Dalla Champions una lezione per il futuro

Come molti italiani nei giorni scorsi mi sono visto le partite delle nostre squadre in Champions League e, come gli stessi italiani avranno notato, non è stato un grande divertimento.

Le due milanesi l’hanno sfangata contro avversari dal budget modesto e, quindi, dallo spessore tecnico limitato. Hanno entrambe finito in affanno, fisico il Milan, psicologico l’Inter. I rossoneri hanno, comunque, col pareggino col Bate Borisov, centrato la qualificazione (ma regalato il primato del girone al Barcellona). L’Inter ha ottenuto i tre punti che cercava contro i campioni di Francia del Lille (ma palesando ancora tutte le sue fragilità difensive). Insomma il brindisi lo possono anche fare, le nostre regine del calcio, ma coi calici mezzi vuoti.

Segnali preoccupanti sono arrivati anche dall’Allianz Arena di Monaco dove il Napoli ha perso dimostrando precarietà tattica e mancanza di idee, salvandosi solo con un finale “caratteriale” da una figuraccia colossale. Il Bayern nel primo tempo ha giocato come il gatto col topo riuscendo a bucare il bunker azzurro con una facilità disarmante.

Per cui tra chi parte forte e cala alla distanza (Inter e Milan) e chi parte con l’handicap per poi tentare improbabili colpi di coda (Napoli), penso che il quarto turno di Champions League abbia confermato l’esistenza di un gap evidente tra il calcio italiano e le maggiori leghe europee, deficit per altro riscontrabile a tutti i livelli (anche di settore giovanile). Sto parlando di mancanza di intensità, intesa come capacità di dare il massimo di sé sempre, da Ibrahimovic fino al centravanti dei Pulcini del Messina. La lettura è a prima vista di tipo sportivo, ma in realtà invade ambiti culturali e motivazionali. Noi (italiani) siamo abituati a tirare fuori il meglio solo se costretti, mentre solitamente ci accontentiamo di “gestire” le situazioni, secondo la regola del massimo risultato con il minimo sforzo.

Io ho vissuto in prima persona, avendo la fortuna di lavorare nello staff di Lippi, gli ultimi due Mondiali dell’Italia. Ebbene nel 2006 gli Azzurri vinsero perchè trovarono le motivazioni in una situazione disperata, assediati da mille polemiche. Ritrovata la serenità la Nazionale non è più riuscita ad esprimere un’intensità di gioco sufficiente per tornare a essere competitiva.

Quest’atteggiamento speculativo sembra far parte di una sorta di pigrizia mentale che ci contraddistingue. Un tema sollevato più volte all’interno dei working group che stanno elaborando, per il Settore Tecnico della FIGC (sotto la direzione carismatica di Roberto Baggio), delle proposte metodologiche per migliorare i processi formativi dei giovani nelle Scuole Calcio di periferia. Un tema, questo dell’intensità del gioco, caro soprattutto a Luca Gotti, collaboratore stretto di Roberto Donadoni, che spesso nelle riunioni di lavoro che abbiamo svolto in questi ultimi mesi ha sollevato il problema.

Putroppo penso che per poter vedere una squadra italiana dare il massimo con continuità occorrerà ancora del tempo. Tempo che dovrà essere impiegato per riportare il gioco e il divertimento dentro gli allenamenti di tutti i giorni, creando un clima emotivo più stimolante intorno alla vita sportiva del calciatore di domani. Una rivoluzione culturale ed etica che dovrà coinvolgere tutti (ma proprio tutti): dirigenti, istruttori, genitori, giornalisti. Ne saremo capaci?