Prendiamo il vino troppo sul serio

La Social Media Week che si è svolta a Milano dal 6 al 10 giugno ha dedicato molto spazio al tema del vino. Dai confronti tra piccoli e grandi produttori, consorzi, blogger, giornalisti, scrittori, cuochi, ristoratori, creativi e PR ho capito una cosa: in Italia abbiamo paura del vino (lato social, mica quando dobbiamo stapparlo).
Le verdure coltivate sul balcone, i pomodori della zia, i piatti della mamma, i nostri esperimenti culinari e i festeggiamenti al ristorante: tutto è buono per essere fotografato, pubblicato e raccontato su Twitter, Facebook e Instagram in una continua invasione pantagruelica degli schermi altrui, che ci ricambiano senza sosta il favore.
Col vino invece temiamo di fare la figura di chi non ci capisce un tubo; invece di raccontare quanto è buono quello che stiamo bevendo, fotografiamo la bottiglia prima ancora di stapparla, senza recensirla o quasi. Lo prendiamo troppo sul serio e infatti chi twitta è molto spesso qualcuno del settore o gli amanti del vino incalliti; ai tanti intimoriti spesso si contrappongono i pochi “so tutto io” che, forti anche di un solo corso da sommelier, sentenziano sulle bacheche altrui e magari dispensando pareri solo sulle grandi etichette, senza approfondire il discorso sulle altre migliaia che il nostro paese offre.

L’Italia è uno dei primi produttori di vino al mondo, è un Paese di allenatori, agenti di viaggio e cuochi ma è in soggezione di fronte al vino. Il problema non è da poco, perché gli americani e gli altri europei che chiacchierano di vino con disinvoltura e curiosità presentano risultati dell’e-commerce ben diversi dai nostri: in Italia il volume delle vendite online è pari a ventiquattro milioni di euro, lo 0,7% del mercato, in Germania sono al 5%, in Usa e Gran Bretagna al 10%. E il loro chiacchiericcio sui social, anche su quelli dedicati come Vivino (diciotto milioni di iscritti nel mondo) produce analisi di mercato molto preziose per tutta la filiera produttiva del vino.
Se da un lato i consumatori non raccontano il vino, dall’altro i produttori lo fanno, ma non per venderlo: guai a loro se si azzardano, i venditori sono visti malissimo, peggio della Prinz verde negli anni Ottanta. Non si deve vendere niente a nessuno, la vendita non è l’obiettivo ma la conseguenza di un corretto posizionamento sui social.
La presenza online obbliga le aziende a un’attenta riflessione su se stesse e a un impegno costante e quotidiano, dalle ricadute economiche poco misurabili, che produce frutti dopo anni, come le vigne. Se ben fatto però, le persone vorranno saperne sempre di più sull’azienda, le sue tecniche di vinificazione e conservazione, le sue etichette e il suo territorio. Alla fine, vorranno acquistare le sue bottiglie, magari dopo aver visitato la cantina, la vigna e il territorio.

Le grandi etichette francesi (banalmente: Champagne, Bordeaux) sono presenti sui social con immagine e comunicazione ben definite; la produzione italiana non deve seguire quell’esempio ma tracciare un suo itinerario di sviluppo lungo i tantissimi piccoli marchi di qualità, in grado di esaltare i loro territori che sono ancora autentici, non toccati dal turismo di massa (e non in grado di accoglierlo, per fortuna) per sviluppare – oltre ad aumentare le vendite – anche l’e-commerce e un enoturismo lento e di scoperta. Il lavoro è ancora molto lungo e complesso, occorre lavorare sui marchi, le etichette, il packaging e molto altro per avere l’immagine più fresca e contemporanea che il mercato internazionale richiede.

Una mano però possiamo dargliela anche noi, smarcando l’atteggiamento snob di alcuni e quello impaurito di altri, recuperando la parte conviviale e sociale del racconto del vino: moderiamoci nel berlo, ma non nel raccontarlo.










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