Come si valuta la ricerca?

Quello di stabilire criteri sensati per la valutazione della ricerca scientifica è un problema estremamente complesso. Come si fa a stabilire se un gruppo di ricerca ha meritato davvero i fondi che gli sono stati assegnati, e se ha diritto ad averne ancora? Possiamo giudicare tutte le attività di ricerca con lo stesso metro, indipendentemente dal campo specifico di indagine? E gli stessi criteri possono restare validi per giudicare uno scienziato in ogni fase della sua carriera?

Sono domande che chi governa una nazione seria non può eludere e che non hanno una risposta semplice. In Germania, sull’onda dello “scandalo” che ha coinvolto il ministro della difesa, è in corso un dibattito che ha trovato espressione, tra l’altro, in un documento prodotto dalla fondazione Bosch. Un comitato di esperti ha identificato sette criteri, che personalmente trovo condivisibili. Presumo che anche molti altri scienziati sarebbero d’accordo. Ma, chissà perché, dubito che sarebbero accolti con uguale favore dai politici.

Ecco i punti, con qualche mio commento (per la versione completa vi rimando all’articolo originale, tradotto in inglese sul blog Backreaction ).

1. Limitare l’inondazione di pubblicazioni.
Una delle regole pratiche attuali è: “publish or perish”, ovvero “pubblica o muori”. Il che ha portato a una sovrapproduzione di articoli di bassa qualità (e di giornali scientifici di bocca buona). Una delle conseguenze è che si fa anche fatica a separare gli articoli veramente validi dal rumore di fondo. Puntare alla qualità, piuttosto che alla quantità, sarebbe auspicabile.

2. La ricerca fondamentale ha bisogno di fondi permanenti.
In pratica, non si possono vincolare i finanziamenti alla produzione di risultati pratici immediati, o addirittura di profitti economici. Sacrosanto.

3. Maggiore enfasi al contenuto dei risultati scientifici.
È, in un certo senso, la riproposizione del punto 1. Ovvero: qualità, invece che quantità.

4. Condannare la firma “strategica” degli articoli.
È normale che, tra gli autori di un articolo scientifico, alcuni abbiano contribuito meno di altri al lavoro di ricerca. In casi estremi, però, alcuni autori hanno semplicemente firmato l’articolo, per ragioni “strategiche”: per esempio perché sono i capi del gruppo di ricerca. Per scoraggiare questa pratica bisognerebbe trovare un modo per valutare l’effettivo contributo dei vari autori.

5. I ricercatori dovrebbero scrivere le loro proposte di finanziamento.
Negli ultimi anni, soprattutto a livello europeo, la complessità delle procedure per la richiesta di fondi è diventata formidabile. Al punto che, a quanto pare, starebbero nascendo agenzie che farebbero il lavoro di scrittura delle proposte per conto degli scienziati. Questo punto si oppone a questa pratica.

6. Trasparenza nella presentazione dei dati.
Un punto talmente ovvio che non ha bisogno di commenti.

7. La buona ricerca ha bisogno di tempo.
Se il tuo orizzonte è quello di un contratto di pochi anni, o addirittura mesi, e sei costretto a pubblicare, tendi a privilegiare piccoli progetti, spesso insignificanti dal punto di vista dell’impatto scientifico, ma che danno risultati immediati. Purtroppo, però, non si possono fare progressi importanti quando si hanno in vista solo obiettivi a breve termine.

Come dicevo, tutto abbastanza condivisibile. La cosa interessante è che tutti questi punti sono in controtendenza con l’andamento storico delle cose nelle nazioni avanzate: segno che il disagio con gli attuali criteri di valutazione è generalizzato. Resta comunque il problema vero: come si passa dai criteri generali alla loro applicazione pratica?