ArcelorMittal si prese l’Ilva per farla fallire?

Lo sostengono i commissari che la gestiscono per conto del governo, che al loro arrivo nel 2024 trovarono una situazione disastrosa

di Francesco Gaeta, Angelo Mastrandrea

Una veduta dell'ex Ilva di Taranto nel 2013 (ANSA/CIRO FUSCO)
Una veduta dell'ex Ilva di Taranto nel 2013 (ANSA/CIRO FUSCO)
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In questi giorni la magistratura si sta occupando sia del passato che del futuro dell’ex Ilva, il grande impianto siderurgico di Taranto che oggi si chiama Acciaierie d’Italia. A Roma la Corte di Cassazione ha confermato la decisione di fermare le attività dell’area a caldo, la più importante, dove si fondono le materie prime per trasformarle in acciaio: è di fatto la fine dell’ex Ilva, che ora dovrà chiudere davvero, con conseguenze sul lavoro di migliaia di persone. Intanto i magistrati di Taranto devono decidere se autorizzare il fermo di due manager di ArcelorMittal, il gruppo siderurgico che ha gestito l’impianto tra il 2018 e il 2024.

Secondo la procura tarantina, Lucia Morselli, che all’epoca guidava il ramo italiano della multinazionale, e Alessandro Labile, che dirigeva lo stabilimento, avrebbero falsificato i dati sulle emissioni inquinanti dell’impianto, in collaborazione con un funzionario pubblico, Francesco Astorri, responsabile dei controlli dell’Ispra, l’istituto per la protezione ambientale. Ora è il giudice per le indagini preliminari a dover decidere sulla carcerazione preventiva.

Sono due notizie diverse ma accomunate da un fatto importante: la gestione di ArcelorMittal appunto, uno dei maggiori produttori mondiali di acciaio. La gestione dell’Ilva da parte di ArcelorMittal avrebbe dovuto rilanciare l’impianto, e invece fu un fallimento tecnico, ambientale e in parte politico.

Oggi l’ex Ilva è gestita dallo Stato in amministrazione straordinaria, la procedura del diritto fallimentare per continuare a far funzionare le aziende in crisi, concordando con un tribunale un piano di risanamento dei debiti. Nel frattempo lo Stato ha cercato un nuovo compratore senza mai trovarlo.

I tre commissari a cui è affidata la gestione in amministrazione straordinaria sostengono che quella di ArcelorMittal nei confronti dell’Ilva fu una «killer acquisition», come viene definita un’operazione con cui un’azienda ne compra un’altra concorrente per neutralizzarla. I commissari hanno citato in giudizio ArcelorMittal e gli ex amministratori davanti al tribunale civile di Milano, chiedendo un risarcimento di oltre 7 miliardi di euro. Sulla gestione dell’azienda indaga anche la procura di Milano, che ipotizza il reato di bancarotta fraudolenta.

Il gruppo ArcelorMittal entrò nella storia dell’Ilva nel 2018, quando il salvataggio del gruppo siderurgico, appartenuto fino al 2015 alla famiglia Riva, sembrava già molto difficile. La multinazionale si era aggiudicata l’anno precedente la gara di acquisto indetta dal governo, impegnandosi a rilanciare la produzione e a risanare gli stabilimenti. Il contratto prevedeva inizialmente l’affitto degli impianti, con l’obbligo di acquistarli al verificarsi di alcune condizioni a un prezzo concordato di 1,8 miliardi di euro. A questi soldi si aggiungeva un piano di investimenti da circa 2,4 miliardi, per ammodernare la produzione e ridurne l’impatto ambientale. L’ingresso di uno dei maggiori gruppi siderurgici mondiali sembrava offrire all’ex Ilva le risorse finanziarie e industriali necessarie per uscire dalla crisi.

Nella richiesta di risarcimento, i commissari nominati dal governo nel 2024 scrivono che la gestione di ArcelorMittal fu tutt’altra cosa: un «caso emblematico di saccheggio dell’impresa», si legge, attuato in base a una «specifica e preordinata strategia predatoria», volta a «estrarre valore» dagli stabilimenti, per poi progressivamente disimpegnarsi senza completarne l’acquisto.

L’insegna dell’ex Ilva a Taranto dopo il cambio di gestione del 2018 (Renato Ingenito/LaPresse)

Al momento del loro arrivo i commissari di Acciaierie d’Italia – nel frattempo il nome era diventato questo – hanno trovato innanzitutto impianti molto deteriorati e oltre mille criticità tecniche che mettevano a rischio la continuità produttiva. I problemi riguardavano soprattutto gli altiforni, cioè i grandi impianti delle acciaierie in cui si produce ghisa a partire da minerali di ferro e carbone.

Il numero 2 (l’Ilva ne ha quattro, più un quinto demolito nel 2019) era stato fermato senza svuotarlo correttamente del materiale contenuto al suo interno, cosa che non ne consentiva il riavvio in sicurezza. Fu perciò necessario rimettere in funzione l’altoforno 1, fermo da tempo, mentre sull’altoforno 4 emerse l’urgenza di interventi non previsti.

Le manutenzioni durante la gestione ArcelorMittal, che i commissari hanno giudicato insufficienti, hanno provocato due conseguenze: la necessità di spendere molto per recuperare gli impianti e la perdita di produzione dovuta al loro deterioramento. Il danno più consistente è derivato dalla riduzione dell’attività: con meno altiforni funzionanti si è prodotta meno ghisa e, di conseguenza, meno acciaio, compreso quello da destinare ai laminatoi e agli stabilimenti dell’ex Ilva di Genova e Novi Ligure, dove veniva lavorato.

Tutto questo tra febbraio 2024 e ottobre 2025 avrebbe portato secondo i commissari a 3,7 miliardi di ricavi non realizzati: è una stima contenuta nell’azione risarcitoria contro ArcelorMittal, non un danno già accertato in giudizio.

Durante la gestione della multinazionale, molti dei clienti storici dell’acciaieria cambiarono fornitore. Secondo una perizia disposta dai commissari, tra il 2019 e il 2020 la società perse 299 clienti e nel 2023 il peso dei clienti storici continuativi era sceso al 74 per cento delle vendite, contro l’88 degli anni precedenti. I commissari parlano di consapevole «sviamento della clientela».

In quel periodo i clienti italiani dovevano essere gestiti da una società italiana, ArcelorMittal Italy Services (AMIS). In pratica, diversi clienti importanti furono affidati direttamente ad ArcelorMittal Flat Carbon Europe (AMFCE), una società del gruppo esterna ad Acciaierie d’Italia. Accadde per i clienti del settore automobilistico e di quello degli imballaggi, ma anche per altri, che già acquistavano acciaio dall’Ilva ben prima del 2018. Secondo i commissari, questo sistema avrebbe favorito il progressivo trasferimento della clientela ad altre società ArcelorMittal.

Una manifestazione per chiedere la chiusura dell’ex Ilva e la bonifica del sito a Taranto, 17 ottobre 2026 (ANSA/ ANGELO INGENITO)

Anche i pagamenti ai fornitori in quel periodo rallentarono per effetto di minori flussi di denaro nelle casse dell’azienda. Per capirlo bisogna parlare dell’aumento di capitale dichiarato dai manager di allora. Nel luglio del 2021 Lucia Morselli, amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, disse al Sole 24 Ore che ArcelorMittal aveva sostenuto l’ex Ilva con un «versamento di capitale di 1,8 miliardi» avvenuto al momento dell’ingresso nella società, nel 2018. I commissari straordinari hanno però contestato il metodo di questa operazione: cioè il fatto che avvenne prevalentemente attraverso operazioni contabili anziché versamenti in denaro.

Il meccanismo era questo: ArcelorMittal aveva un credito nei confronti della propria tesoreria centrale, ArcelorMittal Treasury, e lo trasferì alla società italiana. Acciaierie d’Italia ottenne così il diritto di riscuotere oltre 1,2 miliardi dalla tesoreria della multinazionale, anziché ricevere direttamente quella somma sui propri conti bancari. Ogni volta che la società italiana doveva pagare un fornitore, la tesoreria centrale metteva a disposizione il denaro necessario, riducendo l’importo che le doveva. Secondo i commissari, il sistema ebbe per conseguenza la perdita di autonomia nella gestione dei pagamenti: dall’inizio del 2020 i fornitori venivano pagati prevalentemente dopo gli incassi dai clienti, mentre i tempi di pagamento si allungavano.

Nel 2021 ArcelorMittal cominciò a ridurre il proprio coinvolgimento nell’ex Ilva, mentre lo Stato tornò a finanziare l’azienda. Attraverso Invitalia, l’agenzia pubblica per gli investimenti, il governo versò 400 milioni di euro nella società di controllo di Acciaierie d’Italia, ottenendo il 38 per cento del capitale e il 50 per cento dei diritti di voto. L’ingresso dello Stato portò al cosiddetto “deconsolidamento”: l’azienda italiana uscì dal gruppo ArcelorMittal e cominciò a recuperare la gestione diretta degli acquisti, delle vendite e della tesoreria. Ma la multinazionale mantenne ancora una partecipazione di maggioranza.

L’accordo tra ArcelorMittal e Invitalia prevedeva un secondo investimento pubblico da 680 milioni di euro, che avrebbe portato lo Stato al 60 per cento del capitale. Non fu però mai effettuato perché era legato all’acquisto definitivo degli stabilimenti, che ArcelorMittal non completò. A dicembre del 2023 la multinazionale si rifiutò di partecipare a una nuova ricapitalizzazione e nel febbraio del 2024 Acciaierie d’Italia fu quindi posta in amministrazione straordinaria. Una settimana dopo il tribunale di Milano ne dichiarò l’insolvenza.

ArcelorMittal respinge tutte le accuse dei commissari. Sostiene di aver investito circa 2 miliardi di euro nell’ex Ilva e di aver rispettato gli impegni assunti, e attribuisce parte delle difficoltà alle decisioni dei governi italiani e al mancato rispetto degli accordi da parte di Invitalia.

A luglio del 2025 ha avviato un arbitrato internazionale contro il governo italiano al Centro internazionale per il regolamento delle controversie sugli investimenti (ICSID), un tribunale privato internazionale promosso dalla Banca Mondiale che può emettere un lodo vincolante, cioè una decisione per risolvere la controversia che entrambe le parti sono tenute a rispettare.

ArcelorMittal ha chiesto allo Stato italiano un risarcimento di oltre 1,8 miliardi di euro per aver «espropriato illegalmente» il suo investimento e per aver «attuato misure discriminatorie, inique, sproporzionate e contrarie alle legittime aspettative». La multinazionale dice che le decisioni del governo italiano hanno influenzato negativamente i suoi interessi in Europa.