La mia vita con Carmelo Bene

Nel 1974 (avevo 8 anni) seguivo con trepidazione la serie UFO. In un futuro non lontano (1980) la Terra è minacciata da alieni (di colore verde e respiravano attraverso un liquido, verde anche esso). A contrastare la minaccia (il sibilo dei dischi volanti, opera di Barry Gray attraverso i primi sintetizzatori elettronici: lo risento ancora, in qualche notte insonne) c’è la base Shado. Il comandante in carica è Straker (l’attore Ed Bishop). Un personaggio inquietante, almeno la mia memoria lo ricorda così: caschetto e frangia, e capelli color biondo platino (la tv era in bianco e nero, ma collezionavo figurine della serie, a colori). I dischi volanti, gli alieni verdi, il sibilo, i raggi laser, enormi computer, il futuro minaccioso dallo spazio profondo e la sorprendente resistenza della Terra, tutto questo alimentava la mia infanzia e la fantasia (crisi economica, austerità, però in quegli anni l’Italia usciva dalla povertà) insomma un mondo altro da me, inquietante e nello stesso tempo curioso, eccitante: che sarà di me, pensavo, negli anni ’80?

Tempo dopo, eravamo nel 1977 o giù di lì, un pomeriggio accendo la tv (un Grundig con sei manopole per la sintonia) ho un po’ di svogliatezza, quegli attacchi di strana noia che colpiscono gli undicenni (uffa: facciamo qualcosa, e nessuno ti dà retta) allora mi piazzo davanti allo schermo e chi mi appare? Il comandate Straker, in primo piano. Faccione enorme e frangetta. Recitava una poesia, credo. La sua voce era una specie di rantolo, profondo, sembrava stesse male, poi cambiava, diventava un sussurro, poi ancora un sibilo nasale. UFO? Avevano rapito Straker? Poi passa mio padre e sbuffa: madonna questo… che cazzo vuole da noi. Chi è? Chiedo. Mah… uno… mi risponde, Carmelo Bene. Ma è Straker, dico io. Ma chi è Straker? Questo è uno che vuole fare l’attore, non si capisce niente con lui. Vero, forse, non capivo, ma piano piano mi ritrovai con la bocca aperta ad ascoltare questo Carmelo Bene/Straker, con lo stesso senso di inquietudine e curiosità e eccitazione che provavo guardando la serie UFO. E poi successe: Carmelo Bene (o Straker) mi guardò. Dallo schermo televisivo, dico. Lo so che non è possibile, lo so che è una suggestione dovuta al mezzo, mio nonno era convinto che Mike Bongiorno lo guardasse, tuttavia, e lo dico con tutta la logica e la razionalità di cui sono capace: Carmelo Bene mi ha guardato dallo schermo televisivo. Come se volessi salutarmi: darmi il benvenuto. Sì, all’epoca mercanteggiavo in magia e già leggevo i tarocchi, mia cugina Giovanna, una strega (nata il 24 di dicembre) mi aveva già insegnato a togliere il malocchio e quindi magari, chissà, sarò stato facile preda di suggestione emotiva, però, dopo ripensandoci, mi sono convinto: lui mi ha proprio guardato, a me dico, non ad altri. In quel pomeriggio noioso. Ah, stavo guardando Quattro diversi modi di morire in versi.

Questa storia racconta dei miei due (soli) sguardi di intesa con Carmelo Bene. Due, pochi (non l’ho mai conosciuto), eppure incisivi. Perché sì, l’ammetto con tremore e esitazione che sono stato toccato da Carmelo Bene.

In quarto liceo, poi – andavo malissimo, sempre rimandato in molte materie – presi un buon voto in italiano, 8 + (un voto che poi ha determinato la mia risalita in questa materia) perché spiegai, come preso da uno strano incantamento, in trance, Il sabato del villaggio di Leopardi. Che tra l’altro nemmeno avevo letto e che tra l’altro mi annoiava tantissimo: il pessimismo storico, cosmico, non ci capivo niente. Riuscii tuttavia a spiegarlo perché due giorni prima avevo sentito, in radio, di notte (per molti anni ho dormito con la radio accesa, intere nottate ad ascoltare rai stereo notte, una volta seguii tra la veglia e il sonno i tre tentativi fatti dai cosmonauti russi di tornare sulla Terra, non ci riuscivano, rimbalzavano via, e finalmente al terzo e ultimo tentativo riuscirono a rientrare e io mi addormentai), avevo sentito, dicevo, Carmelo Bene recitare Il sabato del villaggio. Recitava? No Cantava. Quella notte mi si straziò il cuore. Ho ancora presente quella sensazione (la vita è una cosa che strazia il cuore, diceva Cechov), perché mi portai la mano sul petto: godi fanciullo mio stato soave. Non recitava, cantava invece: perché i modi di porgere e accompagnare il verso non erano quelli usuali, che in genere ascoltavo. Erano alieni, appunto, e mi trasportavano in uno spazio non ovvio, un luogo dai confini incerti, dove sentivo d’essere influenzato da presenze, e la mia mente avviava dunque un processo di revisione, come se dovessi aggiustare la carta geografica per capire dov’ero. Leopardi, dissi, era un poeta civile, Il sabato del villaggio ne è la dimostrazione, quell’accorato grido di battaglia del poeta al garzoncello scherzoso, la vita strazia il cuore, non c’è soluzione allo strazio, il combattimento è una condizione necessaria ma non sufficiente. 8 +.

Nel 1982 vidi Carmelo Bene a Mister Fantasy, (allora) il mio programma preferito, intervistato da Mario Luzzatto Fegiz. Parlava di Pinocchio ed elogiava l’orecchio musicale dei bambini, il solo capace di percepire lo spavento, l’irrimediabile spavento della bara precoce, diceva una cosa così. E poi: lavoro da gran dilettante, quindi con un professionismo efferato, difendere il proprio lavoro sia la prima cosa, non il posto di lavoro, ma il lavoro. Da poco mi ero comprato un apparato stereo, alta fedeltà, casse B&W, amplificatore Techincs SU 7300 (comprato usato, era un prodotto 1970), piatto Thorens TD 166 (un gioiellino, a cinghia), montava testina tipo MM. Mi occupavo di suono, parlavo di distorsione peak, di signal in uscita ed entrata e switch di commutazione e altri dettagli tecnici. La mia discografia comprendeva folk e beat americano, rock americano e inglese (l’album Who’s next è quello che ancora sento con più piacere, Baba ‘o Riley, il sintetizzatore non è mai più stato usato così), la new wave inglese, che allora stava nascendo (il primo album degli U2 Boy lo presi a Roma, durante una trasferta giornaliera per la manifestazione contro i missili NATO a Comiso: Reagan, i missili metteteli in culo, fu la scritta che mi accolse all’ingresso di Roma, sulla Tiburtina, zona San Lorenzo), la psichedelia, dai Gong ai Pink Floyd, e per finire, avevo due album di quello che consideravo il massimo esperto in fatto di nuove sonorità e di canto: Carmelo Bene. Quattro diversi modi di morire in versi, appunto, e la Lectura Dantis, in occasione del primo anniversario della strage di Bologna, uno stupendo 33 giri, la copertina fatta con ritagli di giornali e quella splendida dedica finale: dedico questa serata, da ferito a morte, non ai morti ma ai feriti dell’orrenda strage.

C’è qualcosa da dire sullo spettacolo Quattro diversi modi di morire in versi. Quattro incredibili poeti russi, Blok, Majakovskij, Esènin, Pasternak. Questo recital ha lavorato in me, e poco alla volta ha scardinato certezze e svitato luoghi comuni. Nel 1985 avevo preso la tessera di DP. Ero comunista, con tutte le letture da comunista vecchio stampo, Il Manifesto, due libri del Capitale, a che fare, di Lenin. Al secondo anno di Agraria per l’esame di economia produssi anche due tesine, una sulla cooperativa “Bilancieri” l’altra sulla programmazione quinquennale sovietica: ne usciva fuori che le cooperative potevano accogliere un numero limitato di persone perché, a un certo punto, l’entrata di un nuovo socio abbassa il reddito dei vecchi soci. La programmazione sovietica era, invece, un casino, roba da impazzire, centinaia di algoritmi per decidere, in assenza di mercato, quali beni andavano prodotti e in che quantità. Ma il comunismo era per me un’ideologia rigida – e anche un modo di conoscere (l’ignoranza non ha mai aiutato nessuno, disse Marx a Proudhon durante una discussione). Dunque indiscutibile. Facevo a bottigliate se si accendeva una discussione.

Eppure, i Quattro diversi modi di morire in versi, quella meravigliosa cavalcata attraverso l’utopia sovietica per bocca di quattro meravigliosi poeti, quella cavalcata fatta da Bene, tra lirismo, follia e senso del futuro, tra vita e morte (che importa se la gente oggi non mi riconosce, diceva Esènin, in ritorno al luogo natale: io ho cantato quando il mio paese era malato, ora accetto tutto. In questa vita morire non è nuovo, ma neppure vivere, certo lo è di più. Che dire, poi, della lettera che precedette il suicidio di Majakovskij: se muoio non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi, il defunto non li poteva sopportare. La barca dell’amore si è spezzata contro la vita di tutti i giorni. Voi che restate, siate felici), quel disco, insomma, che ho ascoltano per svariati anni e decine e decine di volte, piano piano, ha mosso la rigidità della mia scacchiera celebrale: l’arte di Bene smuoveva il mio autismo. Oltre alla scelta dei testi, oltre alla sua capacità di fare storia attraverso la letteratura e letteratura attraverso la poesia, c’era la sua phonè. Carmelo Bene cambiava la percezione delle cose attorno a me, le dilatava, musicalmente parlando, e le faceva esplodere. Poi ricomponeva i pezzi, gli bastava uno sguardo, a volte, un verso accennato, sussurrato, un cambio di ritmo, una modulazione di frequenza, un eco, ed ecco una nuova formazione, nuovi elementi in campo. Cominciai a leggere gli anarchici inglesi, niente male, di cosa si occupa il pensiero utopistico? chiesero a Colin Ward. Di tre cose: la città, come e per chi la costruiamo, i bambini, come guardando loro ci rieduchiamo noi, e le automobili, come fare a non prenderla mai più.

Nel 1995 lo vidi al Costanzo Show. Ne parlai con Francesco Piccolo, credo, per un mese. Eravamo incantati: io me ne fotto del Ruanda. Il gelo tra il pubblico. Nella sua anima (in quella di Carmelo Bene) non ci si poteva rispecchiare. Aveva abolito questa operazione, così semplice e spesso ricattatoria. Una dinamica di questi anni recenti. Quante volte abbiamo parlato male dei nostri nemici, fossero Berlusconi o altri, e quante volte condannandoli ci è piaciuto specchiarci nelle nostre anime che credevamo, invece, pure e incontaminate, impegnate a combattere per il bene del Ruanda. E invece sentire il gelo della propria impotenza è il miglior viatico per ricalibrare i passi. Una cosa è certa: per quanto impegno mettiamo nella falcata, alla fine non possiamo sfuggire da questa spiacevole e tragica sensazione: il male viene da noi, ha il ritmo dei nostri passi. È inutile nobilitarli con l’impegno, l’unica soluzione è cambiare ritmo, una questione musicale, appunto.

Lo stesso anno, sempre 1995, sono alla presentazione dell’opera ommia di Bene, al Campidoglio, in un video amatoriale caricato su YouTube appaio dietro Carmelo Bene, in una tenuta militare, con un foglio nel taschino. Qui video al min.2.0.

Conosco Daniela durante la presentazione e un anno dopo ci sposiamo. Racconto lo strano incontro a Goffredo Fofi e lui lo racconta a Carmelo Bene: hai fatto sposare due miei amici. E lui gli risponde: caro Goffredo, il matrimonio e il divorzio sono la stessa cosa. Il desiderio, dunque, è come il concetto di Dio, non c’è, quindi esiste, se c’è, non esiste. Tutti i miei tentativi letterari (spesso frustrati) e non, di trovare una chiave di lettura per la scrittura e per l’amore, la vita, l’impegno, la conoscenza, il futuro e il passato, derivano da questa logica Beniana: il matrimonio e il divorzio sono la stessa cosa, l’unione è separazione. Più ci si estenua insieme e più si è distanti. Non ci resta altro da fare che riportare in vita i cadaveri infantili, come nel Don Giovanni. Chi è quella bambina brutta, brufolosa, antipatica che appare come uno spettro e che Don Giovanni cerca di prendere? È solo la vita, la vita puttana e mediocre: possiamo solo prenderla a calci. Tuttavia trovare la bambina, quindi l’infanzia, ovvero quella dimensione che tutto e niente contiene, significa rovinarsi la vita. E Carmelo Bene s’è fatto a pezzi (con bendaggi e montaggi estremi): lui era l’assenza, la sparizione, il gesto segmentato. Il narciso tragico, non quello che comunemente si racconta, lo specchio, la vanità, ma quello che si isola (sono solo al mondo, non ho un amico, uno a cui posso raccontare la mia storia) e precipita nella sua stessa immagine per un eccesso di conoscenza: sono io? E quale io?

Mi sono inscritto al corso di genetica sperimentale, ad Agraria, perché avevo capito quanto fossero belle e importanti e vitali le contaminazioni. E l’ho fatto perché Carmelo Bene era l’uomo più contaminato e influenzato che potesse mai esistere, e gli riusciva, in questo guazzabuglio di colori e geni e sensazioni e poesia, tra alto e basso, di trovare la chiave di volta capace di reggere o far crollare il sistema a noi noto, l’ovvio che bloccava la nostra comprensione. Carmelo Bene era un poeta ogm. Geneticamente migliorato. Si può mai essere così megalomani da immedesimasi in Amleto? Ma, quella è roba da neurodeliri, bisogna diventare, appunto, una macchina attoriale.

Negli anni a venire ho visto decine di suoi spettacoli e rivisto tante volte i suoi film. Per un accidente, sedevo accanto a Michele Cucuzza, tanti anni fa, a Roma, al teatro dell’Angelo, quando durante l’Adelchi uno spettatore disse: Carmé abbassa il volume, e poi scappò via. Lui interruppe lo spettacolo e noi lo pregammo di continuare, ma niente, ci disse: non mi siete piaciuti, lo dovevate linciare. Michele Cucuzza andò nei camerini nel tentativo di convincerlo a ricominciare, ma si sentirono solo urla e parolacce e minacce nei suoi confronti. Michele Cucuzza, quindi, con molto aplomb, risalì sopra e ci disse: è un po’ nervoso, meglio lasciare perdere. Ero a Napoli, all’Augusteo, per Dino Campana, Bene era tutto bendato, quasi incartapecorito dalle fasciature. Disse: faccio una pausa, non perché sia stanco, ma perché devo cambiare il leggio, voi potete approfittarne per commentare Campana. Poi si fermò: anzi, non commentate affatto, che è meglio. Non commentate! Come precedeva i tempi. Dopo quella serata all’Augusteo ci fu una rivolta: Carmelo Bene era stato in scena meno di un’ora, quindi non valeva il prezzo del biglietto: quanti inutili commenti, e non c’erano ancora i social network.

Fate un esperimento. Prendete un saggio tecnico, che parli di cose specifiche, non so piano energetico, economia, agricoltura e ambiente, un saggio che dica cose magari spiacevoli nei confronti di alcune nostre ovvie convinzioni, e non per gusto della provocazione ma solo per amore dell’analisi e potete notare la gragnola di commenti rabbiosi che si abbattono contro il saggista. Quei commenti vengono da persone evidentemente incompetenti in materia, ma che di contro, amano commentare, non domandare, attenzione, cosa legittima, ma commentare. Siamo tutti, quindi, convinti di avere un’opinione, evidentemente, e sentiamo necessario esprimerla. La democrazia oggi è rovinata dalla demagogia, appunto, da quella costante micromegalomania: ci diamo del tu, convinti di esistere. Come se potessimo fare a meno delle domande (dunque della conoscenza). E se è vero che possiamo farne a meno è solo perché non vogliamo cedere alle influenze, alle contaminazioni: non vogliamo rovinarci la vita, amiamo l’ovvio, ci piacciono le certezze granitiche, e siamo sempre lì, convinti di salvare il Ruanda, e non solo non sappiamo nemmeno dov’è.

Ero a Roma, e Napoli e a Palermo per Hamlet suite e ricordo a memoria i versi di Gozzano: e io non voglio più essere io, l’esteta gelido il sofista… Amleto riletto da Gozzano. Ero (imbucato) a un convegno, quando Carmelo Bene spiegò che la straziante orazione di Ulisse, nella terzina del 26esimo canto, andava declamata facendo vibrare di inquietudine la parola conoscenza (che nel Trecento era fonte di inquietudine e paura). Il contrario di quello che gli attori di prosa facevano da secoli. È questa sua spiegazione che mi rende un progressista tragico, o un ottimista ragionevole: cosa volete che facciamo? Ci neghiamo il gusto dell’esperienza, di vedere cosa c’è dietro al sole, nel mondo disabitato? Dobbiamo andare e dobbiamo sapere che molto probabilmente cadremo, o verremmo risucchiati o forse no, forse sposteremo le colonne d’Ercole, forse. Fatto sta che la conoscenza porta con sé tremore ed esitazione, la conoscenza ci rovina la vita, precipitiamo in noi stessi, nel pozzo della conoscenza, però che affascinante musica nell’incedere. O nella caduta.

Ero a casa, nel mio luogo natale, a Caserta, il 16 marzo 2002, sabato, quando mio padre mi venne a dire, dispiaciuttissimo: è morto Carmelo Bene, come mi stava simpatico. E io risposi lo so, ma non era vero, non lo sapevo che era morto, voglio dire, sapevo che stava per morire, ma nessuno me l’aveva detto. Cioè, tempo prima vidi quello che fu il suo ultimo recital, La figlia di Iorio all’Argentina. Ero seduto all’ultimo palchetto, in alto alla destra del palco: tutto esaurito. L’avevo, in quella posizione, visto entrare abbastanza malconcio. L’avevo visto poi piegarsi per prendersi gli applausi e poi, all’improvviso, aveva alzato la testa e puntato lo sguardo su di me: mi ha sorriso e salutato con la mano. Ho ricambiato, come se lo conoscessi da sempre, e gli ho sorriso, e infine, a sipario chiuso, ho capito che era non era un semplice saluto, ma un addio.