The Newsroom: si cammina, si parla veloce, si fa Sorkin

Aaron Sorkin torna in tv, e nel modo più bello possibile: con un Oscar in mano, sulla HBO, con un intero slot a disposizione. Un intero slot, sulla HBO, significa un’ora a episodio. Per dieci episodi, che quando superi lo shock iniziale da habitué dei network broadcast (DOVE SONO FINITI GLI ALTRI DODICI EPISODI DOVE LI AVETE MESSI RIDATEMI I MIEI DODICI EPISODI) e la consapevolezza di essere rimasto orfano della tua serie preferita per dieci mesi all’anno – è una brutta sensazione, un vuoto che va colmato subito con ottocento serie nuove, prendete esempio da me – ti rendi conto che quella lì è la lunghezza giusta per un arco narrativo. Permette di rendere i giusti spazi, i giusti pesi, elimina i riempitivi. Questo ovviamente in linea del tutto teorica, ok? Non cominciate a citarmi True Blood, che alle stesse condizioni è diventato TUTTO un riempitivo.

Insomma, dicevamo. Ieri sera negli Stati Uniti è andato in onda l’episodio pilota di The Newsroom, preventivamente stroncato da La Critica ¹ che l’ha trovato troppo Sorkin. Noi semplici fan, un filo in astinenza, non vedevamo l’ora di farci travolgere da troppo Sorkin, quindi non ce ne siamo curati più di tanto, anche perché La Critica è la stessa che assegna indiscriminatamente Emmy a Modern Family e Glee mentre ci sarebbe dell’altro di veramente meritevole, là fuori. Riassumendo: non ci fidiamo. Riconsiderando: dovremmo fidarci, quando non si parla di Emmy.

The Newsroom, alle prime indiscrezioni, doveva raccontare questa storia qui: famoso anchorman di un notiziario via cavo ne dice una grossa e viene crocifisso dall’opinione pubblica, ma va avanti per la sua strada perché lui nel giornalismo e nel potere della verità ci crede davvero.

Nei primi dieci minuti del pilot scopriamo cos’ha detto di grosso: ha detto, in diretta nazionale, che gli Stati Uniti d’America non sono il più grande paese del mondo. BOOM. Probabilmente era una battuta prevista per un pubblico esclusivamente americano perché io, da Milano, ho riso. Da un lungo monologo del protagonista, interpretato da Jeff Daniels, scopriamo che l’America è scesa in graduatoria in un sacco di campi importanti, che vince solo nelle cose stupide e brutte ma che non è stato sempre così, prima era effettivamente il migliore paese del mondo. Non si capisce in realtà quando, se prima o dopo la guerra civile, se intorno alla seconda guerra mondiale, se durante la segregazione razziale o il Vietnam o la Guerra Fredda o Monica Lewinski ma, genericamente, quando chi faceva il giornalista informava davvero. ²

Poi c’è una sigla che sembra uscita dagli anni Novanta.

Ciò che segue è un po’ meglio: lui capisce di aver barattato l’onestà intellettuale che lo contraddistingueva con l’approvazione del pubblico, e di essere diventato contemporaneamente una pessima persona per cui lavorare. La sua squadra gli sparisce sotto il naso e torna quella vecchia, capeggiata da una executive producer con cui lui aveva avuto una storia. Bisticci, urla, giochetti di potere e all’improvviso KABOOM, incendio su una piattaforma petrolifera al largo del Golfo del Messico, 11 dispersi. Mentre quelli litigano il mondo va avanti, ma grazie all’intraprendenza di un giovane bravo nonché contestualmente fortunato il primo telegiornale della sera contrassegnato dal “nuovo corso” riesce a dare la notizia del disastro ambientale prima di chiunque altro.

Io faccio parte della folta schiera che dà sempre una seconda possibilità, ma il The Newsroom che ho visto stasera, per quanto coinvolgente, si è dimostrato un prodotto banalotto. La regia sembra vecchia di dieci anni, il montaggio sonoro assomiglia a quello di Vivere con i volumi più bassi, la scrittura appare completamente incapace di sottotesti, di guizzi. C’è una scena in cui un personaggio, entrando in una stanza, inciampa in una borsa e cade. E poi cade di nuovo. E la scena con cui si chiude l’episodio – chi l’ha visto capirà – riesce a privare il monologo iniziale dell’unico elemento di leggera ambiguità.

Poi, intendiamoci, è Sorkin: la gente cammina molto e parla veloce, sono tutti molto brillanti e molto appassionati al loro lavoro, la Vera Passione riesce a salvare il protagonista dal baratro della banalità e dell’insoddisfazione. E poi il cast è ottimo (anche se caratterizzato maluccio, per il momento): rivedere Dev Patel e Alison Pill è sempre un piacere. Ma non c’è (ancora) spessore, non c’è sincerità. Nulla è lasciato all’immaginazione, e anche se ho apprezzato moltissimo il momento di montaggio in diretta della notizia mi chiedo se il resto della stagione sarà un bignami televisivo delle notizione del 2010: perché, al momento, il pilot non mi ha lasciato altro, e la porta dell’ascensore che si chiude a fine episodio non è abbastanza per farmi aspettare il successivo. Che comunque vedrò, continuando a crederci fortissimo.


¹ La Critica è quell’entità mistica che può vedere un po’ di episodi in anticipo col permesso di chi li produce, mica come noi che li vediamo in ritardo e, anche in quel caso, senza troppi permessi.

² Non mi interessa stabilire quale sia il più grande paese del mondo, anche perché ho il sospetto che Jeff Daniels (perdonatemi, sono come lui nella serie, per qualche episodio non memorizzerò i nomi dei personaggi) faccia riferimento a un periodo in cui non si facevano classifiche di questo genere. Credo si parlasse del potere che la buona informazione ha nel formarci e migliorarci come cittadini, un potere trasversale a tanti paesi e a tanti periodi storici e che non posso né voglio negare. Peccato che il discorso dovesse essere glassato da tanto pomposo ed esplicito nazionalismo: mi spaventa un po’ che per fare bene si debba, retoricamente, essere stati o voler diventare “i migliori del mondo”.

Update del mattino dopo: questo post è stato scritto a caldo, e di solito non faccio recensioni immediatamente post-visione. Inoltre è stato scritto tra mezzanotte e l’una, orario in cui solitamente cerco di avere il computer spento.  L’opinione è rimasta la stessa, come questo rimane un post scritto di getto e strutturato male. Passateci sopra, è pur sempre un blog.

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