Il cinepanettone rimosso, Vacanze a Miami

Con le feste di questi giorni è arrivata nei cinema di casa nostra anche la gara a smarcarsi dai cinepanettoni. Se ne fanno sempre ma ora si preferisce usare il topos vintage “commedia all’italiana”. Che fa ridere i polli, se non proprio gli spettatori. L’ideona televisiva che ci è venuta è stata quella di fare un cinepanettone dal vero e l’abbiamo chiamato Vacanze a Miami. Una vera e propria rivendicazione. Sono quindi reduce da una ventina di giorni a Miami in cui abbiamo provato a raccontare per Rai Tre (con Emilia Bransi) questa provincia italiana per cui passano, si dice, circa 200mila connazionali all’anno. Molti poi decidono di fermarsi. O almeno ci provano perché la legge americana in materia di visti non è notoriamente il decalogo dell’accoglienza. Ma a Miami, tra palme e sole, pare sia più permeabile. Soprattutto per chi arriva con denaro, tanto denaro. E in questo noi italiani siamo misteriosamente bravi a tirare fuori conigli pieni di soldi da cilindri bucati. Nei nuovi grattacieli di South Beach si parlano italiano e spagnolo, spesso mischiati, e così si celebra la nascita di una nuova lingua, un ibrido cresciuto sul glorioso asse Ibiza-Miami.

Abbiamo così scoperto che siamo un paese di agenti immobiliari. Italiani che vendono ad altri italiani. Ma non cosette-casette da 100mila euro (pure quelle) ma appartamenti dal milione ai venti milioni. Che poi un altro italiano, nel nostro programma, chiama “catapecchie” perché le case dei veri ricchi vanno via per molto di più, cifre che una volta faceva solo zio Paperone.
Ho incontrato italiani lamentosi, felici, rinati, sconfitti ma sempre divertenti. Dentro un cinepanettone perenne in cui passano le decine di migliaia di turisti per cui Miami è solo South Beach. Quella lingua di spiaggia in cui ci si aggira alla caccia di calciatori e veline, che ci sono davvero. Magari ex calciatori ma parecchio celebrati un tempo, tante maglie azzurre che ora vivono nel sole perenne.

Miami è diventata una delle mete preferite dalle coppie in viaggio di nozze, ci hanno detto agenzie turistiche italiane. Non ho capito perché sia diventata un luogo quasi mitologico. Con un mare così così, un cibo così così e negozi di catene, uguali a quelli che trovate ormai in molte città italiane.
In alcuni casi, come ha detto, Marco Mazzoli (quello dello Zoo di 105 che da Miami trasmette) ci siamo chiesti: ma questo che cazzo fa? La domanda non sempre ha avuto una limpida risposta. In altri casi abbiamo raccolto storie di italiani brava gente, come asciugati sotto il sole dalle chiacchere dei talk che mi hanno rintronato quando ero a Roma.
In tanti casi italiani visi pallidi che il mare lo vedono di passaggio, che lavorano sodo e che hanno trovato condizioni (zero o poche tasse, agevolazioni varie) per provare a mettere su una piccola impresa. In questi giorni, prima della messa in onda prevista per i primi di gennaio, ci tornerò sopra.

Arrivato a Roma per montare le tante ore di girato, sono andato subito a trovare Renzo Arbore, che a Miami arrivò tra i primi, quando su Ocean Drive c’erano solo “i vecchi ebrei di New York che si dondolavano sulle sedie deco-scalcinate degli alberghetti che ora chiamano boutique hotels”. Bei tempi, allora.

arbore

Quello anziano è a sinistra; quello giovane a destra, con gilet e camicia a righe.

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