La minaccia (fantasma) dello scientismo

Ho un problema con la parola “scientismo”. Non capisco bene cosa significhi, ma ho da tempo il sospetto che abbia molto in comune con la parola “buonismo”: siccome pare brutto attaccare direttamente la scienza (o la bontà), ci si inventa un bersaglio di comodo da colpire più facilmente. (Poi ci sono anche quelli che randellano scienza e bontà senza problemi, ma questo è un altro discorso.)

Pensavo che la difficoltà fosse solo mia, ma questa estate, dopo aver letto un lungo articolo del neuroscienziato Steven Pinker apparso su New Republic, ho capito di non essere il solo. Pinker ammette anche lui di non sapere cosa sia lo scientismo, ma fa una proposta: adottiamo la parola, togliamogli il significato peggiorativo e trasformiamola in un marchio positivo. Il resto dell’articolo è però semplicemente una lunga e appassionata difesa della scienza, quindi forse potremmo continuare a chiamare le cose col nome che hanno. Ma capisco la provocazione.

Come dicevo, comunque, è difficile capire che cosa intendano, di preciso, quelli che usano la parola scientismo. Ho fatto i compiti, e mi sono andato a leggere la dozzina di recenti articoli di condanna che lo stesso Pinker cita all’inizio del suo articolo. Vediamo un po’.

Vi risparmio (e mi risparmio) la noia di fare un copia-incolla di passi salienti di quegli articoli. Chi vorrà potrà leggerseli per conto suo (buon divertimento). Ciò che li accomuna, più che il consenso su cosa sia lo scientismo, è il tono di grave urgenza di fronte alla minaccia che esso rappresenta per l’uomo e per la società. Lo scientismo è “un dogma, che pretende che la scienza abbia la soluzione a ogni problema” (1), che vuole “portare il suo metodo anche in domini dell’attività umana a cui non appartiene” (2), “richiedere che i non scienziati si inchinino di fronte al consenso scientifico lasciando che siano gli scienziati a decidere alcuni dei più importanti aspetti politici della società” (3), “eclissare metodi alternativi di conoscenza – primo fra tutti quello filosofico – che possono in realtà portare a certezze più grandi di quello scientifico” (4), “conquistare quasi tutto il territorio di quelle che un tempo erano considerate questioni di competenza della filosofia” (5), “confondere i fatti con i valori” (6), e via di questo passo (vabbe’, ho detto che non avrei fatto un copia-incolla, ma i virgolettati sono tutte citazioni letterali tratte dagli articoli).

Accidenti. È tanta roba, e viene quasi da avere davvero paura, di fronte a questo spettro che si aggira per il mondo moderno. Poi uno apre gli occhi, si sciacqua il viso, si guarda intorno, e si chiede in che mondo vivano coloro che paventano la realizzazione dell’incubo scientista. L’ipotesi più probabile è che si tratti di una facoltà universitaria, visto che il tipico portavoce della preoccupazione che lo scientismo stia per conquistare il mondo è un certo tipo di intellettuale di formazione umanistico-filosofica. Alcune di queste rimostranze, in effetti, assomigliano in modo sospetto alle lotte per la difesa del territorio accademico (“giù le mani dalla gnoseologia, l’ho vista prima io!”): ma non pensiamo male, e ipotizziamo che si tratti di genuina preoccupazione per i destini dell’umanità. La nostra società rischia davvero di soccombere di fronte all’avanzata dell’esercito scientista?

Non si direbbe. La visione scientifica del mondo ha un peso politico prossimo a zero. Nel nostro paese, i rappresentanti provenienti dal mondo della scienza eletti in parlamento sono sempre stati un numero ridicolo, ben lontani dal poter esercitare una qualsiasi forma di pressione organizzata. Recentemente, il presidente Napolitano ha nominato senatori a vita due ottimi ricercatori. Due su quattro, nel caso specifico: sembra una buona percentuale, e lo è, ma se uno si va a guardare la lista di tutti i senatori a vita precedenti trova solo due scienziati, su quarantadue nominati. E ricordiamo che la costituzione parla esplicitamente di meriti in campo scientifico come di uno dei possibili criteri per la nomina. Se poi andiamo a guardare esempi di particolari provvedimenti politici in cui gli aspetti scientifici hanno una qualche rilevanza, c’è da farsi cascare le braccia. L’ultimo, in ordine di tempo, è quello relativo al finanziamento della sperimentazione del “metodo” Stamina, approvato praticamente all’unanimità dal parlamento a fronte dello scetticismo (per usare un eufemismo) della comunità scientifica. Il tutto, in un paese che ormai da anni riduce sempre di più le risorse dedicate alla ricerca.

Questo per quanto riguarda il nostro orticello, ma si può allargare lo sguardo al resto del mondo e le cose non cambiano granché. Non si può certo dire che gli scienziati abbiano grande peso nell’orientare le decisioni dei governi: non ce lo hanno neanche nelle materie in cui un parere scientifico è in effetti rilevante (dai mutamenti climatici, alle politiche energetiche, alle terapie mediche), figuriamoci nelle altre. Se la paura è quella che gli scienziati impongano la loro visione delle cose in materia politica (sempre ammesso che ne abbiano una comune, cosa quantomeno dubbia), direi che gli avversari dello scientismo possono stare tranquilli.

E però, si potrebbe dire che quello che conta non è se gli scienziati abbiano davvero potere, ma il fatto che i temibili ideologi dello scientismo vorrebbero che fosse così. Il che dimostra che quella sullo scientismo è soprattutto una discussione accademica, largamente fondata su ragionamenti ipotetici. Detto questo, personalmente credo che, sì, gli scienziati dovrebbero avere molta più voce in capitolo sulle questioni sociali e politiche che coinvolgono competenze inerenti al loro campo di specializzazione, e più in generale su quelle nella cui valutazione possa tornare utile l’uso del metodo scientifico. Questo fa di me uno scientista? Se è così, faccio mio il suggerimento di Pinker e mi proclamo orgogliosamente tale.

Restano le questioni che cadono fuori dal dominio di azione dell’indagine scientifica ma su cui, secondo l’accusa, gli scientisti pretenderebbero di mettere le mani. Qui la cosa si fa più confusa, perché i criteri in base a cui stabilire se una questione rientra o no nell’ambito di ciò che è conoscibile dalla scienza non sono universalmente accettati. Lasciamo stare la caricatura dello scienziato che cerca di spiegare e comprendere l’arte di un dipinto “scomponendone i pigmenti e facendone l’analisi chimica per capire come la loro mistura dia vita alle sottili tonalità per cui il dipinto è celebrato” (l’ho trovata davvero, in un articolo di risposta a quello di Pinker, intitolato, con grande senso della misura, “Crimes agains humanities“). Spero che nessuno pensi che uno scienziato del genere, ammesso che esista nella realtà, possa essere un esemplare rappresentativo di qualcosa che non sia la popolazione di una clinica psichiatrica. L’arte, la letteratura, la musica, non hanno bisogno di essere sottoposte a una analisi scientifica per essere apprezzate (o ne hanno nello stesso senso in cui hanno bisogno di un’analisi linguistica, o filologica, o storica, e non si vede perché la scienza, da questo punto di vista, dovrebbe essere da meno).

Ma venendo a questioni più serie, è del tutto ovvio che, data una qualunque definizione vagamente sensata di “scienza” come procedimento di conoscenza basato sull’evidenza empirica, esistono questioni che cadono fuori dal suo raggio di azione. La scienza non può e non vuole dare risposta a tutte le domande dell’uomo, e anche nelle materie che sono suscettibili di indagine scientifica esistono in ogni momento storico enormi lacune. Spero però che nessuno voglia affermare che, per quanto riguarda le questioni su cui è possibile una valutazione basata sull’evidenza empirica, esistano metodi di conoscenza alternativi a quello scientifico.

Detto questo, la cosa interessante (lo dico senza alcuna ironia) sarebbe capire chi ha la competenza necessaria per pronunciarsi sulle questioni non empiricamente conoscibili, e da dove discende la conoscenza in materia. Su questo punto, quelli che bacchettano lo scientismo sono stranamente evasivi. Si insiste molto sui limiti della scienza, ma non si capisce a chi o a cosa dovremmo affidarci per avanzare oltre quei limiti. Il sospetto è che, per alcuni, non si debba affatto avanzare, e che il bello sia semplicemente rassicurarsi ogni mattina, al risveglio, che esistano ancora vaste regioni della realtà che non possano, e non debbano, essere conosciute: potremmo chiamarli i “misteristi”, o gli “ignoristi”. Ci sono poi quelli che ne fanno una questione di supremazia: la filosofia, per esempio, sarebbe superiore all’osservazione empirica che, cito di nuovo, “potrebbe essere errata o incompleta, mentre le scoperte filosofiche dipendono principalmente da principi logici o razionali. Come tale, laddove la scienza tende ad alterare e aggiornare i propri risultati giorno per giorno attraverso prove ed errori, le deduzioni logiche sono senza tempo.” Saranno anche senza tempo, ma dicono poco su come è fatto il mondo reale: esistono infinite proposizioni logiche perfettamente valide che si rivelano false una volta vagliate empiricamente.

A questo proposito, mi resta un’ultima curiosità. Appurato che esistono aspetti della realtà e dell’esperienza umana che non rientrano nel campo di indagine della scienza, per quale ragione, esattamente, il parere di uno scienziato in materia dovrebbe essere meno rilevante di quello di chiunque altro? Se si esce dalla gabbia delle competenze tecniche, perché lo scienziato non potrebbe dire la sua al pari di altri esponenti del mondo culturale? Sorge il dubbio che tutto questo affannarsi ad agitare lo spauracchio dello scientismo nasca dal timore di vedere eroso il ruolo di autorità nel dibattito delle idee occupato fino a oggi dagli intellettuali di estrazione umanistica. Finché gli scienziati erano tecnici in camice bianco, che non volevano o non sapevano confrontarsi con questioni che esulavano da quelle del loro laboratorio, andava tutto bene. Adesso che qualche rara voce proveniente dal mondo della scienza, come quella di Pinker, è riuscita a conquistarsi uno spazio rilevante nel più ampio dibattito pubblico, ci si sente minacciati. Ma invece di alzare barricate, non sarebbe meglio collaborare, umanisti e scienziati, per capire meglio il mondo e migliorare le prospettive dell’umanità?