ha prodotto e arrangiato musica per gente come Bjork, Madonna e gli U2. Gli altri 4 erano i 3 Massive Attack e Tricky, che per un bel po’ è stato considerato il quarto componente del gruppo.

I tre uomini che formano i Massive Attack nel 1989 sono l’esatto ritratto delle inquietudini musicali, etniche e umane di Bristol.
Daddy G: è un giamaicano di seconda generazione, nero nero, con un vocione profondo e la faccia da padre di famiglia. È l’anima reggae del gruppo.
Mushroom: è l’ideologo black del trio: patito di hip hop, soul, R&B e tutto quello che ha groove. È anche il dj ufficiale del gruppo, addetto a tutti i virtuosismi col vinile, unico strumento che “suona”.
Robert “3D” Del Naja è quello che stona nella foto: bianco, pallidino, coi capelli rossi, mezzo inglese e mezzo italiano, anzi mezzo napoletano (e tifosissimo del Napoli: se vi siete meravigliati della cover di “Karmacoma” fatta dagli Almamegretta, eccone spiegata la ragione). È l’artista visual del gruppo: è un affermato graffitaro, proviene dalla scena punk ma ha perso la testa per l’hip hop, ha un passato da militante politico e ama le atmosfere dark.

In una città diversa da Bristol, tre persone così diverse dal punto di vista umano e culturale non si sarebbero mai nemmeno incontrate, se non durante una rapina.
In quella città, invece, complici le piste da ballo, i tre non solo si conoscono e diventano amici, ma si mettono suonare insieme, prima come dj e poi come musicisti/produttori.

Dal dancefloor allo studio di registrazione il passo è breve. Ma prima di registrare il proprio album, i tizi che non si chiamano più Wild Bunch e non si chiamano ancora Massive Attack partecipano alla produzione – e Daddy G come coautore – di nientemeno che “Manchild” di Neneh Cherry. Quest’ultima, essendo a sua volta un mix particolarmente disordinato di etnie, influenze e culture (tecnicamente è sierraleonese-svedese di lingua inglese e ha vissuto in giro per il mondo per buona parte della sua vita) non poteva che stabilirsi a Bristol in quegli anni: il posto più meticcio d’Occidente.

Ecco, “Manchild” è la perfetta prova generale dei Massive Attack (molti, credo a ragione, lo considerano il loro primo brano), prima del loro debutto: struttura hip hop ma base sintetica, intere parti rappate, un ritornello pieno di soul e un testo non scontato, che parla di maschi anaffettivi, di amori che funzionano male e di necessità di aprirsi di più. Il tutto nel 1989, quando in classifica da noi spopolava la Lambada e Francesco Salvi piazzava due singoli in top ten.

 

Tutto si remixa, nulla si distrugge
Blue Lines nasce proprio per insistenza di Neneh Cherry, che trascina il trio di suoi amici in studio, risvegliandoli dalla loro apatia da fumatori incalliti e gli fa pure da corista nella finale “Hymn Of The Big Wheel”.

Le ragioni per cui “Blue Lines” è un album unico e importante sono infinite, ma ce n’è una che è fondamentale: è il primo disco che parte dall’assunto che nessuno può più inventare niente, che tutto è già stato detto e fatto da qualcuno prima di noi e la massima libertà artistica che ci si può prendere è elaborare la cultura già prodotta, trasformarla.
Faccio un po’ di cruda ragioneria. Tra i 9 pezzi che compongono uno dei dischi considerati più importanti negli ultimi 30 anni ci sono 2 cover, 4 “karaoke” su brani altrui, di cui uno rappato (mi spiego meglio dopo) e giusto 3 brani che potremmo considerare effettivamente “originali”, nonostante siano anch’essi pieni di campionamenti presi qua e là.

Fateci caso: i Massive Attack sono, in senso classico, un gruppo di non-musicisti. Nessuno dei tre è particolarmente bravo a suonare uno strumento musicale che non sia un giradischi, un microfono e un sequencer con cui mettere in ordine campionamenti e beat. Le rare foto di studio dell’epoca li ritraggono stravaccati in poltrona, con una drum machine, un campionatore o una Roland TB-303 sulle ginocchia, qualche cavo, un mixer e posaceneri che traboccano di mozziconi e pezzi di cartine. Loro non suonano, nel senso tradizionale del termine: remixano, ri-inventano, creano qualcosa partendo da qualcos’altro.

Perfino la copertina del disco – opera di 3D – è il remix di un disco altrui, per la precisione “Inflammable Material”, l’album di debutto degli Stiff Little Fingers, gruppo punk britannico di frontiera, negli anni difficili dell’Irlanda del Nord.

In un contesto artistico, culturale ed esistenziale in cui tutto si mescola, il concetto di originalità non ha a che fare con la produzione di materiale originale: è cultura – ed è nuova cultura – anche solo una visione diversa su ciò che c’era prima, un remix, un ritocco, una riproposizione intelligente e non passiva.
Ecco, se c’è una data in cui si può iniziare a dire davvero “Potere al dj” è l’8 aprile 1991, giorno in cui Blue Lines arriva nei negozi e sorprende tutti. Perché è un mix senza edulcorazioni, eufemismi e compromessi dei gusti e delle identità dei tre componenti del gruppo e dello spirito di una città orgogliosamente pasticciata.

Più di tutto si sentono le influenze reggae, non fosse altro perché in quasi la metà dei pezzi dell’album canta Horace Andy, vecchia gloria del roots reggae jamaicano (classe 1951), ignota al di fuori dei circoli di appassionati. Insomma, un rastafariano trasferitosi nel Connecticut, coi dreadlock già grigi, ispirato, polemico, religiosissimo e pure (come buona parte dei rastafariani) omofobo.
Non si sa come, ma il sodalizio dei Massive Attack con questo alieno un po’ bigotto che ha vent’anni più di loro funziona alla perfezione tuttora, al punto che lui stesso, oltre a fare il mattatore sul palco durante i tour, ha firmato come autore un bel po’ delle canzoni importanti del gruppo, nel corso della sua storia, su tutte “Angel” e “Spying Glass”, che poi sono sue due canzoni reggae vecchie di trent’anni, riadattate.

In Blue Lines è difficile che una nota sia suonata da qualcosa di diverso da un giradischi o un campionatore. La traccia di apertura “Safe from Harm”, per esempio, non è altro che un karaoke di Shara Nelson – grande voce che avrebbe meritato di più, proveniente anche lei dal “giro” del Wild Bunch – sulle prime battute di “Stratus” di Billy Cobham.

Provate a pensarla a freddo: una vocalist soul britannica che canta un testo sull’insicurezza metropolitana su una base jazz-fusion di quasi vent’anni prima, interrotta solo dai membri del gruppo che rappano frasi da bullo di strada appassionato di enigmistica, come l’ormai proverbiale: “I was lookin’ back to see if you were lookin’ back at me to see me lookin’ back at you”.

Sulla carta non funziona: sembra un pandoro coi crauti, cioè l’unione di due cose autonomamente buone ma impensabili insieme. Invece è il cacio con le pere. Una delizia improbabile, che piace a tutti. Si fa perfino ballare nei locali londinesi, complice un remix di Paul Oakenfold e Steve Osborne che ne raddoppia la durata e ne alza un po’ (ma non troppo) i BPM.

Succede lo stesso con “Lately”, in cui sempre Shara Nelson canta sul loop introduttivo di “Mellow Mellow (Right On)” di (Simon) Lowrell, vecchio cantante soul di Chicago noto prevalentemente per il fatto di incidere per la stessa etichetta di Liberace e – con minore sfacciataggine – con “Unfinished Sympathy”, il capolavoro.

 

Unfinished Bittersweet Sympathy (eh?)
“Unfinished Sympathy” è forse il pezzo più famoso di tutto il disco ed è considerata da molti, me incluso, una delle canzoni più belle di sempre.

Come gran parte dei pezzi di Massive Attack è un brano disfunzionale.
Ha un titolo demenziale (un gioco di parole sull’ottava sinfonia di Schubert, notoriamente incompiuta), non ha una linea di basso, non ha un vero e proprio ritornello, non ha una fine e si basa interamente su un loop fastidiosissimo in cui sembra che qualcuno strimpelli una melodia ossessiva su dei bicchieri mentre si ripete senza fine un campionamento di un disco della Mahavishnu Orchestra (di nuovo i suoni jazz fusion) in cui una voce in falsetto canta un odioso “hey, hey, hey, hey”. Ci sono tutte le premesse per un disastro. E invece funziona.

E lo fa in modo straordinario, anche grazie al suono di un’intera orchestra d’archi – registrata ad Abbey Road – che accompagna il brano e, quando sembra che la canzone stia per finire, prende l’iniziativa e continua il suo percorso sonoro per 2 minuti abbondanti.
Sembra la negazione del pop e forse lo è, ma nonostante la sua durata, nonostante il testo (come sempre tristissimo) che parla di un amore irrealizzato, il pezzo vende, arriva addirittura al numero 1 tra i singoli in Olanda e fa conoscere a tutta Europa il caldissimo soul preso male dei Massive Attack.

Buona parte del merito del successo di “Unfinished Sympathy” è dovuta al suo video. In quegli anni MTV trasmetteva ancora videoclip (lo so che è una precisazione stupida, ma è colpa di MTV!) e influenzava in modo enorme i gusti musicali della generazione dei “nativi videomusicali”. E il video di “Unfinished Sympathy” è tra quelli che non si dimentica.

Se nella seconda metà degli anni Novanta vi siete innamorati di “Bittersweet Symphony” dei Verve (tra l’altro un altro pezzo che è un karaoke su un brano altrui, anzi sulla versione orchestrale di un brano altrui, ma questa è un’altra storia) e del video in cui Richard Ashcroft procede indomito sul marciapiede cantando la sua canzone totalmente incurante della gente che gli sta intorno, limitandosi a qualche spallata, non potrete che volere bene al modello a cui si è ispirato.

Sì, perché il video di Unfinished Sympathy non fa altro che seguire con un falso piano-sequenza unico (molti anni prima di Iñárritu) Shara Nelson che si fa largo sul marciapiede di una strada problematica di Los Angeles, frequentata da gente bruttissima e bizzarra (tra cui un ciccione vestito da pellerossa, due anziani che limonano duro e un tizio senza gambe che si muove seduto su uno skateboard azionato a braccia), oltre ai componenti stessi dei Massive Attack, che – mescolati tra la folla – la seguono a debita distanza.
È bellissimo, ha ritmo, non ha senso, non c’entra nulla con la canzone e resta uno dei prodotti più memorabili della stagione dei videoclip.

 

Che suono fa l’irriverenza?
Come molta arte postmoderna, Blue Lines non solo è fedele al motto “non si butta via niente”, ma trova bellezza negli oggetti culturali dimenticati, riempiendoli di senso e di valore. È il caso di “Be Thankful for What You’ve Got”, successo R&B degli anni Settanta, riproposto sotto forma di cover quasi identica all’originale (falsetto alla Curtis Mayfield incluso), in cui l’atmosfera vintage è violata da scratch improvvisi. Il brano è accompagnato da un videoclip che mostra uno strip-tease un po’ tristanzuolo e che ovviamente è stato bandito per anni da tutte le tv britanniche.

Anche i tanti campionamenti che di fatto costituiscono buona parte delle parti “suonate” del disco non sono altro che recuperi sonori, presi dalla memoria, dalle esplorazioni, dai deliri musicali dei tre componenti del gruppo e spesso proposti in modo irriverente, accostando grandi classici a perfetti sconosciuti o prendendo suoni noti e proponendoli completamente fuori contesto.

Tutta “Five Man Army”, per esempio, è costruita su un giro di batteria di un pezzo di Al Green (anzi, del reverendo Al Green, come lo ha giustamente chiamato Obama). Non si sa come, ma i Massive Attack sono riusciti a vedere in quel loop che apre un classico R&B particolarmente mugolante la base di un pezzo reggae duro e puro, su cui, verso la fine del brano, Horace Andy accenna metà della sua discografia da solista, tanto vale tutto.

Accade lo stesso a “One Love”, reggae astratto in cui Horace Andy canta le gioie della monogamia, (altro che rock’n’roll!). Il pezzo è interamente basato su un campionamento di tastiera della Mahavishnu Orchestra a cui si contrappone l’intro potentissimo di ottoni di “Ike’s Mood I” di Isaac Hayes, usato come curioso intermezzo. Difficile pensare a un accostamento più ardito.

 

The sound of Banksy
Se notate, fino a qui non ho menzionato la locuzione “trip-hop”, genere di cui i Massive Attack sono considerati i fondatori.
È vero che da Blue Lines in poi un bel po’ di musicisti, curiosamente molti di Bristol e dintorni, hanno avuto successo proponendo musica downtempo, spesso vicina alla dj-culture, con testi non esattamente allegri. Tra questi, i Portishead e Tricky hanno brillato di luce propria, con una qualità artistica comparabile coi Massive Attack e un’identità musicale che va oltre i confini di un singolo genere.
Altrove, il sound ha definito un genere musicale che, col passare degli anni, è diventato sempre più di maniera, passando dai bassifondi della costa occidentale britannica alle pubblicità patinate e alle compilation per fighetti.

I Massive Attack, però, sono sempre stati qualcosa di più dell’esito sonoro più formale della loro musica. La loro unicità è innanzitutto di processo: Blue Lines è “un disco fatto di dischi”, da gente che è più brava ad ascoltare e riprodurre la musica che a suonarla.
È qualcosa in più del taglia & cuci, erede dell’estetica do-it-yourself del punk e del primo hip hop.
È un “taglia-ripensa-& cuci”, semmai, che prende la cultura preesistente, magari quella avanzata da qualche parte, la trasforma, la ricombina in modo inusuale e ispirato, le dà un nuovo contesto e la rinnova, con un senso inedito.

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Dovendo fare un paragone artistico, i Massive Attack sono la versione sonora di Banksy, uno che ama giocare con l’immaginario iconico preesistente, rielaborarlo con uno humour dark e proporlo in un nuovo contesto, spesso paradossale o irriverente. Insomma, la sua è un’arte che remixa il già visto, lo mette “altrove” e lo riempie di nuovo senso.

Traslate il concetto dai muri alle vostre orecchie e i remix visivi ricontestualizzati di Banksy diventano i remix sonori ricontestualizzati dei Massive Attack.
Non è un caso che Banksy stesso, sempre che si tratti di lui e non di un impostore, non solo è di Bristol come i Massive Attack, ma citi il gruppo e i graffiti di 3D come una delle influenze più forti nella sua formazione: il metodo artistico è lo stesso. E anche il risultato: una forma del bello che ci inquieta perché dà nuova voce a frammenti della nostra cultura che credevamo familiari. E non lo sono più.

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