A che serve la scienza?

Prima o poi capita. Se di mestiere fai lo scienziato, e in più ti trovi spesso a raccontare la scienza a chi scienziato non è, puoi stare sicuro che quel momento arriverà.

Sei lì che commenti l’ultima scoperta – qualche misura fisica complicatissima o l’immagine di un evento lontano anni-luce che un telescopio è riuscito a cogliere per la prima volta – e, mentre ti fai prendere la mano dalla meraviglia, mentre cerchi le parole migliori per comunicarla, quella meraviglia, all’improvviso arriva la domanda:

«Quali sono le ricadute pratiche?» Oppure: «Cosa cambia per noi dopo questa scoperta?»

Hai capito bene. Ti sta chiedendo perché uno dovrebbe darsi la pena di mettere in piedi un esperimento sofisticatissimo come quello di cui stai provando a descrivere i dettagli. Ti sta chiedendo che ce ne facciamo di quel telescopio spaziale, perché ci siamo sbattuti così tanto per metterlo in orbita – razzi, combustibile, calcolo della traiettoria, anni di preparazione, e magari poi abbiamo pure dovuto mandare qualche astronauta a ripararlo – solo per fotografare qualche nube di gas che se ne sta per i fatti suoi in qualche angolo dell’universo. Ti sta chiedendo – educatamente – di piantarla con le chiacchiere (se fosse stato un americano dai modi spicci, avrebbe detto “cut the bullshit”, masticando un sigaro) e di spiegargli che ci hai fatto con i soldi delle sue tasse e perché magari dovrebbe continuare a darteli in futuro.

In pratica, stringi stringi, ti sta chiedendo a che serve la scienza.

A me è capitato un sacco di volte. Magari era un giornalista, a fare la domanda, oppure era un curioso che era venuto a sentire una conferenza. Volevano sapere che cosa potremmo farci con i neutrini, se davvero dovesse venire fuori che vanno più veloci della luce. Oppure se la nostra vita cambierà quando a Ginevra, dopo trent’anni di preparazione, dovessero davvero catturare quella particella (la particella di Dio, nientemeno). O che ce ne viene dal capire la materia oscura. E la lista potrebbe continuare.

Be’, non è sempre facile rispondere, meno che mai con una frase o uno slogan. Magari sarebbe più semplice se facessi il biologo, o il chimico, o mi occupassi di ricerche mediche, o se fossi un fisico che studia i materiali. Basterebbe dire: serve a questo, e parlare di genomi sequenziati, di farmaci di sintesi, di pannelli fotovoltaici. Ma vedete, io sono un astrofisico: un cosmologo, per l’esattezza, e per di più teorico. Nove volte su dieci, mi ritrovo a raccontare cose di cui, per quanto mi sforzi, di conseguenze pratiche immediate per l’umanità è difficile vederne. (Messi peggio di me, tra i fisici, ci sono solo quelli che studiano la teoria delle stringhe.) Sia chiaro, ormai un po’ di esperienza ce l’ho, quindi più o meno me la cavo sempre. Per esempio, so che bisogna dire che la ricerca non ha sempre una ricaduta immediata, e che a volte le conseguenze pratiche vengono fuori inaspettatamente, magari dopo decenni. Oppure che le ricadute sono indirette. E poi, fatti non foste a viver come bruti!, e compagnia bella. Però ho sempre paura che queste suonino un po’ come risposte di circostanza; che come tutte le frasi che sono state ripetute infinite volte, anche da gente che in fondo non ci credeva davvero (io sì, io ci credo!), siano diventate formule vuote, che abbiano perso un po’ della loro verità. Che si siano consumate con l’uso.

E poi, diciamolo: una parte di me (e sono sicuro che succeda anche a molti miei colleghi) è quasi infastidita. Ma come, ti sto dicendo che abbiamo capito come e quando ha avuto origine l’universo, e tu mi chiedi adesso che ci facciamo? Insensibile! (Fatti non foste a viver come bruti!, eccetera.)

Inoltre, non sempre la domanda è posta con neutralità, o con benevolenza. A volte è fatta da qualcuno che deve decidere se e quanto sia il caso di investirci, nella scienza: un politico, un finanziatore. A volte chi ti chiede a che serve la scienza non è semplicemente curioso di ascoltare la risposta: sta proprio mettendo in dubbio che serva a qualcosa. E questo atteggiamento di dubbio o di contrarietà nei confronti della scienza lo si trova anche tra molte persone istruite, anche tra i cosiddetti intellettuali.

Insomma. A che serve la scienza, e a chi? Deve servire davvero a qualcosa, o a qualcuno? C’è scienza utile e scienza inutile? Ci sarebbero da capire un sacco di cose. Allora ho deciso che vorrei farlo con calma, partendo dall’inizio. E ho pensato: visto che ho questo spazio sul Post, perché non usarlo per questo, ragionando a voce alta (metaforicamente), un po’ alla volta? Non lo so ancora che cosa verrà fuori. Magari ce la caviamo con un paio di post: capiamo subito a che serve la scienza, e la finiamo lì. Oppure ci accorgiamo che è troppo difficile, e rinunciamo. Oppure andiamo avanti per un anno. Vedremo.

È un esperimento. Dopotutto, siamo scienziati.

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