Cosa non torna nei numeri sui morti per caldo in Italia
Il ministero della Salute parla di un incremento di mortalità «contenuto», mentre uno studio internazionale ha stimato uno scenario più preoccupante
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Nell’estate del 2026, nelle 54 città italiane monitorate dal ministero della Salute, sono morte 733 persone in più del previsto tra chi aveva più di 65 anni: è un incremento pari a circa il 2 per cento, che in un rapporto dello stesso ministero pubblicato il 13 ottobre viene definito «contenuto nonostante le ondate di calore particolarmente intense e prolungate».
Dieci giorni dopo uno studio dell’Imperial College di Londra è arrivato a una conclusione molto diversa. Ha stimato che in 87 aree urbane italiane il caldo avrebbe contribuito alla morte di 13.303 persone di età superiore ai vent’anni. Di queste, viene detto che 8.772 sono da attribuire al cambiamento climatico. «Credo si possa affermare con una certa sicurezza che l’estate del 2026 è stata la peggiore mai registrata in termini di mortalità legata al caldo in gran parte dell’Europa» ha detto alla CNN una delle autrici dello studio, Clair Barnes.
I due risultati misurano cose diverse e non si possono confrontare direttamente: cambia il numero di città coinvolte, l’età delle persone considerate, e il fatto che il ministero conta l’aumento della mortalità e l’Imperial College la mortalità attribuibile al caldo. Entrambi, però, cercano di misurare l’impatto delle alte temperature sulla mortalità e il modo in cui vengono interpretati questi dati può avere conseguenze concrete. Se il rischio di morire per il caldo è contenuto, è importante capire perché e se le misure di prevenzione abbiano contribuito a contenerlo. Se invece cresce, diventa necessario rafforzarle.
Dire quale delle due sia la “valutazione giusta”, però, è abbastanza difficile per un motivo molto banale: non esiste un modo diretto per contare tutte le persone che muoiono a causa del caldo. Un colpo di calore può essere identificato come la causa diretta di un decesso, ma è molto raro che il caldo compaia nei certificati di morte. Come spiega anche l’Organizzazione mondiale della sanità il caldo può aggravare numerose condizioni preesistenti e sono questi effetti, di solito, a essere documentati, per esempio le complicanze di malattie cardiovascolari, respiratorie, renali, metaboliche.
L’epidemiologia, la disciplina che studia come sono distribuite le malattie e i decessi nella popolazione, cerca comunque di misurare queste morti e per farlo utilizza metodi diversi.
Nel rapporto del ministero della Salute sono stati raccolti dati sui decessi dalle anagrafi comunali e sono stati confrontati con un valore calcolato sulla media dei decessi nello stesso periodo dal 2016 al 2025. Nelle 54 città monitorate tra il 25 maggio e il 15 settembre, sono morte 37.097 persone di almeno 65 anni, rispetto alle 36.364 attese: una differenza di 733 decessi appunto.
È una misura dell’andamento complessivo della mortalità e non permette di stabilire quante di quelle morti siano state provocate direttamente da temperature più alte degli anni precedenti. Inoltre le 54 città monitorate sono soprattutto grandi centri urbani e non sappiamo quello che è avvenuto nelle zone rurali o nei comuni che sono stati esclusi.
L’Imperial College analizza in effetti molti più territori, 87 in totale in Italia, e non usa i dati sui decessi di quest’estate, fa invece una stima sulla base di modelli statistici. A partire dai dati di mortalità di 232 città europee tra il 2000 e il 2019, i ricercatori hanno ricostruito come cambiava il rischio di morire al variare della temperatura media giornaliera.
Per descrivere questa relazione hanno utilizzato il “rischio relativo”: per esempio, un rischio relativo di 1,43 indica che, secondo il modello, a quella temperatura la mortalità è del 43 per cento più alta rispetto al riferimento. I risultati vengono poi rappresentati con delle curve, chiamate curve di rischio appunto, che mostrano come cambia il rischio al variare della temperatura e dell’età delle persone.
I ricercatori hanno poi usato queste curve per stimare il rischio di mortalità nelle 854 aree urbane europee che hanno esaminato e lo hanno applicato alle temperature medie giornaliere registrate tra il primo giugno e il 31 agosto del 2026. Per calcolare il numero di decessi, hanno combinato questi rischi con le caratteristiche della popolazione di quella zona (età, mortalità, etc).
Immaginiamo una città in cui, alla temperatura di minimo rischio, si registrino normalmente 10 decessi al giorno. Se durante un’ondata di calore la temperatura media giornaliera sale notevolmente e la curva epidemiologica indica per quella giornata un rischio relativo di 1,16, significa che la mortalità è superiore del 16 per cento rispetto a quella di riferimento. Il modello utilizza questa differenza per stimare quanti decessi siano attribuibili al caldo: in questo caso, circa 1,4 ogni 10 decessi attesi in quella giornata. Questo calcolo viene poi ripetuto per ogni fascia d’età e per ciascun giorno dell’estate.
Così facendo per le 87 aree urbane italiane studiate hanno stimato circa 13mila morti.
Per calcolare quante di queste fossero dovute al cambiamento climatico, infine, hanno svolto le stesse operazioni con le temperature medie che ci sarebbero state senza il riscaldamento globale e le hanno sottratte al totale. Così hanno ottenuto le quasi 9mila morti che abbiamo riportato nel grafico iniziale, che hanno avuto picchi in città come Milano e Roma rispettivamente di 1627 e 1558 decessi.
Anche il metodo dell’Imperial College, però, ha dei limiti. Il primo riguarda il territorio studiato: le 87 aree urbane italiane esaminate sono più numerose delle 54 città monitorate dal ministero, ma comunque non comprendono tutta l’Italia. Inoltre hanno applicato le curve di rischio anche alle zone per le quali non erano disponibili serie storiche sufficienti, una tecnica statistica chiamata “meta-regressione” che permette di analizzare molte più località, ma che non può rappresentare accuratamente le differenze tra i territori.
C’è anche un altro limite importante: le curve di rischio si basano su dati che si fermano al 2019 e potrebbero non descrivere la vulnerabilità al caldo della popolazione nel 2026. È una questione che aveva sollevato un gruppo di ricercatori in una lettera pubblicata sulla rivista Epidemiologia & Prevenzione nel luglio 2025. Nel rapporto sull’estate 2024, per esempio, erano state confrontate le curve di rischio del periodo che va dal 2015 al 2019 con quelle del 2022, 2023 e 2024. I risultati indicavano che negli anni più recenti il rischio di morte associato alle alte temperature è diminuito, sia al Nord sia al Centro-Sud.
Questo cambiamento potrebbe dipendere almeno in parte dalle misure prese anche dalle istituzioni per mitigare gli effetti del caldo. Il Piano nazionale per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute, sviluppato dopo l’estate particolarmente calda del 2003, prevede bollettini che segnalano con alcuni giorni di anticipo le condizioni meteorologiche pericolose e una serie di interventi organizzati a livello locale. Comuni e servizi sanitari possono per esempio individuare le persone più vulnerabili, contattare gli anziani che vivono soli, organizzare visite domiciliari e rafforzare l’assistenza durante le ondate di calore.
Non è però ancora possibile stabilire quanto della diminuzione del rischio sia dovuto a questi interventi. L’epidemiologo Francesco Barone-Adesi, in un commento pubblicato nel 2025, aveva osservato che la riduzione emersa nelle analisi del 2023 e del 2024 appariva particolarmente rapida, tanto da essere difficilmente spiegabile soltanto con misure di prevenzione introdotte gradualmente nel corso degli anni.
Servirebbero quindi delle analisi costruite negli stessi territori, periodi e gruppi di popolazione, utilizzando i decessi effettivamente registrati e confrontando le stime ottenute con curve di rischio storiche e più recenti. È quanto chiede anche il think tank italiano ECCO, che in un rapporto pubblicato a ottobre propone un’analisi indipendente per distinguere le differenze dovute ai metodi da un eventuale cambiamento del rischio.



