Con gli occhi della tecnica

“Ho sempre avuto lo stesso sguardo di oggi prima ancora di sapere qualsiasi cosa di fotografia”.

Si riconosce lo sguardo di Robert Mapplethorpe. Classico nella composizione, rigoroso nell’uso della luce, lo studio è il suo mondo, le ambientazioni sono quasi asettiche, spoglie. I soggetti (uomini, corpi, fiori, bambini, statue, peni, frutta) non sono originali, sono i più diversi, ma osservandoli si nota una somiglianza che nella realtà non esiste: che sia uno o l’altro poco importa. C’è interscambiabilità.

Sembra che Mapplethorpe studi le forme con un’attenzione maniacale, riduca la realtà, i corpi, gli oggetti a forme chiare e definite, dove il bianco e nero, con un forte contrasto, aiuta a sottolineare l’importanza del soggetto e delle sue caratteristiche. Tratta corpi di uomo, di donna, come i fiori, come i visi, come i peni, come le fragole e le rane, li riduce all’essenza e nel frattempo li nobilita: ciò che si osserva sono sculture che ricordano quelle di Donatello, che ricordano i marmi bianchi e lisci del Discobolo.

Ci sono anche diversi ritratti, esposti al Forma. Ce ne sono scattati con la Polaroid. Ce ne sono di canonici, con il viso centrale e ben illuminato e lo sfondo bianco o nero. Tra uno e l’altro mi sono stupita di trovare ritratti di tagli inaspettati, audaci inquadrature in cui da una forma ben conosciuta (la testa, la schiena) se ne ricava una nuova, mai vista, che mai mi sarei aspettata! E si badi bene che nemmeno in questi casi si perde l’equilibrio della composizione classica, l’illuminazione perfetta.

Così come se un uomo incasinato cercasse la chiarezza componendo immagini senza tempo. Ma non vi dico di averlo capito. Io, che so apprezzare la neve e le finestre e la luce sui muri, forse Mapplethorpe non lo capirò mai.

 

 

 

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