La Cassazione ha ordinato un terzo processo di appello nel caso dell’espulsione di Alma Shalabayeva e di sua figlia, nel 2013

Alma Shalabayeva a Roma, 31 gennaio 2014 (ANSA/CLAUDIO ONORATI)
Alma Shalabayeva a Roma, 31 gennaio 2014 (ANSA/CLAUDIO ONORATI)

La Corte di Cassazione ha ordinato un terzo processo di appello per i cinque poliziotti coinvolti nel caso dell’espulsione dall’Italia di Alma Shalabayeva, moglie di un dissidente kazako, e di sua figlia, che avvenne nel 2013 e fu al centro di un grosso caso politico. Nel 2025 la Corte d’appello di Firenze aveva condannato quattro di loro a 5 anni di reclusione, e l’ultimo a 4 anni con l’accusa di sequestro di persona in relazione a irregolarità nelle procedure di espulsione. Il nuovo processo riguarderà solo l’espulsione della figlia, dato che per i reati relativi alla madre è stata riconosciuta la prescrizione.

Gli imputati sono l’ex capo della Squadra mobile Renato Cortese e i funzionari Luca Armeni e Francesco Stampacchia: il procuratore generale della Cassazione ritiene che nel secondo processo di appello non fosse stato provato adeguatamente il loro dolo (semplificando, l’intenzione di compiere un reato) e che quindi non potessero essere condannati per un reato in concorso (nel loro caso, concorso in sequestro di persona). Ci sono inoltre l’ex responsabile dell’Immigrazione Maurizio Improta e il funzionario Vincenzo Tramma: Per l’ex responsabile dell’Immigrazione Maurizio Improta e per il funzionario Vincenzo Tramma invece la Cassazione ha riconosciuto il dolo, quindi il nuovo processo riguarderà solo l’attribuzione delle attenuanti generiche.

Il caso risale al 29 maggio 2013: Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, fu prelevata insieme alla figlia dalla polizia, nella sua casa di Casalpalocco, a Roma, e fu imbarcata su un aereo per il Kazakistan ed espulsa dall’Italia. La polizia in realtà cercava Ablyazov, nei confronti del quale era stato emesso un mandato d’arresto internazionale, ma la moglie e la figlia furono espulse rapidamente con un volo privato perché erano state trovate in possesso di un passaporto falso e non risultavano beneficiarie di asilo politico (Shalabayeva ottenne lo status di rifugiata nel 2014, dopo essere tornata in Italia alla fine del 2013).

Il caso fu molto seguito e si sospettò che l’espulsione di Shalabayeva, giudicata immotivata, fosse stata influenzata dal ministero dell’Interno: causò le dimissioni del capo di gabinetto del ministero, Giuseppe Procaccini, e una mozione di sfiducia contro l’allora ministro, Angelino Alfano, che però venne bocciata.