Il turismo responsabile (almeno lui)

Quest’anno ho collaborato all’organizzazione della tappa pavese di IT.A.CA’, Festival del Turismo Responsabile che, partito dieci anni fa da Bologna, non si è più fermato, snodando ogni anno tante tappe in molte città italiane. Ma che cos’è il turismo responsabile e soprattutto a che cosa serve un festival?

Secondo la definizione adottata nel 2005 da AITR (Associazione Italiana per il Turismo Responsabile), il “turismo responsabile è il turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture. Il turismo responsabile riconosce la centralità della comunità locale ospitante e il suo diritto ad essere protagonista nello sviluppo turistico sostenibile e socialmente responsabile del proprio territorio. Opera favorendo la positiva interazione tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori.”

La centralità della comunità locale è proprio il fattore che molto spesso è mancato e ancora manca, in Italia come altrove, quando un territorio è interessato dallo sviluppo turistico; questa assenza è stata spesso determinata dalla convinzione che il turismo potesse essere demandato esclusivamente agli operatori economici, all’iniziativa privata, al mercato e, da ultimo, alla sharing economy.

Si è ormai capito da tempo che l’iniziativa privata non può essere lasciata sola, o perché è troppo debole o perché, al contrario, quando trova una risposta entusiasta nel mercato del turismo di massa, rischia di far sì che le destinazioni turistiche si ritrovino sommerse da orde di escursionisti della domenica, dalla mala movida, dal villettame devastante delle seconde case o, al contrario, dalla tensione abitativa nelle città d’arte, dove gli alloggi vengono sottratti alla locazione residenziale per essere offerti sul mercato degli affitti brevi.

Il turismo responsabile, a volerla dire tutta, è ancora più difficile da perseguire di quello sostenibile, perché non può partire dal lato della domanda, ma deve essere perseguito dal lato dell’offerta, dove le sinergie tra settore economico, no profit e istituzioni, sono imprescindibili e non si ottengono in pochi mesi.

E allora a che serve un festival del turismo responsabile? È utile non solo a promuovere le specificità e i vantaggi del turismo responsabile (che è poi ciò che viene restituito all’esterno e al pubblico) ma anche e soprattutto a creare le condizioni perché operatori economici e no profit collaborino a realizzare progetti e comporre un calendario che inviti alla scoperta di “luoghi e culture attraverso itinerari a piedi e a pedali, workshop, seminari, laboratori, mostre, concerti, documentari, libri e degustazioni… coniugando la sostenibilità del turismo con il benessere dei cittadini” come recita il motto di IT.A.CA’. Dal Salento al Monferrato, da Pavia a Ferrara passando per i Monti Dauni e il Salento, IT.A.CA’ potrebbe apparire solo come una lodevole iniziativa; invece è, al pari di altre, un contenitore protettivo, un laboratorio dove sperimentare e proporre nuove esperienze. Queste ultime a volte diventano veri e propri prodotti turistici, come il Migrantour, un tour interculturale per le vie delle città alla scoperta delle tante culture che le animano, spesso all’insaputa l’una dell’altra e di chi ci è nato e che ormai è presente in molte città italiane ed europee. E un festival del genere è anche l’occasione per organizzare momenti di riflessioni e confronti a viso aperto sullo sviluppo turistico o workshop come il nostro “Il Dono dell’Ospitalità” organizzato per capire come offrire al meglio gli alloggi nel mercato degli affitti brevi e qual è l’impatto di questa offerta, che non va mai sottovalutata.

Questa della sharing economy è infatti un bell’esempio di eterogenesi dei fini in campo turistico: abbiamo passato l’ultimo decennio a scartare – molto spesso assai correttamente – l’ipotesi di consumare suolo per costruire nuovi alberghi auspicando al loro posto la nascita di un’ospitalità diffusa. Peccato che quando questa è davvero arrivata, si sia dimostrata subito dirompente, sottraendo troppi alloggi al mercato residenziale, inflazionandolo, e sottoponendo quartieri e città alle inevitabili tensioni dei flussi turistici non gestiti. In questo quadro, ancora una volta non si può prescindere dal ruolo delle istituzioni che insieme a profit e no profit sono chiamate ad una gestione dei flussi combinata con quella di progetti integrati per offrire ai territori e alle comunità che li animano di aprirsi ad uno sviluppo turistico sostenibile e, finalmente, responsabile. Una missione quasi impossibile, nell’attuale quadro economico e di governo.

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