La falsa contrapposizione legalità/illegalità

Ieri mattina 19 marzo, alle 6 e mezza, a Roma, è successa una cosa anomala. La polizia – parecchia polizia (blindati, camionette) – si è messa a sgomberare tre luoghi molto connotati di Roma. Due sono occupazioni abitative: una è quella della scuola Hertz, l’altra è quella di via delle Acacie (entrambe sono organizzate secondo un modello di autogestione collettive con l’aiuto del Coordinamento della Lotta per la Casa). Il terzo è l’Angelo Mai, che per chi è di Roma è un posto stranoto (facile che ci sia almeno andato a ballare un sabato sera, o a portare i bambini una domenica mattina per qualche attività organizzata nel parco davanti), e per chi non è di Roma è un centro culturale, che si trova vicino a Caracalla, gestito da un gruppo di artisti (musicisti e teatranti soprattutto): da anni uno degli spazi dove, con tutta evidenza, si vedono (si vivono) tra le cose più interessanti che si possono trovare in una città asfittica e in definitiva paesana come Roma – per capirlo, basta andare sul sito e scrollare quelli che sarebbero dovuti essere gli appuntamenti prossimi venturi: i Massimo Volume, i Motus, il Teatro delle Apparizioni, l’Accademia degli Artefatti etc…
Il motivo degli sgomberi è l’ipotesi accusatoria – pesantissima – che si sia creata un’associazione a delinquere che gestiva le occupazioni delle case estorcendo soldi. Da cui: ventuno perquisizioni, decine di persone indagate. Una di queste presunte menti criminali indagate è Pina – se andate qui la vedete con una pentola in mano che organizza l’osteria dell’Angelo Mai – che da oggi ha deciso di iniziare lo sciopero della fame in solidarietà alle famiglie sgomberate.
Tutto il giorno, come immaginabile, c’è stato un concitato riecheggiare di voci: fino alle 17, quando è iniziata l’assemblea che era stata indetta post-sgombero se non altro per dare delle facce alle voci. Anche io sono arrivato a via di Terme di Caracalla 55 a quell’ora; e ho trovato la surreale scena di tre quattro camionette piazzate nel parco di San Sebastiano intorno alle qualo giocavano i bambini della scuola accanto (che collabora con l’Angelo Mai per varie attività, tipo laboratori teatrali). Pochi minuti prima di me era arrivato l’altrettanto surreale comunicato del Comune di Roma, che recitava:

«L’amministrazione non è stata informata per tempo delle misure adottate questa mattina dalle autorità giudiziarie. Non appena abbiamo appreso degli sgomberi in corso in via delle Acacie, Via Tuscolana e nel centro sociale Angelo Mai, mi sono immediatamente attivato con il vicesindaco Luigi Nieri per capire quante persone fossero coinvolte. Si tratta di circa 300 persone in emergenza abitativa, fra cui oltre 70 bambini, coinvolte, nel caso dell’ex scuola di via Tuscolana, in progetti di autorecupero a fini abitativi. Siamo molto preoccupati per queste famiglie e, soprattutto, per i tanti bambini che si sono ritrovati per strada da un momento all’altro. Siamo altrettanto preoccupati per l’improvviso sgombero dell’Angelo Mai, un importante presidio culturale cittadino, perfettamente inserito ed integrato nelle attività socio-culturali del territorio, su cui siamo disponibili a trovare soluzioni condivise.
Il problema dell’emergenza abitativa, in città, presenta ormai cifre allarmanti. Da mesi siamo impegnati a sollecitare al Governo nazionale una moratoria degli sfratti e stiamo lavorando con la Regione Lazio e con i movimenti per il diritto all’abitare per trovare soluzioni a questo grave fenomeno.
Gli sgomberi di questa mattina sono inseriti nell’ambito di un’indagine condotta dalla Digos e coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma, per presunte estorsioni condotte a danno degli occupanti. Senza entrare nel merito delle indagini condotte dalle autorità giudiziarie, verso le quali nutriamo la massima fiducia, Roma Capitale, è intenzionata a chiedere l’immediato dissequestro delle strutture sequestrate questa mattina».

Lo stesso comunicato campeggia anche sul sito del sindaco.
Subito ho cominciato a stranirmi. La cosa, anche per chi non è esperto delle forme della politica, non suona quantomeno bizzarra? È possibile che la Digos abbia deciso di fare tre sgomberi così gravi dal punto di vista numerico (300 persone) e simbolico e non abbia avvertito né il sindaco né il suo gabinetto? È possibile che qualche magistrato avesse teorizzato che dietro questi luoghi così visibili si cela un’organizzazione criminale e di questa teoria non avesse messo a parte il sindaco? E mettiamo che così fosse, perché è stato deciso di fare quest’azione aggressiva tenendo fuori Marino? Per metterlo in imbarazzo? Per forzargli la mano? Per dimostrare che è un sindaco azzoppato?

Ma c’è un problema in più. Il disagio di Marino e della sua giunta non è solo quello dovuto al paradosso odierno, in cui non si capisce chi tra prefetto, questore e sindaco decida sull’ordine pubblico e sulla politica di una città. C’è piuttosto un impaccio di fondo che la vicenda dell’Angelo Mai mette in luce, ed è quello che pone alle amministrazioni di sinistra una necessità: quella di dialogare con coloro che in questi anni, nel vuoto della politica attiva, hanno avuto un ruolo di supplenza: coloro che si sono auto-organizzati, essenzialmente.

Sono decenni che le occupazioni, i movimenti per la casa, i centri sociali, i teatri occupati, etc…, nati nella desertificazione della progettualità, si sono inventati modelli di gestione nuova degli spazi, li hanno liberati da un non-uso e soprattutto li hanno tenuti in vita (proprio l’altroieri, il 18 marzo, l’European Cultural Foundation di Bruxelles ha consegnato il suo premio più prestigioso, il Princess Margriet Award, ossia 50000 euro, al Teatro Valle per il suo modello gestionale e per il suo progetto artistico).
Ora, che farne di questa vitalità? Ma soprattutto che farne di questa auto-organizzazione?
Nei dieci mesi dal suo incarico, l’atteggiamento di Marino è stato, nei confronti di questi movimenti, attendista, per essere eufemistici. E ora questa modalità dilatoria oltre a essere ovviamente molesta e inefficace sta finendo per danneggiare i movimenti, ovvio, ma anche il sindaco stesso.
Mentre oggi gli occupanti dell’Angelo Mai leggevano il comunicato a firma congiunta di Marino e del vicensindaco Luigi Nieri, notavo che all’assemblea non c’era nessun rappresentante del sindaco. Perché? Ancora altro attendismo? Una inutile bilateralità? Che vuol dire dichiarare di rispettare la magistratura ma volere il dissequestro dell’Angelo Mai – non tanto nella lettera, ma nello spirito politico?

La settimana scorsa al Teatro Valle si è svolta un’assemblea che per facce e temi affrontati sembrava un consesso marziano: si è trattato di un tavolo pubblico di confronto giuridico, in cui sono intervenuti Stefano Rodotà, Ugo Mattei, Pietro Rescigno (uno dei più importanti esperti di diritto civile in Italia), il notaio Gennaro Mariconda e l’amministrativista Gregorio Arena. Immaginatevi un’assemblea politica in un luogo occupato guidata da giuristi che si rintuzzano a colpi di citazioni costituzionali. La lunga, articolata, socratica, discussione è stata tutta improntata allo stesso imprescindibile interrogativo serio: quali nuove forme giuridiche dare alla cittadinanza attiva, alle pratiche politiche dal basso, all’auto-organizzazione.

Come spesso mi capita in queste occasioni, le tre ore che ho passato al Valle, mi sono valse da autoformazione. (Mentre come spesso mi capita, senza false modestie, che le varie interminabili ore che passo a parlare con gli amministratori della cultura di turno, assessori di varia fatta, mi valgono come io che faccio un corso di formazione concentrato a loro). E uno dei contributi più interessanti è quello che ha portato Gregorio Arena, coordinatore del Labsus, un labolatorio nazionale di politica dei beni comuni, il cui obiettivo suona molto chiaro: «Convincerti che ti conviene prenderti cura dei luoghi in cui vivi, perché dalla qualità dei beni comuni materiali e immateriali dipende la qualità della tua vita. Il tempo della delega è finito. L’Italia ha bisogno di cittadini attivi, responsabili e solidali». Arena ha ricordato due cose, fra le altre: la prima è che in Italia ormai i gruppi di cittadini che si occupano in un’ottica benecomunista di parchi, palestre, piazze, scuole… sono migliaia; la seconda è che il 14 febbraio loro di Labsus hanno presentato un Regolamento per la collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani. È un documento molto prezioso per chi s’interessa di politica oggi Italia, e si può scaricare gratuitamente qui. Di fondo cerca di rispondere a quest’interrogativo, dando agli amministratori locali, dai sindaci in giù uno strumento giuridico in grado di rendere legale un’amministrazione de facto condivisa, chiarendo, per fare l’esempio più stupido, cosa succede se qualcuno che stava curando, in nome di un’associazione benecomunista, un giardino pubblico? Chi ne risponde? Eccetera.
Ovviamente, molto ovviamente, non è solo un documento di escamotage giuridici, ma un testo di importante riflessione politica. La filigrana di tutto il Regolamento è: di fronte alla crisi della rappresentanza, si è sviluppato da anni un movimento molto diffuso di cittadinanza attiva. Ora bisogna confrontarsi con questo movimento, rinunciando a una visione verticistica, e sostituendo l’idea della delega con quella della collaborazione.

Per questo ieri, mentre pensavo che non vorrei stare oggi nei panni di Marino, e se fossi al suo posto mi verrebbe il dubbio che qualcuno con il blitz ai posti occupati, mi abbia voluto mettere in croce – insomma da che parte stai, con la legalità o contro la legalità? -, pensavo anche che mi verrebbe da suggerirgli che 1) questo dilemma è un falso dilemma, 2) deve dialogare molto schiettamente con i movimenti per l’abitare e con le altre realtà di occupazione di Roma, dal Teatro Valle a ScuP a Communia a quella gestita dal collettivo Cagne Sciolte, e 3) deve suggerire all’assessore alla cultura Barca di legittimare in modo serio e progettuale quegli spazi, dal Rialto all’Angelo Mai al Kollatino Underground, che in questi anni hanno di fatto ospitato e creato una scena culturale innovativa a Roma.

Ma andando oltre Roma, c’è un ulteriore elemento di novità. Dopo decenni di dibattito venefico in cui fondamentalmente si è sviluppata in Italia, come una metastasi, una feroce coscienza pubblica giustizialista, dopo anni in cui il potere giudiziario ha in molti casi sostituito quello di proposta legislativa anche nella visione progettuale della politica, ecco che per fortuna si vede che non tutto è stato sepolto da questa mortificante degenerazione della cittadinanza. E al double bind, al bivio legalità/illegalità si comincia a rispondere, rovesciando il dilemma, nel modo più elementare possibile: possiamo provare a inventarci una nuova legalità che corrisponda alle forme di vita delle persone?