Quelli che vanno al cinema e quelli che decidono gli Oscar

Arrivati i dati definitivi sul crollo degli ascolti della serata degli Oscar, è esploso il mare di critiche a Neal Patrick Harris che l’ha condotta. Non agli autori del programma tv, non a chi ha scelto i film arrivati alle nominations.
Il peggiore risultato dal 2009. Solo alcuni dicono di una scaletta assurda con due ore di premi tecnici e minori in partenza per consumare nella mezz’ora finale quelli maggiori ai famosi. Molti accennano alla nota composizione del corpo dei votanti dell’Academy (96 per cento bianchi, 76 per cento maschi, età media 62 anni). Altri alla mancanza di nominations per gli afroamericani. Ma il problema vero sta, come dice il New York Times, nel divorzio che si è consumato tra chi va alla cassa dei cinema e chi candida i film agli Oscar. È vero che negli anni scorsi hanno vinto The Artist e The King’s Speech ma mai come quest’anno l’intero pool di nominati per miglior film (che è lo scheletro del programma tv) era stato così elitario.

Solo American Sniper specchiava la volontà popolare ed è stato ignorato, a parte un premio tecnico. Se un film incassa 317 milioni ai botteghini domestici (quello di Clint Eastwood) e, nello stesso periodo, quello che vince (Birdman) ne porta a casa 11, qualcosa vorrà dire. Poi possiamo raccontarci che il programma tv doveva funzionare comunque e dare tutta la colpa al bravo Neal Patrick Harris. Rimane il fatto che il pubblico del Superbowl e di Nascar ad un certo punto se ne è andato. La serata dei famosi era diventata una cena ad inviti della gente del cinema e a casa, nell’Iowa, si sono chiesti «ma questo chi cazzo è?» e «perché non premiano l’unico film che ho visto quest’anno, American Sniper?».

PS: Jon Stewart (grande) andò molto peggio di Neal Patrick Harris e il film che vinse allora fu No country for old men dei fratelli Coen, che ci è piaciuto tanto ma ha incassato 74 milioni in America e nella classifica domestica dell’anno arrivò al numero 36.