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  • Giovedì 1 ottobre 2026

Cosa cambiò “Urlo”

70 anni fa la celebre poesia di Allen Ginsberg diventò un caso editoriale e giudiziario che indirizzò il dibattito sulla libertà di espressione negli Stati Uniti

di Marco Cassini

Allen Ginsberg legge le sue poesie a Washington Square Park a New York, nel 1966 (Photo by Dan Farrell/NY Daily News Archive via Getty Images)
Allen Ginsberg legge le sue poesie a Washington Square Park a New York, nel 1966 (Photo by Dan Farrell/NY Daily News Archive via Getty Images)
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Vent’anni fa, per il cinquantesimo anniversario dell’uscita di Howl and Other Poems di Allen Ginsberg, il raffinato editore statunitense Farrar, Straus and Giroux pubblicò un libro a più voci che ne tracciava la storia e ne riassumeva la fortuna, intitolato La poesia che ha cambiato l’America. Howl cinquant’anni dopo.

Può sembrare un’iperbole, ma settant’anni dopo l’inizio della storia editoriale e artistica di Urlo (il titolo che la poesia ha tradizionalmente avuto in italiano), è condiviso il giudizio sulle conseguenze profonde che ebbe su varie questioni legate alla creatività e alla censura dell’arte, non solo negli Stati Uniti.

Howl fu pubblicato nell’autunno del 1956, ma già il 7 ottobre del 1955 Allen Ginsberg, poeta ancora poco conosciuto e meno che trentenne, lesse per la prima volta in pubblico la parte iniziale di un lungo poema che stava ancora finendo di comporre. Il reading prese nome dal numero di poeti partecipanti e dal locale di San Francisco in cui si svolse, “6 Poets at 6 Gallery”, e passò alla storia come l’atto di nascita della “Beat generation”.

Tra il pubblico, oltre allo scrittore Jack Kerouac, c’era anche il poeta ed editore Lawrence Ferlinghetti che, la notte stessa, tornato a casa, ebbe il merito di scrivere un famoso telegramma a Ginsberg chiedendogli di ricevere il manoscritto: un anno dopo avrebbe pubblicato Howl and Other Poems per City Lights.

L’incipit, famoso e citatissimo, recita (nella traduzione di Luca Fontana, ormai classica anch’essa dal momento che risale al 1997): «Ho visto le menti migliori della mia generazione morir di fame isteriche nude». Chi è affezionato alla prima traduzione italiana, di Fernanda Pivano, ricorda la versione «affamate nude isteriche». Qui da noi fu ampiamente ripreso e rielaborato da Francesco Guccini nella sua canzone del 1967 “Dio è morto”.

Allen Ginsberg al Paradiso di Amsterdam nel 1992. (Paul Bergen/Getty Images)

Nell’intervista data al regista Cameron Crowe e inclusa nel libretto del suo disco multiplo del 1985 Biograph, Bob Dylan ammise che quel singolo verso «mi parlava molto più di tutta la letteratura su cui mi ero formato». Lo stesso Ferlinghetti citerà in modo ironico quell’incipit nel suo Populist Manifesto No. 1: «Abbiamo visto le menti migliori della nostra generazione morire di noia alle letture di poesia». Quel verso è stato riadattato in così tante varianti che “le menti migliori della mia generazione” è diventato un modo di dire, un luogo comune, anche per chi non ha mai letto Ginsberg e lo usa senza conoscerne l’origine.

Irwing Allen Ginsberg era nato a Newark, nel New Jersey, il 3 giugno 1926, ed era cresciuto a Paterson con il padre Louis, poeta, e la madre Naomi, alla cui morte avrebbe dedicato un altro poema di successo, Kaddish. Nel 1944, a diciotto anni, alla Columbia University aveva stretto amicizia con un gruppo di scrittori che si leggevano e si promuovevano a vicenda: in primis Jack Kerouac e William Burroughs, che in seguito avrebbero pubblicato le loro opere più significative, Sulla strada e Pasto nudo, e il loro amico Neal Cassady, che non avrebbe lasciato nessun libro di rilievo ma che fu un elemento di unione fra loro.

Quando, in momenti e con percorsi diversi, approdarono sulla West Coast, a loro si unirono Lawrence Ferlinghetti (fondatore della libreria-casa editrice City Lights di San Francisco, che divenne il loro quartier generale), Gregory Corso, Anne Waldman, Diane di Prima, Michael McClure, Peter Orlovsky: quel gruppo sarebbe passato alla storia come la “Beat generation”.

– Leggi anche: Come nacque la “Beat generation”

Ancora oggi Ginsberg, che morì nel 1997, è conosciuto al grande pubblico in larga parte per quel singolo verso, quella lunga poesia, e il libro che la conteneva. Il successo dell’Urlo lo rese un simbolo vivente della controcultura: girò il mondo sempre accolto come una star e come un guru, e strinse amicizie e collaborazioni con alcune tra le più importanti personalità della cultura popolare del Novecento. Comparì accanto al futuro Premio Nobel Bob Dylan nel video di “Subterranean Homesick Blues” e fu protagonista insieme a Timothy Leary, con cui condivise l’interesse per la sperimentazione psichedelica, dello Human Be-In, un evento fondativo della cultura hippy. Partecipò al famoso Bed-In con John Lennon e Yoko Ono, discusse di droghe col Dalai Lama e della poesia di Garcia Lorca con Salvador Dalí. A New York frequentò Andy Warhol, fumò hashish con Lennon, Paul McCartney e Mick Jagger almeno in un’occasione documentata, la registrazione di “Dandalion” dei Rolling Stones.

In Italia, partecipò al disastroso ma memorabile Festival internazionale dei poeti di Castelporziano del 1979, riuscendo a placare le rumorose contestazioni del pubblico intonando un canto con l’accompagnamento di un harmonium, seduto a gambe incrociate sul palco. Finì perfino col prestare la sua immagine a una pubblicità della nota marca di abbigliamento GAP.

Recentemente il Saggiatore, la casa editrice che pubblica tutta l’opera di Ginsberg in traduzione italiana, ha raccolto interviste, lettere, fotografie, documenti  in un corposo volume intitolato Urlo. Edizione speciale, a cura di Barry Miles (traduzioni di Sara Reggiani e Luca Fontana). Il libro ricostruisce la storia del poema, dalle prime versioni dattiloscritte fino a quella che viene oggi considerata definitiva, attraverso numerose varianti, ricerche e fortunosi ritrovamenti di manoscritti inviati per posta da Ginsberg ad amici scrittori durante la sua stesura.

Il poema Howl (il cui titolo intero è Howl – for Carl Solomon) è composto di 127 versi, spesso anche molto estesi, divisi in tre sezioni e una “Nota a piè di pagina”. È un lungo “grido poetico”, un flusso continuo e intenso di versi che mescola vite ai margini, visioni apocalittiche, immagini autobiografiche, denuncia sociale. È dedicato a Solomon, che Ginsberg conobbe in una clinica psichiatrica dove fu sottoposto a elettroshock (da qui il riferimento iniziale alle menti distrutte dalla pazzia).

Allen Ginsberg a un concerto per il pugile ingiustamente incarcerato Rubin “Hurricane” Carter nel New Jersey nel 1975. (PL Gould/IMAGES/Getty Images)

Il libro Howl and Other Poems include appunto altri testi (che variano in base alle diverse edizioni del libro) fra cui i più famosi sono “America” e “A Supermarket in California”. Uscì come quarto libro della collana “Pocket Poets Series” di City Lights. Non esiste un numero ufficiale di copie vendute, ma da molti anni sulla quarta di copertina c’è scritto “oltre un milione” in riferimento alla sola edizione City Lights.

L’accostamento di parole provenienti da contesti eterogenei è una delle peculiarità più suggestive del componimento, e lo stesso autore lo spiegò così:

Cominciai a capire che più opposte sono le parole e più stupefacente sarà il lampo nella mente. La mente creerà un bagliore come quello di una scarica elettrica tra i due poli. Se predisponi nella mente un polo positivo e uno negativo, più distanti saranno e più grande sarà il lampo tra i due. Maggiore la contraddizione tra i due poli, maggiore l’esplosività e l’inclusione del lampo mentale necessario a collegarli. Questo era il principio che seguii quando mi sedetti a scrivere Urlo.

da Le menti migliori della mia generazione, a cura di Bill Morgan, traduzione di Sarah Barberis e Leopoldo Carra, Il Saggiatore 2019

Non è certo inusuale, in una poesia, trovare accoppiamenti di parole arditi, analogie spiazzanti. Ma Howl sicuramente ne fa il suo motore stilistico e ritmico, disseminando decine se non centinaia di quelle “scariche elettriche” e offrendo così a ogni verso coppie di poli apparentemente remotissimi che producono altrettanti di quelli che Ginsberg chiamava “lampi”. Ginsberg attinse ad aree semantiche che nella quotidianità abitualmente non sono associate: quasi sempre un elemento da mitologia, religione, chimica o astronomia è giustapposto a un elemento urbano, metropolitano, tecnologico.

«Angelheaded hipsters» (hipster testadangelo), «starry dynamo» (dinamo stellare), «lamb stew of imagination» (spezzatino d’agnello d’immaginazione), «blasts of leaden verse» (scoppi di poesia plumbea), «sphinx of cement and aluminum» (sfinge di cemento e alluminio), «robot apartments» (appartamenti robot), «skeleton treasuries» (erari di scheletri), e così via accumulando fino all’abbinamento più originale ed efficace, “hydrogen jukebox”, che mette insieme in sintesi due elementi portanti della poetica della Beat generation e della sua epoca: la paura per la bomba H e la passione per la musica. L’espressione ebbe particolare fortuna in Italia: Jukebox all’idrogeno venne usato infatti come titolo per la prima edizione italiana delle poesie di Ginsberg, curata da Fernanda Pivano per la collana di Mondadori “Nuovi scrittori stranieri”.

Ma ancora prima di addentrarsi nel testo, c’è un elemento che salta agli occhi, e che ritmicamente contribuisce alla musicalità del poema: Howl è caratterizzato da versi insolitamente lunghi, che costituiscono dei veri e propri paragrafi o “blocchi” di testo. Era una forma a cui l’autore teneva tantissimo, tant’è vero che in una lettera al suo editore, dopo aver ricevuto la prima bozza, gli scrisse:

Caro Larry, è il mio primo libro e se posso vorrei farlo come si deve. (…) L’unico elemento di ordine e precauzione di cui mi ero curato era l’impaginazione in versetti paragrafo: ciascun verso definito, unito e lungo. Qualsiasi dubbio sull’irregolarità del margine destro finirebbe per confondere il lettore circa l’intenzione della prosodia. (…) In pratica tutto il libro andrà rimpaginato.

Una delle cose più sorprendenti per chi conosce la poesia è riportata ora nella copertina dell’edizione speciale del Saggiatore, dove campeggia, isolato, il testo dattiloscritto del famoso incipit con accanto una correzione a matita nella grafia di Ginsberg. In origine, il verso iniziale non era come è poi passato alla storia, “starving hysterical naked”, ma “starving, mystical, naked”. Oltre alla sostituzione dell’aggettivo centrale, anche le virgole spariranno, dando così al verso un “respiro” più ampio.

Era un concetto molto importante per Ginsberg, che in interviste, saggi, lezioni ha spesso associato ad altri autori: «Il principio è l’espansione del respiro, l’inspirazione come respiro non ostacolato». Versi molto lunghi, elencazioni, scarso uso di congiunzioni, ripetizioni di parole-chiave sono alcuni degli elementi che inducono chi legge a farlo senza pause, tutto d’un fiato, creando così un ritmo avvolgente che quasi non permette un’interruzione.

Allen Ginsberg legge Urlo fuori dalla Corte d’Appello di Washington, in occasione di un’udienza sulla costituzionalità di una legge sulla trasmissione di contenuti osceni, nel 1994. (AP Photo/Dennis Cook)

Tra chi lo ispirò citava “l’elasticità del verso lungo di Christopher Smart”, poeta britannico del XVIII secolo dal cui Jubilate Agno riprese anche l’anafora – la ripetizione di vocaboli, specie a inizio verso – come meccanismo ritmico e ipnotico. “Il verso profetico” di William Blake, la cui poesia visionaria fu un punto di riferimento tale che Ginsberg raccontò di aver avuto nel 1948 una visione, mentre leggeva versi del poeta inglese nel suo appartamento di Harlem. Ma anche “il ritmo poderoso e la coscienza estatica” di Percy Bysshe Shelley, e il verso lungo “con la sovraimposizione del Moderno” in Apollinaire, cui si ispirò anche per il cosiddetto jump cut: «montaggio di tempo e spazio, giustapposizione surrealista di opposti, compressione di immagini, vuoti mentali o dissociazioni, hydrogen-jukebox», appunto.

Forse questi “progenitori” nobili della sua poesia aiutarono Urlo a uscire illeso, se non addirittura rafforzato, dalla clamorosa vicenda giudiziaria di cui fu oggetto, e che certamente contribuì alla sua diffusione e notorietà.

In una lettera del 9 agosto 1956, in risposta a Ferlinghetti che gli aveva annunciato la tiratura, Ginsberg scrisse di dubitare che avrebbero davvero venduto tutte le mille copie. Il libro ebbe un discreto riscontro, e con ottimismo all’inizio del 1957 l’editore ne ordinò una ristampa di ulteriori 1.500 copie alla tipografia Villiers in Inghilterra: miglior qualità della stampa e cambio favorevole fra dollaro e sterlina lo convinsero a questa scelta, che risultò involontariamente determinante.

Il libro infatti, per questo motivo, dovette passare per la dogana e a San Francisco fu sequestrato con l’accusa di oscenità. L’autore in quel momento si trovava in Marocco, e il 3 giugno la polizia non poté far altro che arrestare Shig Murao, libraio della City Lights, accusato di diffondere materiale sconcio (fu colto in flagrante perché vendette una copia di Howl and Other Poems a due poliziotti in borghese). Anche l’editore fu incriminato, ma si trovava in quel momento nel suo bungalow di Big Sur. Pochi giorni dopo, tornato in città, si presentò spontaneamente alla polizia.

In un’intervista al Guardian confessò: «Ero giovane e fesso, pensavo che in prigione avrei avuto un sacco di tempo per leggere, e comunque non mi avrebbero tenuto dentro per sempre. Fatto sta che la vicenda rese il libro famosissimo». Il processo infatti durò qualche mese, la vicenda fu ripresa da tutti i giornali, dando inaspettata visibilità a Urlo, che fu ristampato – e venduto – a ritmi inimmaginabili.

Lawrence Ferlinghetti e Allen Ginsberg all’inaugurazione di un monumento a Jack Kerouac a Lowell, Massachusetts, nel 1988. (AP Photo/Jon Chase)

L’ACLU – American Civil Liberties Union – prese le difese di Ferlinghetti pro bono, pagò la cauzione evitandone l’incarcerazione, e trasformò un processo contro un editore indipendente in una delle più ragguardevoli battaglie sulla libertà di espressione artistica. Quando il 3 ottobre fu pronunciata l’assoluzione piena, l’aspetto più determinante di tutta la vicenda fu che il proscioglimento non riguardava più solo Howl, ma il principio secondo cui un’opera d’arte non può essere censurata per le sue parole se il loro significato complessivo ha valore artistico e sociale.

La sentenza assolutoria del processo a Howl concluse che «se il materiale possiede anche la minima importanza sociale meritevole di tutela, non può essere considerato osceno». In un articolo sul San Francisco Chronicle pubblicato nei giorni del processo, Ferlinghetti scrisse argutamente: «Non sono il poeta e la sua lingua a essere osceni, ma il mondo che descrivono».

Il significato di quella sentenza travalicò così i confini della poesia e dell’arte, contribuendo più generalmente a definire l’idea stessa di libertà di parola e di espressione negli Stati Uniti, non solo artistica ma del pensiero di chi la pratica, che ne uscì grandemente rinvigorita. Il motivo per cui, secondo l’editore Farrar, Straus and Giroux e molti altri, Urlo effettivamente cambiò l’America.