L’intervento in Libia del 2011

All’alba del 20 ottobre 2011, il dittatore libico Muammar Gheddafi radunò le poche guardie che gli erano rimaste fedeli e tentò un’ultima disperata sortita per spezzare l’assedio di Sirte. Alle prime luci del giorno un convoglio formato da settantacinque automobili si lanciò contro le linee dei ribelli con le guardie affacciate a sparare dai finestrini. I pochi miliziani che presidiavano la zona furono colti di sorpresa e si gettarono al riparo negli edifici vicini: la sortita era stata un successo. Pochi minuti dopo il convogliò raggiunse la periferia della città e Gheddafi cominciò a rilassarsi nella sua auto blindata: in poche ore avrebbe raggiunto l’area tribale di Wadi Jalif e da lì il Niger e la salvezza. In quel momento un drone pilotato dal deserto del Nevada sparò un missile Hellfire che colpì la prima auto del convoglio.

Tra i fedeli di Gheddafi scoppiò il panico. Le automobili inchiodarono e sterzarono bruscamente tamponandosi nel tentativo di evitare il relitto dell’auto in fiamme. Il convogliò si fermò e ci fu una concitata consultazione tra gli autisti e gli ufficiali. Un pugno di fedelissimi decise di proseguire cambiando strada, mentre altri decidevano di averne avuto abbastanza e abbandonavano il convoglio al suo destino. Il gruppo di Gheddafi, composto oramai soltanto da una ventina di automobili, riuscì a percorrere appena tre chilometri prima di essere attaccato di nuovo. Due cacciabombardieri francesi guidati da un aereo radar americano sganciarono due bombe a guida laser da 250 chilogrammi in mezzo a ciò che restava del convoglio. Dodici automobili finirono accartocciate e incenerite ed almeno 25 guardie rimasero uccise. Gheddafi venne ferito alle gambe e un piccolo gruppetto tra cui c’era anche suo figlio Mutassim riuscì ad estrarlo dalle lamiere proprio mentre cominciava a sentirsi il rumore delle auto dei ribelli in arrivo. Gheddafi, ferito e zoppicante, fu spostato di poche centinaia di metri: presi dal panico i suoi uomini lo fecero entrare in una condotta di drenaggio sotto una strada. I ribelli lo trovarono nascosto là sotto e, un’ora dopo, Muammar Gheddafi, dittatore della Libia per 42 anni, fu ucciso con un proiettile sparato alla tempia.

***

L’attacco al convoglio di Gheddafi fu l’ultimo atto di “Unified Protector”, l’operazione aerea con cui la NATO aveva appoggiato per sette mesi la rivoluzione libica. L’intervento fu definito un “modello” da replicare in futuro e una delle operazioni di maggior successo nella storia della NATO. Quattro anni dopo il giudizio su quell’operazione è cambiato molto. Oggi la Libia è tornata ad essere un caos come nei momenti più tumultuosi della guerra civile. La caduta di Gheddafi ha portato alla nascita di due governi rivali che lottano tra loro per il controllo di pozzi di petrolio e giacimenti di gas. Nello spazio lasciato libero dal crollo del regime si sono insediate milizie, bande armate e gruppi di banditi tra cui alcuni hanno proclamato la loro alleanza all’ISIS ed hanno iniziato a rapire ostaggi e ad ucciderli nel modo crudele e spettacolare a cui ci hanno abituato i loro alleati iracheni e siriani. Oggi le colonne dei giornali e gli studi televisivi si sono riempiti di esperti ed opinionisti che accusano l’intervento del 2011 di aver prodotto tutto questo. Per capire che cos’è cambiato in questi quattro anni dobbiamo tornare indietro ai giorni convulsi e tragici in cui venne deciso di intervenire in Libia.

***

All’inizio del secondo decennio del 2000 il regime e la salute mentale di Gheddafi erano sull’orlo del collasso. Nel 2008 Gheddafi si era fatto proclamare “re dei re dell’Africa” mentre in Libia la disoccupazione raggiungeva il 30 per cento. Nonostante le enormi rendite del petrolio e la fine delle sanzioni internazionali, il regime non era riuscito a garantire il benessere della popolazione. In Cirenaica, la parte orientale e più turbolenta del paese, decine di migliaia di case popolari vuote e mai terminate erano lì a dimostrare il fallimento dell’ultimo patetico tentativo del regime di comprare il consenso di una popolazione sempre più ostile. Quando nei primi mesi del 2011 una serie di proteste popolari cominciarono a scoppiare in tutti i paesi arabi in pochi si illusero che il regime di Gheddafi potesse sopravvivere.

Nel mese di febbraio ci furono proteste e manifestazioni in tutto il paese, da nessuna parte più forti che a Bengasi, la capitale della Cirenaica, dove le proteste divennero quasi immediatamente violente. “La vecchia strega”, come Gheddafi chiamava Bengasi, non si era mai piegata completamente al suo dominio ed era sempre stata un focolaio di ribellione. Il 17 febbraio le forze di sicurezza uccisero 14 manifestanti e la popolazione di Bengasi rispose con le armi. Gruppi di islamisti, che in passato avevano già tentato di rovesciare il regime, assaltarono i depositi dell’esercito con l’aiuto di alcuni militari e distribuirono le armi alla popolazione. Gheddafi reagì in maniera confusa alla rivolta. All’iniziò cercò ancora una volta di comprare i rivoltosi, promettendo un nuovo piano di investimenti in infrastrutture, ma nessuno credette alla promessa. Gheddafi però esitava ancora ad inviare l’esercito. Il 19 febbraio trecento mercenari africani furono inviati in Cirenaica per aiutare le forze di sicurezza locali a riprendere il controllo della situazione.

Fu una mossa tragicamente sbagliata. L’arrivo dei mercenari suscitò il panico tra i ribelli e in poche ore si diffusero leggende di stupri e atrocità compiute dai “mercenari neri” del regime. I trecento africani, però, erano in gran parte clandestini e disperati, assoldati in tutta fretta dal governo. Se le loro atrocità erano in gran parte immaginarie non lo furono quelle dei ribelli. Gli africani furono quasi tutti catturati immediatamente, alcuni furono linciati dalla folla, mentre altri furono bruciati vivi dopo essere stati rinchiusi in una stazione di polizia. Il 20 febbraio le ultime forze di sicurezza fedeli al regime abbandonarono Bengasi mentre decine di militari, funzionari e altri alleati disertavano il regime in tutto il paese. Negli ultimi giorni di febbraio Gheddafi si rivolse al popolo libico dalla televisione e dalle radio. «Non ho ancora ordinato l’uso della forza, ma quando lo farò, tutto quanto brucerà», disse il 23 febbraio. In un altro discorso isterico, durato più di due ore, Gheddafi chiese alla popolazione di «uscire di casa e ripulire la Libia da questi scarafaggi strada per strada, casa per casa, stanza per stanza». Sembravano gli ultimi vaneggiamenti di uomo disperato.

Il regime, invece, aveva retto il colpo. Mentre nell’est del paese i ribelli erano riusciti a sconfiggere le forze di sicurezza locali, le unità migliori dell’esercito si erano concentrate nella capitale, Tripoli. Quando divenne chiaro che ad occidente la situazione si era tranquillizzata, il regime lanciò la sua offensiva. Il 6 marzo l’esercito del regime iniziò ad avanzare verso oriente e questa volta ad aprire la strada non era un pugno di poliziotti e mercenari male armati, ma le centinaia di carri armati e veicoli blindati delle brigate corazzate dell’esercito. Nel giro di due settimane i lealisti arrivarono in vista di Bengasi, la capitale della rivolta e la sede del loro governo di transizione. In quei giorni, mentre il mondo intero seguiva gli avvenimenti in Libia, la città divenne un simbolo romantico e tragico: la coraggiosa culla della ribellione che stava per essere stroncata nel sangue. In tutto il mondo furono trasmesse le immagini toccanti degli abitanti della città che mostravano cartelloni e poster in cui imploravano l’aiuto degli occidentali e un intervento militare delle Nazioni Unite.

I leader occidentali furono costretti a riconsiderare le minacce di Gheddafi: ora non sembravano più le farneticazioni di un folle. Erano parole che sembravano preannunciare una resa dei conti finale con la “vecchia strega” e gli “scarafaggi” che la abitavano. Furono parole particolarmente dense di significato per una serie di uomini e donne che in quei giorni si trovavano molto vicini alle stanze del potere dove si sarebbe deciso l’intervento. Quelle parole gli ricordavano quelle che avevano preannunciato un altro massacro, avvenuto quasi vent’anni prima, oltre il deserto del Sahara, migliaia di chilometri più a sud. Un massacro che avevano promesso che non si sarebbe mai più dovuto ripetere.

***

Il 6 aprile del 1994 l’aereo che portava a bordo il presidente del Ruanda Juvénal Habyarimana venne abbattuto mentre si preparava ad atterrare nella capitale del paese, Kigali. Ancora oggi ci sono dubbi su chi abbia sparato il missile che abbatté l’aereo presidenziale. Alcuni incolpano l’esercito ruandese, mentre secondo altri furono le forze ribelli dello RPF, la milizia dagli esuli di etnia Tutsi che all’epoca era in guerra con l’esercito ruandese. Quello che è certo è che quella notte stessa il potere venne preso dall’akazu, il nome informale di un gruppo ufficiali dell’esercito e dai membri di Hutu Power, un partito razzista e xenofobo che sosteneva la superiorità della maggioranza Hutu sulla minoranza Tutsi. Nelle ore immediatamente successive all’uccisione del presidente, i miliziani agli ordini dell’akazu cominciarono a radunare e assassinare i principali leader hutu moderati. Nel giro di un paio di giorni l’intero apparato statale venne ripulito dagli oppositori dell’akazu e non ci fu più nessuno in grado di controbattere al semplice messaggio diffuso dal comitato: i Tutsi hanno ucciso il presidente e stanno invadendo il paese quindi il dovere di ogni buon ruandese è uccidere tutti i Tutsi a portata di mano, comprese donne, vecchi e bambini. Per i successivi tre mesi, nel corso di centinaia di trasmissioni radiofoniche e comizi per tutto il paese, gli Hutu furono invitati a sterminare “casa per casa” gli “inyenzi”, il soprannome dispregiativo con cui erano indicati i Tutsi che ancora abitavano in Ruanda. Inyezi in lingua kinyarwanda significa scarafaggi.

Mentre i massacri cominciavano in tutto il paese, dall’Hôtel des Mille Collines, a Kigali, dove il direttore Paul Rusesabagina era riuscito a nascondere centinaia di Tutsi, partirono decine di telefonate e di fax diretti alle ambasciate, ai consolati, ai giornali e alle organizzazioni non governative di tutto il mondo. Erano messaggi disperati di aiuto nella speranza che la comunità internazionale intervenisse per bloccare il massacro. Non un solo soldato si mosse per fermare il genocidio.

Alle Nazioni Unite, in realtà, sapevano già che cosa stava accadendo nel paese. A Kigali era presente un contingente di forze ONU guidato dal generale canadese Roméo Dallaire che dalle mura della sua base assisteva tutti i giorni alla scena di Tutsi e Hutu moderati trascinati per strada e linciati dagli interhamwe, le milizie fedeli all’akazu. I suoi ordini erano stringenti e non gli fu mai consentito di intervenire militarmente per bloccare il genocidio. Dallaire tentò in ogni modo di mettere al sicuro quanti più Tutsi fosse possibile e secondo alcune stime il suo intervento salvò fino a 32 mila persone. Per quanto Dallaire chiedesse continuamente rinforzi e un mandato più ampio per fermare il genocidio le richieste vennero sempre respinte. Il mancato intervento in Ruanda fu una delle macchie più vergognose nella storia delle Nazioni Unite e l’atteggiamento della comunità internazionale fu molto criticato da un vasto gruppo di accademici, attivisti e giornalisti. Dallaire divenne uno degli eroi di questo gruppo, anche grazie ad un libro che vinse il premio Pulitzer scritto da una giovane giornalista ed attivista per i diritti umani, Samantha Power. Il genocidio ruandese durò appena cento giorni e fu fermato quando i soldati Tutsi dello RPF occuparono Kigali e costrinsero alla fuga l’akazu e i suoi complici. Nonostante il poco tempo che ebbero a disposizione, i membri di Hutu Power compirono un’operazione di sterminio estremamente efficiente. Secondo le stime più diffuse durante il genocidio furono uccisi tra un minimo di ottocentomila e un massimo di un milione e duecentomila, tra Hutu moderati, Tutsi e Twa, un’altra minoranza che vive nelle aree più remote del paese.

***

Difficilmente l’intervento in Libia sarebbe stato possibile senza l’appoggio degli Stati Uniti e il presidente Barack Obama non avrebbe dato il suo assenso senza le pressioni di quelli che sono stati soprannominati gli “interventisti liberali“. Tra i principali membri del gruppo c’era l’allora ambasciatrice alle Nazioni Unite Susan Rice, che all’epoca del genocidio in Ruanda era consigliera della sicurezza nazionale. Rice disse di sentire un debito personale per non aver fatto nulla per fermare il genocidio e promise che se si fosse trovata di nuovo in una situazione simile avrebbe fatto di tutto per appoggiare l’intervento. Un altro membro del gruppo era il segretario di Stato Hillary Clinton. Suo marito, Bill Clinton, disse che quando era presidente all’epoca del genocidio Hillary gli disse che gli Stati Uniti sarebbero dovuti intervenire. Ma secondo alcuni il membro più influente del gruppo fu un personaggio che all’epoca non aveva quasi nessuna esperienza di politica internazionale: Samatha Power, l’autrice de libro che aveva reso Dallaire un eroe. Power all’epoca era stata da poco nominata consigliere per la sicurezza nazionale, ma era già diventata una delle voci più ascoltate da Obama per quanto riguardava la politica estera. In un lungo ritratto che le ha dedicato il New Yorker, un funzionario ha definito Power «il primo e più decisivo difensore dell’intervento armato in Libia». Per una delle grandi ironie della storia, diciassette anni dopo il genocidio ruandese alcuni dei protagonisti di quella storia si trovavano davanti a un altro leader politico che come i membri dell’akazu chiedeva alla popolazione di scendere per strada e sterminare gli “scarafaggi”. Questa volta però, Power e gli altri si trovavano in una posizione che gli avrebbe permesso di impedirlo.

Gli americani non erano i soli a spingere per un intervento in Libia e non erano nemmeno gli unici a sentirsi in colpa. L’avvocato più deciso dell’intervento era l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy, che proprio in quei giorni era reduce da una delle più imbarazzanti figure in politica estera della sua presidenza. Poche settimane prima, nel gennaio 2011, in Tunisia erano iniziate le prime manifestazioni contro il regime che avrebbero dato il via a quella che da allora è stata chiamata la “Primavera araba”. In quei giorni Sarkozy fu l’unico politico in tutto l’occidente a schierarsi con il dittatore tunisino Zine El Abidine Ben Ali. La caduta incruenta di Ben Ali, poche settimane dopo l’inizio della rivolta, espose il presidente francese al ridicolo internazionale e lo lasciò ansioso di rifarsi un’immagine internazionale. Un mese dopo, con una guerra civile scoppiata a poca distanza dalla Tunisia, Sarkozy era fermamente intenzionato a non ripetere l’errore. Inoltre la sua popolarità personale era a picco e l’anno successivo, il 2012, avrebbe dovuto affrontare una difficile rielezione. L’intervento in Libia sarebbe stata un’ottima occasione per dimostrarsi un leader sicuro e deciso, in grado di guidare il suo paese nel corso di un difficile intervento contro uno spietato dittatore.

In seguito alle pressioni di americani e francesi, a cui si unirono quasi subito anche gli inglesi, il 17 marzo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 1973 che autorizzava un intervento militare in Libia e imponeva di “utilizzare tutti i mezzi necessari per proteggere i civili e le aree popolate dai civili”. La NATO prese rapidamente la guida della coalizione a cui, prima della fine del confitto, parteciparono 18 paesi diversi, tra cui Emirati Arabi Uniti, Qatar, Giordania e Turchia. La Lega Araba approvò l’intervento, mentre fu criticato dall’Unione Africana, anche se i tre paesi membri dell’Unione che sedevano nel Consiglio di sicurezza dell’ONU votarono tutti la risoluzione 1973. Nei paesi che parteciparono alla coalizione l’opinione pubblica fu quasi ovunque largamente favorevole o almeno neutrale nei confronti dell’intervento. In nessun paese ci furono le oceaniche manifestazioni che accompagnarono l’invasione dell’Iraq nel 2003 o le numerose proteste che ci furono nel 1999 durante la campagna del Kosovo.

***

Alle prime luci del 19 marzo 2011, due giorni dopo l’approvazione della risoluzione ONU, le truppe corazzate di Gheddafi erano pronte ad entrare a Bengasi. Poche ore prima, i ministri di Gheddafi avevano ripetuto a chiunque fosse disposto ad ascoltarli che il regime aveva proclamato un “cessate il fuoco” unilaterale e che nessun movimento di truppe era in corso. Un portavoce del governo dichiarò a BBC che «non c’è alcun genere di attacco in corso a Bengasi», e anzi: «Il governo desidera che siano inviati osservatori internazionali in Libia». Proprio mentre pronunciava queste parole, l’artiglieria del regime si preparava a sparare non appena fosse sorto il sole. Alle 7 e 30 l’artiglieria aprì il fuoco sulla città mentre decine di migliaia di persone fuggivano verso est, dove si trovavano le ultime zone controllate dai ribelli. Alle nove di mattina i lealisti iniziarono a penetrare in città guidati da una punta corazzata formata da dodici carri armati di fabbricazione russa T72. Alle quattro di pomeriggio gli aerei francesi lanciarono il primo attacco aereo della campagna, distruggendo i primi quattro carri armati della punta corazzata. Poche ore dopo i sottomarini e le navi da guerra americane lanciarono un nugolo di missili che spazzarono via le difese aeree e i radar del regime, aprendo la strada alle ondate di cacciabombardieri inglesi e francesi. Gli attacchi proseguirono per tutta la notte e quando il sole sorse la mattina del 20 marzo il terreno intorno a Bengasi era cosparso di carcasse annerite di veicoli militari. Il grosso delle forze di Gheddafi si stava ritirando verso occidente sotto le bombe occidentali. L’ultimo attacco, quello fatale per il colonnello Gheddafi, arrivò sette mesi dopo.

“Unified Protector”, come venne battezzata l’operazione, non era stato un intervento massiccio per gli standard della NATO e degli Stati Uniti. Per tutti i sette mesi dell’operazione la coalizione compì una media di cento sortite sortite al giorno di cui la metà erano sortite d’attacco (una sortita è una singola missione di attacco, ricognizione o rifornimento compiuta da un singolo aereo). Durante la guerra in Iraq e la guerra in Kosovo nel 1999 la media fu di mille sortite al giorno, dieci volte tanto. Per fare un paragone, le operazioni attualmente in atto in Siria e Libia hanno una media di circa 25 sortite al giorno, di cui la metà sono sortite d’attacco. Francia, Regno Unito e Stati Uniti condussero circa il 50 per cento delle sortite, mentre il resto venne compiuto dagli altri partner della coalizione, un segnale che indica come il loro contributo non fu soltanto simbolico. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, in tutti i sette mesi di campagna furono accertati come causati dai bombardamenti NATO 60 morti tra i civili e altri 55 feriti. Quello in Libia fu, numeri alla mano, uno degli interventi più precisi e meno cruenti nella storia della guerra aerea.

***

Al termine delle operazioni, Foreign Affairs, una delle più prestigiose riviste di politica estera del mondo, descrisse le operazioni in libia come «il modo giusto di condurre un intervento», mentre la caduta di Gheddafi venne accolta favorevolmente dalla gran parte degli esperti e dell’opinione pubblica di quei paesi che avevano partecipato alla colazione. Nel suo rapporto di fine anno, la NATO descrisse in termini notevolmente autocelebrativi l’intervento e le sue conseguenze. Ma dietro alle fanfare del successo si nascondevano molte critiche e molte altre ne sarebbero arrivate in seguito.

La prima accusa che venne formulata mentre l’intervento era ancora in corso fu quella di avere violato i termini della risoluzione 1973. L’ONU aveva autorizzato la coalizione ad utilizzare “ogni mezzo” per proteggere i civili, ma non aveva fatto alcun cenno ad un cambio di regime. Non c’è dubbio che gli attacchi aerei organizzati in tutta fretta il 19 marzo servirono a impedire a Gheddafi di entrare a Bengasi e di compiere il massacro che aveva promesso, ma come si potevano giustificare i successivi sette mesi di campagna aerea? In molti hanno notato come la coalizione abbia ripetutamente rifiutato i cessate il fuoco offerti da Gheddafi. È indubbiamente vero che i leader occidentali decisero che una volta iniziato l’intervento non sarebbe terminato fino alla caduta del regime. D’altro canto è difficile immaginare che all’epoca i leader politici occidentali potessero prendere sul serio le offerte del regime dopo che, a marzo, Gheddafi aveva proclamato un cessate il fuoco nello stesso momento in cui le sue truppe si preparavano ad entrare a Bengasi. Nessun leader politico sano di mente avrebbe rischiato di concedere al regime il tempo necessario per prendere fiato e sfruttare un’eventuale tregua per rafforzare le sue posizioni. Se questa può essere una scusante davanti alla storia, nulla può cambiare il fatto che lo spirito della risoluzione venne indubbiamente distorto e piegato.

Ma la critica più diffusa, quella che è stata ripetuta ossessivamente nelle ultime settimane, è che la Libia oggi è un paese molto più in difficoltà di come lo sarebbe stato se Gheddafi fosse rimasto al potere. Nessuno che non abbia la capacità di sbirciare nei futuri alternativi può sinceramente fare questa affermazione. Non sappiamo e non sapremo mai che strada avrebbe percorso la Libia se la NATO non avesse compiuto il suo intervento. La Libia nel 2011 non era l’Iraq del 2003, un paese nelle mani di un dittatore sanguinario, ma ancora stabile. Nel 2011 il regime libico era già marcito dall’interno, divorato dalla corruzione e dalla malattia mentale del suo dittatore. Una rivolta di popolo era già in corso e, anche fosse stata repressa, difficilmente il regime avrebbe potuto restare immune dagli sconvolgimenti che hanno colpito il resto del mondo arabo negli anni successivi. Gli interventisti come Power sostengono che se la NATO non fosse intervenuta oggi ci troveremmo davanti a una situazione altrettanto caotica, ma in più avremmo sulla coscienza le vittime della repressione del regime.

In realtà è probabile che i timori degli “interventisti liberali” per un nuovo Ruanda fossero quasi del tutto infondati e che la propaganda ribelle abbia manipolato l’opinione pubblica occidentale, dipingendo la repressione del regime in maniera più brutale di come fu davvero. Ad esempio, secondo Human Rights Watch, durante le prime sette settimane di assedio della città di Misurata, una delle roccaforti dei ribelli, soltanto 257 persone vennero uccise su una popolazione di 400 mila: un numero molto lontano dai “bagni di sangue” temuti da Power e gli altri. In molti hanno scritto che dalla Libia la comunità internazionale deve imparare a non farsi manipolare dalle forze locali e a mantenere il sangue freddo prima di decidere un intervento. Se questa è una lezione importante di cui ci dovremo ricordare in futuro, è altrettanto importante ricordare che nel marzo del 2011 chi doveva prendere la decisione sull’intervento non disponeva di queste informazioni. Dalla Libia arrivavano notizie confuse, immagini di città bombardate dall’aviazione e dall’artiglieria del regime, liste di vittime che continuavano ad allungarsi e le struggenti fotografie della popolazione di Bengasi che chiedeva disperatamente aiuto. Il 17 marzo, quando venne votata la risoluzione dell’ONU, il tempo era letteralmente scaduto e l’esercito del regime sembrava ad un passo dal conquistare la città e ripulirla “casa per casa”. Con il senno di poi è facile sostenere che l’intervento ha causato più danni alla popolazione di quanti ne ha risparmiati. Formulare un simile giudizio in quei giorni sembra molto più complesso.

***

Dopo la fine dell’intervento la Libia ha avuto la sua occasione. Nel 2012 le elezioni hanno portato al potere una coalizione moderata che, tra estreme difficoltà, ha cercato di mettere ordine nel paese, rimettendo in funzione l’industria petrolifera e disarmando le potenti milizie che avevano contribuito alla caduta di Gheddafi. Il compito si è dimostrato superiore alle capacità del governo libico. Le milizie hanno continuato a spadroneggiare e il vuoto di potere lasciato dal governo è stato riempito da decine di bande armate e signori della guerra locali. Ci sono voluti tre anni perché il paese precipitasse nel caos che vediamo oggi: un paese spezzato, diviso tra due governi ugualmente deboli e ugualmente alla mercé delle loro milizie.

Già nel marzo 2011, quando gli “interventisti liberali” chiedevano ad Obama di impegnarsi al fianco dei ribelli, l’allora segretario alla Difesa Robert Gates dichiarò di essere completamente contrario a qualunque intervento che non prevedesse un piano per decidere cosa fare dopo il bombardamento. Se è possibile giustificare l’assenza di un piano per la Libia nei momenti concitati dell’invasione è molto più difficile spiegare come sia stato possibile che la comunità internazionale si sia di fatto disinteressata mentre la Libia percorreva lentamente la china che l’ha portata ad essere uno stato fallito. È comprensibile come gli americani, il paese che aveva gli interessi minori nel paese, si siano rapidamente sfilati dopo l’intervento. Rimane invece un mistero come sia stato possibile che i governi di Italia e Francia abbiano completamente trascurato gli eventi che stavano accadendo in Libia sotto i loro occhi. La scelta di intervenire o meno, ridotta all’osso, è stata una scelta di natura morale: chi ha le forze per impedire che sia fatto del male deve intervenire anche quando le conseguenze delle sue azioni non sono chiare? Quello che è accaduto dopo, invece, non ha spiegazioni: è una macchia che resterà a lungo sulla coscienza di chi ha consciamente deciso di girarsi dall’altra parte.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.