Tutti ancora ascoltano la radio

L’Unesco ha proclamato il 13 febbraio il #WorldRadioDay, la Giornata Mondiale della Radio, la festa delle radio di tutto il mondo, con più di 500 eventi in più di 100 Paesi. Non è banale ricordare l’importanza della radio perché spesso ci dimentichiamo che è il mass media più utilizzato al mondo: in una settimana raggiunge il 94% degli adulti americani e nel 2016 sono state molte di più le persone che hanno acceso la radio di quante abbiano guardato la tv. Certo, una radio costa molto meno di un televisore e questo nelle zone più povere del pianeta fa la differenza, ma se consideriamo che sono più di 800 milioni le radio nei paesi in via di sviluppo, allora è facile comprendere quanto la radio svolga un ruolo d’informazione e cultura fondamentale per le popolazioni locali e per paesi interi, visto che 3,9 miliardi di persone ancora non hanno accesso a internet.

Nella parte più connessa del pianeta le cose invece stanno cambiando parecchio nel modo, nella diffusione e nella sostanza, già da un po’, ma non troppo velocemente. Per quanto riguarda il modo, la Norvegia è stata la prima nazione ad abbandonare l’analogico per il digitale: l’11 gennaio alle 11.11 ha iniziato a dismettere le trasmissioni in AM/FM per passare completamente entro la fine del 2017 al Dab (Digital Audio Broadcasting). Tra le ragioni principali, come spiegato da Nova Sole24ore, ci sono la migliore qualità del suono trasmesso e i minori costi di gestione, oltre alla conformazione orografica del territorio norvegese che complicava assai la trasmissione e la ricezione. Altri paesi ci stanno pensando come Il Post ha raccontato il 10 gennaio scorso.

Se accantoniamo per un attimo tutto l’universo della Musica con la M maiuscola e pensiamo al web, pensiamo a contenuti scritti o visivi, molto meno a quelli audio. La tecnologia digitale offre invece l’opportunità di produrre contenuti originali a basso costo, un po’ come capitava con le radio libere degli anni ’80, e che spesso vengono diffusi gratuitamente: ci sono innumerevoli piattaforme che consentono a milioni di artisti di auto prodursi e promuoversi, così come è aumentata a dismisura l’offerta di audio libri, radio, mixtape e tutto l’universo dei podcast (cui dedicherò un post ad hoc).

Ma qual è il consumo di questa offerta audio digitale? Mentre è difficile trovare statistiche specifiche sui consumi audio digitali in Italia (il Censis ha pubblicato per il 2015 un’analisi dell’Economia della disintermediazione digitale). Edison Research (che fornisce in esclusiva dal 2003 gli exit poll ai principali network statunitensi e annovera tra i suoi clienti Google e MTV, Sony Music e Disney) pubblica ogni anno The Infinite Dial, un report che fotografa i consumi audio negli USA. Nell’edizione del 2016 (a marzo sarà pubblicato quello del 2017) si stima che in media il 57% della popolazione, ossia 155 milioni di americani, ascolta ogni mese le radio online (e di questi il 76% possiede uno smartphone); in particolare, a farlo è il 79% dei giovani tra i 12 e i 24 anni e il 65% degli adulti tra i 25 e i 54 anni, mentre solo il 31% degli over 55 consuma contenuti audio digitali.
Video killed the radio star, cantavano i Buggles nel 1980: a guardare questi numeri ora nel 2017, non si direbbe affatto. Tanti auguri, radio.

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