Better Call Saul potrebbe vivere senza Breaking Bad

Le prime due puntate di Better Call Saul sono andate in onda domenica e lunedì su AMC, la rete di Mad Men, The Walking Dead e Breaking Bad. Di quest’ultima serie Better Call Saul è lo spin-off, opera di Vince Gilligan e Peter Gould.

Domenica i Grammys in onda sulla CBS hanno perso tre milioni di telespettatori rispetto allo scorso anno e non poco c’entra pure la programmazione di AMC. La prima puntata della nuova stagione di The Walking Dead ha fatto 15,6 milioni, con il solito botto nel gruppo demografico chiave tra i 18 e i 49 anni (10,1 milioni). Ma ancora più impressionante è stata la performance di Better Call Saul, che ha portato a casa il record per la prima di una serie tv nello stesso gruppo demografico (esclusi i grandi networks NBC, CBS, FOX, ABC). Quindi la partenza più vista da quelli sotto i 50 anni nella storia delle tv cable (4,4 milioni tra i 18-49). Ora vedremo come si comporta la visione ritardata sulla settimana, che la Nielsen conta e broadcasters e pubblicitari valutano ormai più della prima. I dieci episodi di Better Call Saul sono già stati rinnovati, senza attendere i risultati, per una seconda stagione da tredici. Netflix si è presa i diritti di distribuzione in molti paesi.

Insomma, sembrerebbe, attesa ripagata per la costola di Breaking Bad. E la nuova serie ci va vicino, come racconto. Siamo sempre dalle parti della fenomenologia del perdente che è ormai declinata dalle serie tv americane in infiniti modi, non solo serial killers. In America c’e’ una parola, “loser”, per dire dello sconfitto, perdente che viene usata con una accezione larga. Talmente diffusa che ogni volta mi chiedo perché, rispetto a cosa, come, quando. Partita persa.
Il mondo diviso in vincenti e perdenti è una precondizione della scrittura seriale ma il salto è stato realizzato con la trasformazione dei losers in eroi moderni, riformati. È questa una delle chiavi dell’età d’oro della televisione americana che stiamo vivendo.

In Better Call Saul siamo sempre ad Albuquerque e il nostro anti-eroe (Bob Odenkirk) è un “piccolo” avvocato che si occupa di penale. Il piccolo diventerà grande, come Walter White di Breaking Bad, di una grandezza che non conosciamo ovviamente ancora ma che certamente disintegrerà il sistema della giustizia americana come ce lo hanno consegnato i Perry Mason prima di lui. Questo si capisce da subito e questo è il filo delle storie di Gilligan. In un quadro generale mutuato da una rilettura dei fratelli Coen e di Elmore Leonard, Gilligan ci porta dentro le sicurezze date per scontate, dentro la superficie manichea del buono e giusto per muoversi con la grazia di un apriscatole in un’operazione a cuore aperto. È la demolizione della scrittura banale e consolatoria.

Jimmy McGill che diventa Saul Goodman ci ributta dentro Breaking Bad. Con un inizio in bianco e nero. Rimandi, citazioni si addensano già in queste prime due puntate ma Better Call Saul potrebbe benissimo vivere senza il suo seguito, che è venuto prima. Non siamo chiamati a tifare (se lo abbiamo fatto per Walter White è stata una adesione da riflesso condizionato). Questa volta la prima impressione è che il racconto sia potenzialmente perfino meglio dell’altro. Ma forse è solo il desiderio di rimuovere quella fine di Breaking Bad.

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