Sulla storia della settimana lavorativa da 4 giorni

Negli ultimi giorni in Italia e in Europa si è discusso molto della notizia secondo la quale la nuova prima ministra finlandese Sanna Marin avrebbe proposto di introdurre un orario lavorativo ridotto nel paese: sei ore di lavoro per 4 giorni a settimana. La notizia è falsa, come abbiamo raccontato sul Post. Marin aveva fatto la proposta l’estate scorsa, prima di diventare leader del partito e prima di andare al governo, durante le celebrazioni per il 120esimo anniversario dalla fondazione del partito, e l’aveva descritta non come un obiettivo concreto nel breve termine, ma come un orizzonte al quale il partito avrebbe dovuto tendere.

A diffondere la notizia falsa è stato uno sconosciuto sito basato a Bruxelles, che l’ha riportata come un punto del programma del nuovo governo, ed è stata in breve ripresa in tutto il mondo, anche da testate blasonate, come il britannico Guardian. In Italia la prima a riprenderla è stata Repubblica, racconta il sito di factchecking Pagella Politica, seguita poi da quasi tutti gli altri. Ieri il governo finlandese ha ufficialmente smentito che la sperimentazione sia nel programma di governo. In molti hanno osservato con sorpresa la velocità con cui si è diffusa la notizia e come sia stata ripresa senza alcuna verifica ulteriore.

C’è una lezione per il giornalismo in questa vicenda, come ha scritto Fergus Belle, consulente americano specializzato nella lotta alla disinformazione, una lezione sui rischi delle camere dell’eco e sui tempi di lavorazione troppo stretti che costringono a riprendere le notizie senza verificarle. Ma vista la natura della notizia, una bufala virale che per una volta ha al centro una profonda questione sociale invece che migranti o tentativi di smentire il cambiamento climatico, mi chiedo se per caso non ci sia anche una lezione politica.

Mi sembra di poterne vedere una nel fatto stesso che questa notizia falsa abbia ottenuto un’eco così rapida e capillare. Probabilmente ai redattori di giornale e ai lettori che l’hanno condivisa è sembrata una storia sorprendente che valeva la pena riportare e diffondere tra i propri amici. Potrei sbagliarmi, ma direi che dopo una prima fase di diffusione della notizia, nella seconda fase, quella di “commento”, la natura inedita della proposta sia stata non solo sottolineata, ma addirittura esasperata, al punto che in molti l’hanno definita assurda, irrealizzabile, un sogno inevitabilmente destinato a fallire. In Italia lo ha fatto tra gli altri l’economista Carlo Cottarelli.

Ma davvero è così strano che una leader della sinistra socialdemocratica ponga tra i suoi obiettivi quello di ridurre gli orari di lavoro? Quello che è sorprendente, semmai, è che questo dibattito desti così tanta sorpresa. Sono almeno due secoli che la sinistra europea e mondiale si batte per ridurre la quantità di tempo che dedichiamo al lavoro. Il più noto, se non il primo a parlarne, fu l’industriale e filantropo gallese Robert Owen, che all’inizio del 1800 coniò il motto “otto ore di lavoro, otto ore di svago, otto ore di sonno”. Owen e i primi sindacalisti si battevano contro un orario di lavoro che all’inizio dell’epoca industriale poteva arrivare a 16 ore al giorno per sei giorni a settimana.

Le idee di Owen sugli orari di lavoro impiegarono più di un secolo a diffondersi, ma all’inizio del Novecento erano oramai la base della legislazione del lavoro in Europa e Nord America. In Italia, le “8 ore” divennero regolamentate nel 1922 (durante i primi mesi del governo Mussolini, come conseguenze di una proposta precedentemente presentata dal Partito Socialista).

Nel dopoguerra le richieste del movimento di lavoratori si focalizzarono soprattutto su aumenti salariali, ma di riduzione dell’orario di lavoro si tornò a parlare negli anni Ottanta, quando i socialisti francesi, ad esempio, inserirono una settimana di 35 ore nel loro programma (riusciranno ad approvare la riforma soltanto nel 2000).

Con l’eccezione della Francia, il massimo nazionale di ore lavorative fissato per legge non è cambiato significativamente negli ultimi decenni, anche se in generale la tendenza è stata quella a una riduzione graduale del totale delle ore lavorate. La ragione di questa riduzione ha più a che fare con la capacità contrattuale di singoli potenti sindacati (come quello dei metalmeccanici tedeschi, che hanno di recente ottenuto il diritto a una settimana da 28 ore) e con la crescita di forme di flessibilità e part-time spesso involontarie (e che spesso nascondono orari di lavoro ben più lunghi), piuttosto che essere motivata – come ai tempi di Owen – da una riflessione sull’opportunità di modificare il bilanciamento tra vita privata, salute e lavoro.

Questo orizzonte di riflessione è, invece, quasi completamente scomparso non solo dal dibattito politico, ma anche da quelle culturale e pubblico in generale. Le ragioni di questo abbandono sono conosciute. Alcune le ha raccontate in un’intervista di un anno fa il ricercatore Simone Fana, autore del saggio sul tema Tempo Rubato. «Per trent’anni, l’idea dominante è stata quella della produttività a tutti i costi», sostiene Fana: «Si è martellato costantemente sul fatto che lavorando di più il reddito da distribuire fosse più ampio, e fosse quindi più utile aumentare gli orari di lavoro piuttosto che ridurli».

Ma c’è, io credo, anche dell’altro. La riduzione dell’orario di lavoro è un tema attrattivo in un mondo di contratti nazionali, dove le regole sono chiare e più o meno uniformi: se non per tutti, almeno per una fetta consistente dei lavoratori. Nell’attuale sistema atomizzato, dove il lavoro è frammentato in centinaia di contratti flessibli, finte subordinazioni e autonomie (e dove la percentuale di non lavoratori, come i pensionati, è destinata a crescere), la situazione è molto più complicata. Per una finta partita IVA o per un lavoratore di una moderna start-up in cui il culto dell’impresa stabilisce che chi lascia la scrivania prima delle 20 è un peso di cui l’azienda deve liberarsi, la riduzione degli orari non sembra più un tema vincente come un tempo.

Sappiamo che lavorare di meno migliora la salute e la qualità della vita delle persone. Sappiamo che le persone vogliono lavorare di meno e che una volta che hanno provato trovano che tornare indietro è molto difficile. La storia della giornata lavorativa di sei ore in Finlandia ci dice che sull’argomento l’interesse è molto e la curiosità diffusa. Quello che invece non sappiamo è se nel mondo sviluppato di oggi esista lo spazio per trasformare questo in un tema politico, in grado di mobilitare lavoratori ed elettori come in passato.

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