Perché non vi è piaciuto il finale di Game of Thrones

Qui siamo ragionevolmente “spoiler free”. Se volete una guida ragionata e “spoiler full”, leggetevi Zerocalcare su Wired Italia. Qui invece vi spiego perché la narrazione dell’ultima parte di Game of Thrones non vi è piaciuta.

TLDR: è diventato un banale racconto psicologico moraleggiante e non più una storia sociologica in cui i personaggi reagiscono e vengono cambiati dal contesto esterno. (Spiego tutto in 5-6 minuti massimo, promesso).

Svolgimento
Dunque, ciao ciao Game of Thrones, serie televisiva che era iniziata il 17 aprile del 2011. Otto anni e otto stagioni dopo, domenica scorsa la serie è finita. In maniera ahimé consolatoria e deludente. Ho trovato, nella summa di articoli in circolazione – pieni di spoiler peraltro – questo della giornalista scientifica Zeynep Tufekci che è secondo me il più sensato e mi trova d’accordo su molti punti.

Una premessa: GoT è finito in anticipo rispetto ai libri, nel senso che gli showrunner David Benioff e D.B. Weiss si sono trovati dalla sesta stagione inclusa in avanti senza più dei libri da mettere in scena. Avevano dei semilavorati e un bigino per punti condiviso con George R.R. Martin che nel tempo si è fatto sempre più esile, nel senso che la sesta e parte della settimana stagione sono basate in buona parte sulla sinossi dei libri che Martin sta scrivendo (forse) mentre l’ottava è decisamente basata su qualcosa di paragonabile a una lista di punti su un tovagliolino da bar girato da Martin ai due showrunner al termine di una serata da ubriachi.

Altra premessa: i libri di GoT (e le prime stagioni) sono una storia sulla violenza del potere. Il sesso nella prima stagione, per quanto piuttosto esplicito e abbondante (poi nelle stagioni successive scompare), è semplicemente uno strumento narrativo e uno specchietto per noi allodole dello schermo. In realtà, la base è la violenza dell’esercizio del potere e la capacità che questo ha di corrompere le persone. A questo il livello di analisi ero arrivato io, ai tempi.

Da sociologico a psicologico
La giornalista turca Tufekci fa decisamente un passo in avanti e spiega perché la serie crolla nelle ultime due stagioni, soprattutto nell’ottava e nel finale. Il punto è che cambia completamente metodo con il quale viene raccontata la storia. Si passa da un modo sociologico a uno psicologico. Ed è una descrizione che trovo perfetta. Utile oltretutto perché intercetta i problemi di molte narrazioni anche in altri settori. Infatti, la Tufekci fa il paragone con lo storytelling aziendale e le narrazioni di aziende come Apple, Facebook e Google, in cui seguiamo l’aspetto psicologico dei leader coinvolti anziché capire la partita nel suo schema più ampio, e questo ci rende praticamente impossibile capire il momento di cambiamento che stiamo vivendo: ma ci torniamo dopo.

La partenza della Tufekci è fulminante:

The show did indeed take a turn for the worse, but the reasons for that downturn goes way deeper than the usual suspects that have been identified (new and inferior writers, shortened season, too many plot holes). It’s not that these are incorrect, but they’re just superficial shifts. In fact, the souring of Game of Thrones exposes a fundamental shortcoming of our storytelling culture in general: we don’t really know how to tell sociological stories.

E poi spiega:

At its best, GOT was a beast as rare as a friendly dragon in King’s Landing: it was sociological and institutional storytelling in a medium dominated by the psychological and the individual. This structural storytelling era of the show lasted through the seasons when it was based on the novels by George R. R. Martin, who seemed to specialize in having characters evolve in response to the broader institutional settings, incentives and norms that surround them.

Per poi tirare la stilettata:

After the show ran ahead of the novels, however, it was taken over by powerful Hollywood showrunners David Benioff and D. B. Weiss. Some fans and critics have been assuming that the duo changed the narrative to fit Hollywood tropes or to speed things up, but that’s unlikely. In fact, they probably stuck to the narrative points that were given to them, if only in outline form, by the original author. What they did is something different, but in many ways more fundamental: Benioff and Weiss steer the narrative lane away from the sociological and shifted to the psychological. That’s the main, and often only, way Hollywood and most television writers tell stories.

Un problema di corsia
In sintesi quel che la Tufekci dice è che le storie raccontate da un punto di vista psicologico (come si fa sistematicamente in televisione e sempre più nel giornalismo) vanno perché sono un modo di fare storytelling emotivo. Le storie raccontate da un punto di vista sociologico hanno invece a che fare con dei personaggi che sono visti dall’esterno: non lettori non ci identifichiamo con uno in particolare, perché non è la loro psicologia a portare avanti il peso della storia e della sua spiegazione.

Non vi sbagliate: i personaggi raccontati in chiave sociologica hanno ovviamente sempre le loro identità, la loro psicologia, la loro storia personale; ma vengono influenzati fortemente dalle forze esterne: le istituzioni e gli eventi attorno a loro. La loro vita interiore cambia per via di quello che succede attorno a loro. Per questo i cattivi non sono completamente tali e i buoni non riescono ad essere completamente tali. Per questo le psicologie evolvono in modo non manicheo o meccanico. E sempre per questo motivo ci identifichiamo con la narrazione, con la serie: cioè un po’ con tutti e un po’ con nessuno.

Infatti in questo tipo di narrazione per di più i personaggi compiono solo parti dell’azione complessiva, non sono risolutivi – nessuno di noi è risolutivo nella vita, se non nelle nostre narrazioni soggettive – e spesso e volentieri muoiono. E muoiono male. E muoiono “sprecati”, dal punto di vista di un possibile racconto psicologico in soggettiva. Ma avete presente quando muoiono le persone reali? Ecco, funziona così: una interruzione improvviso, un grandissimo spreco di potenzialità.

Hanno rotto il giocattolino
Per questo soprattutto l’ultima stagione è diversa e vi piace molto meno: si passa da una storia in cui si va avanti sul filo della tensione tra quello che succede esternamente e il modo in cui influenza la psicologia e le azioni dei personaggi – e dove tutto è precario, come nella vita -, a uno in cui invece è la psicologia dei personaggi a cambiare il mondo e a dargli un senso. Come in un raccontino moraleggiante: buoni e cattivi, la solita minestra.

All’improvviso i personaggi muoiono solo in modo eroico e temporalmente prolungato, drammatico e pieno di pathos. Le morti sono simboliche, ci deve essere un significato soggettivo nella scomparsa di un personaggio. Da un punto di vista narrativo diventano addirittura rituali (la morte di personaggi minori come strumento per portare avanti la storia). E comunque i personaggi principali sopravvivono, per quanto in maniera improbabile (vedi la battaglia tra i vivi e gli Estranei, dove di personaggi ne muoiono pochi e in maniera fin troppo eroica e “messa in scena”, simbolica e rituale), dal momento che servono vivi perché devono portare avanti una storia in cui “fanno la differenza”.

La complessità esistenziale, oltre al livello di scrittura di Martin che era riuscito a tenere assieme moltissimi fili narrativi, diventano all’improvviso un raccontino moraleggiante molto semplicistico, in cui i buoni combattono contro i cattivi. E ciao.

I due autori (chissò che danni faranno quando cominceranno a scrivere la prossima trilogia di Star Wars) hanno trasformato una storia potente – oltre che ben girata e recitata – in qualcosa di ridicolo e improbabile (anche se non guardiamo ai numerosi buchi narrativi), sostanzialmente perché non hanno capito la storia che stavano raccontando e il motivo per il quale la stavano raccontando. Hanno trasformato una storia in cui la complessità delle interazioni e delle conseguenze che ne emergono (che poi è il modo in cui funziona il mondo) in un racconto semplice e oltretutto mal scritto.

Le storie psicologiche come quelle raccontate dai due showrunner sono basate sulla identificazione delle qualità morali con i personaggi che li portano avanti (i buoni e i cattivi) e congelano in una coerenza alle volte semplicemente stolida perché rendono praticamente impossibile i cambiamenti profondi, non parliamo poi dei diversi punti di vista. Vedi il problema di Daenerys che diventa una mad queen senza una motivazione plausibile – tradendo agli occhi dello spettatore le caratteristiche morali immutabili del suo personaggio – e quello simmetrico di Jon Snow, che invece si blocca letteralmente in scena, come una patata lessa, perché gli showrunner non hanno le risorse narrative per affrontare una situazione di doppio legame (Jon Snow che deve scegliere tra la donna che ama e che ha giurato essere la sua regina, e la sua natura di protettore di tutte le persone, inclusi nemici arresi). La soluzione al dilemma è a dir poco assurda, soprattutto da un punto di vista della logica narrativa: altro che trasformazione in mad queen, è una scelta simbolico a livello delle scuole medie.

Verrebbe da dire che l’ultimo morto “a tradimento” di GoT, nello stile violento e improvviso portato avanti da Martin, sia stato la serie di Game of Thrones e lo spirito che la muoveva.

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(Questo testo verrà distribuito con la mia newsletter, Mostly Weekly, domenica prossima)