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  • Mercoledì 14 ottobre 2026

Tempi lunghi, ampi spazi

La vita di Arthur Koestler è una delle tantissime storie raccontate da Gianni Sofri nella propria autobiografia attraverso i libri

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«Questo scritto è nato una decina di anni fa dal proposito di mettere ordine tra i miei libri. Molte volte ho ricomprato, dopo una vana ricerca, un libro di cui avevo urgenza e che sapevo di avere. Non è successo, l’ordine. Per giunta la mia biblioteca è andata distribuendosi fra più case, l’ultima delle quali è l’appartamento della bolognese via San Vitale in cui conduco, dal 2023, la mia vecchiaia (ho attualmente 89 anni). Il trasloco ha anche a che fare con l’esorbitanza dei libri che nella più piccola casa precedente non stavano più nei loro panni e si erano estesi ovunque. Sfidando sempre più rischiosamente il vecchio inquilino che cercava di scavalcarli». Gianni Sofri spiega così, in uno dei capitoli iniziali, la genesi e l’idea di quella che è una particolare autobiografia, pubblicata in questi giorni da Sellerio col titolo Tempi lunghi, ampi spazi (e il sottotitolo Studiare per sconfinare. Una vita tra storia e geografia).

Il libro è il racconto della vita di uno studioso, con la cultura dello studioso e la sapienza di scrittura del divulgatore: Sofri è uno storico, ex docente universitario, autore di testi scolastici di storia e geografia per l’editore Zanichelli, grande esperto di Cina e di India, e di molte altre cose, come dimostra in ogni pagina. Muovendosi tra i percorsi e gli aneddoti personali e autobiografici, tra le pile dei propri libri, e tra gli episodi della storia del Novecento, Sofri rivendica la ricchezza degli interessi molteplici, in continua evoluzione, ed esercita ancora la sua attitudine a insegnare, e a studiare per insegnare. Insieme ai ricordi di altri studiosi (Arsenio Frugoni, Carlo Ginzburg, Delio Cantimori, Sandro Bortone), descrizioni e storie di luoghi (Hong Kong, Tuzla, Jaisalmer) e celebrazioni della geografia, si trovano sintesi di storia del Novecento essenziali e preziose, come nel racconto di chi sia stato Arthur Koestler.

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Non ricordo che anno fosse quando trovai il capolavoro di Arthur Koestler, Buio a mezzogiorno, nella biblioteca di mio zio a Trieste. Posso però ricostruirlo, perché ricordo invece due particolari. Il primo è che non ero ancora iscritto all’Università, il secondo è che lo lessi (quasi certamente) nei «Libri del pavone». Ora, io mi iscrissi all’Università nell’autunno del ’54. Quanto a Buio a mezzogiorno, Mondadori lo aveva pubblicato nella «Medusa» nel 1946, e ristampato per la prima volta nei tascabili «Libri del pavone» nel gennaio del ’54. Dunque, io dovetti leggerlo per l’appunto nell’estate di quell’anno.

Buio a mezzogiorno è un libro assai noto, benché lo sia meno di quanto meriterebbe anche oggi. Soprattutto ai giovani e nelle scuole, dove non credo venga più nominato. Detto molto in breve, racconta la storia di un funzionario del Partito comunista sovietico, un vecchio rivoluzionario bolscevico, che viene arrestato e accusato falsamente di aver tradito e di avere svolto attività controrivoluzionarie. Messo in una cella, viene poi sottoposto a duri interrogatori per cercare di estorcergli una confessione di crimini che l’accusato non ha mai commesso. È questo il nucleo fondamentale del libro: mostrare come l’apparato persecutorio di un regime autoritario e totalitario possa distruggere una persona fino a indurla a collaborare con chi vuole la sua condanna, pur di uscire dall’incubo che l’ha travolta. Ed è questo che accade al tragico protagonista, Rubashov, con una morte liberatoria.

Né l’Unione Sovietica né Stalin o altri importanti dirigenti del Partito comunista dell’URSS vengono nominati esplicitamente, ma solo per allusioni, perché Koestler voleva far capire di riferirsi a tutti i regimi totalitari. Ma che il «modello» fosse quello sovietico risulta chiaro da tanti elementi, per esempio dal fatto che il libro sia ambientato nel 1939 e scritto nel ’40: gli anni delle «grandi purghe», dei processi di Mosca che portarono alle condanne a morte di tanti alti dirigenti del Partito e del Paese, da Kamenev e Zinoviev a Bucharin.

La lettura del capolavoro di Koestler mi fece un’enorme impressione, e mi vaccinò per sempre nei confronti di ogni possibile simpatia per l’Unione Sovietica. Attenzione. Ho parlato non a caso di Unione Sovietica e non di «comunismo» in generale. Anni dopo, quando cominciai a studiare la Cina (e ancora dopo la fine della rivoluzione culturale), la vaccinazione non bastò a farmi guardare con lo spirito critico necessario a eccessi e perversioni dell’esperienza cinese, nella quale in molti vedevamo una realizzazione politicamente ed eticamente «diversa», e non un altro capitolo, altrettanto terribile, dello stesso libro.

In seguito, lessi altri scritti di Koestler, e naturalmente non pensai mai a lui come a un «rinnegato», ma continuai ad amarlo. Forse fu per questo, oltre che per amicizia, che un redattore del Mulino e «koestleriano» militante, Ugo Berti, mi chiese nell’89 di scrivere un’introduzione a un altro suo libro, Schiuma della terra. Accettai con entusiasmo, e ne approfittai per allargare la mia conoscenza della vita movimentata e delle opere principali di questo scrittore e intellettuale, libero e versatile, che aveva illuminato come pochi altri gli anni fra le due guerre e i primi del dopoguerra.

Nei due anni successivi mi fu chiesto di scrivere altre cose, più brevi, su Koestler, per l’«Unità» e per l’«Avanti!». Penso che l’articolo sull’«Unità» sia stato significativo perché segnalava un mutamento di rotta nell’atteggiamento di quel giornale (e di quel partito). Quanto all’«Avanti!», organizzò anche, a Milano, una tavola rotonda su Koestler «ribelle antitotalitario» (che poi pubblicò integralmente). Mario Baccianini mi chiamò a parteciparvi, insieme a Leo Valiani, Franco Venturi, Vittorio Strada. Ne fui emozionato. Valiani era stato compagno di prigionia di Koestler nel campo di concentramento del Vernet, e anche Venturi lo aveva conosciuto di persona a Parigi durante la guerra (di entrambi si parla negli ultimi capitoli di Schiuma della terra). Non avevo più visto Venturi dagli anni torinesi della «Rivista storica italiana». Ritrovai ancora la sua intelligenza tagliente di un tempo, ma lo sentii anche assai amareggiato e malinconico per sue personali vicende. Fui affettuoso con lui nei pochi momenti in cui rimanemmo a tu per tu, o quando ci accompagnarono insieme alla stazione; e anche lui, pur così severo, lo fu con me (così almeno mi parve). Venturi morì poco tempo dopo, sicché non potei più rivederlo. Anche per questo conservo un ricordo commosso di quell’ultimo incontro. E sono ancora grato a Ugo, e naturalmente a Koestler, per avermelo procurato.

Poche biografie come quella di Koestler si svolgono sotto il segno del cosmopolitismo. Era nato a Budapest nel 1905 da una famiglia di media borghesia ebraica. Suo nonno paterno era venuto dalla Russia in Ungheria, e qui aveva assunto il cognome di Koestler. Quella materna era invece una vecchia famiglia ebrea originaria di Praga, anche se la madre di Arthur era nata a Vienna (tre parenti di Koestler per parte di madre sarebbero morti ad Auschwitz). Nei primi anni Venti la sua famiglia si trasferì a Vienna, e per Arthur questo significò il passaggio dalla lingua ungherese a quella tedesca: vent’anni dopo, le circostanze della vita ne avrebbero fatto uno scrittore di lingua inglese.

Seguirono anni di grandi esperienze: un sionismo «modernizzante e occidentalizzante», un viaggio in Palestina dove fece i mestieri più svariati, ma che lo deluse. Poi Parigi, Berlino, l’avvio di una lunga attività giornalistica, nel 1931 l’iscrizione al Partito comunista tedesco e l’anno dopo un viaggio nell’URSS. Al ritorno, i primi segnali di una nuova delusione che sarebbe emersa alcuni anni dopo. Già nel treno, scrisse, la gente «aveva personalità diverse, invece di essere le molecole di una massa grigia e amorfa. Erano misteriosamente vivi, erano individui, e alcuni – oh, meraviglia! – avevano anche dei cani. Nessuno in Russia aveva cani, anche se me ne accorgevo solo ora». Negli anni successivi, una lunga collaborazione con il Komintern, in particolare con Willi Münzenberg (che morirà in Francia nel ’40, probabilmente assassinato da un commando due anni dopo la sua uscita dal Komintern), quindi una serie di viaggi in Spagna durante la guerra civile e una condanna a morte da parte dei franchisti, da cui si salvò grazie a una pressione internazionale, soprattutto inglese. Nel ’39, l’uscita dal Partito comunista dopo il patto tedesco-sovietico.

Negli anni della guerra, che per lui sono di grandi peripezie tra l’Inghilterra, la Francia e il Nordafrica, riesce a scrivere Buio a mezzogiorno e Schiuma della terra, usciti rispettivamente nel 1940 e 1941. Schiuma della terra è una grande testimonianza su uno dei momenti più tragici della recente storia europea, soprattutto di quella della Francia e della sua «strana disfatta», ma è anche una storia d’amore e un racconto di amicizie con grandi personaggi, spesso sventurati. Nel campo di concentramento francese del Vernet, nel quale resta per quattro mesi nel 1939-40, ha con sé il manoscritto di Buio a mezzogiorno, che riuscirà a salvare e consegnare all’editore Jonathan Cape.

Dopo la guerra scrive le proprie memorie ma anche saggi e libri sulla storia della scienza, sul cervello umano, sulla creazione poetica, sulla strana vicenda storica di una popolazione di ceppo turco, i Cazari, «La tredicesima tribù», convertitasi al giudaismo. A metà degli anni ’50 decide di dare il suo «addio alle armi». Ma non smette di battersi per i diritti umani e in particolare di partecipare insieme a Camus a una campagna rimasta celebre per l’abrogazione della pena di morte.

Si farebbe però un torto a questo grande personaggio se non si ricordasse che negli ultimi decenni della sua vita dedicò molta parte della sua attività di scrittore e di oratore a una critica spietata del proprio passato. Dovette fronteggiare gli attacchi di suoi vecchi amici che lo consideravano un traditore e un «rinnegato». Sentì di dover «espiare» per «errori» passati. Non ebbe alcuna indulgenza per quegli «errori», come se fosse continuamente chiamato a renderne ragione; continuò tuttavia, nei suoi scritti autobiografici, a rivendicarne le ragioni storiche.
Poche persone come Koestler sono state impietose con il proprio passato. Ma anche, forse, poche persone come Koestler hanno rivendicato l’importanza etica e storica dell’«esserci stati», rispetto a chi resta alla finestra, aggrappato a una Verità non conquistata e non sofferta.

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