Come fotografare il silenzio

Todd Hido è un fotografo di San Francisco, California, con opere esposte nei più importanti musei americani e alle spalle una dozzina di libri pubblicati. L’ultimo è del 2010 e s’intitola “A Road Divided”, “Una Strada Divisa”. L’ho comprato da poco; tornare a casa, vederne anche solo la copertina, mi ricorda che un’altra fotografia è possibile. E che ci si può anche lavorare.

Ho scritto a Hido, chiedendogli se avesse voglia di mandarmi qualche riga sul suo lavoro, su come decide cosa fotografare, su cosa lo affascina. Mi ha risposto così: “Guido, guido molto. La gente è solita chiedermi come scovo posti da fotografare, rispondo che guido in giro. Guido e guido e per la maggior parte del tempo non trovo nulla che mi interessi”. Ha aggiunto: “Poi, qualcosa chiama. Qualcosa che sembra strano in qualche modo oppure uno spazio vuoto. A volte è una scena triste. Mi piace questo genere di cose. Allora scatto e alcune foto vanno bene. Così continuo a guidare e a guardarmi attorno e a scattare.”

Todd Hido fotografa il silenzio. Di notte, di giorno, con pioggia, al sole, con la neve. Lo fotografa nascosto in stanze illuminate da lampadine gialle e calde, quando fuori la notte ingoia il resto. Lo fotografa in strade che s’incurvano tra campi coltivati. Lo fotografa in tronchi di alberi messi ad asciugare, in stanze vuote, in letti disfatti, in donne che si lasciano guardare senza barriere. Parla di una realtà che tutti conosciamo, ma la rende fuori dal tempo, la racconta con i contorni sfuocati, ci fa credere di essere altrove.

Scatta sempre in pellicola, mai in digitale, senza aggiungere illuminazione artificiale alla scena: senza flash ne luci addizionali. Le molte finestre illuminate sono indispensabili alla riuscita della fotografia, sono indispensabili per sapere che lì dentro ci sta vivendo qualcuno. Sono indispensabili a Hido per immaginare la vita che vi si sta svolgendo.