Il jazz spirituale di John Coltrane è ancora vivo
La profondità misticheggiante di uno dei più influenti musicisti di sempre ispira molti contemporanei, e un'etichetta un po' abusata
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L’eredità musicale del sassofonista John Coltrane, uno dei jazzisti più influenti di tutti i tempi, nato il 23 settembre di cent’anni fa, è ancora molto presente negli album di un manipolo di musicisti che si rifanno più o meno esplicitamente al suo stile e al suo modo viscerale, contemplativo e mistico di intendere la musica, l’improvvisazione e più in generale la vita.
Alcuni sono jazzisti in senso stretto, altri fanno una musica più ibrida e difficile da classificare. Con criteri spesso discutibili, vengono ormai comunemente inquadrati nell’etichetta “spiritual jazz”, che in realtà ha avuto una diffusione e una fortuna piuttosto recenti ed è stata usata a posteriori per descrivere quel filone che fu idealmente inaugurato da A Love Supreme, uno degli album più importanti della storia del genere e il più famoso di Coltrane.
L’aggettivo a cui è associato non dipende tanto dal suono o dalla struttura, che hanno molto in comune con stili nati qualche anno prima come il jazz modale e il free jazz. Come suggerisce il nome, l’elemento più distintivo è proprio l’enfasi sulla spiritualità: A Love Supreme uscì infatti mentre Coltrane era nel pieno del suo riavvicinamento alla religione e alla fede cristiana, periodo in cui pubblicò i lavori migliori della sua carriera.
Agli inizi del 1957 la sua grave dipendenza dall’eroina e dall’alcol gli era costata temporaneamente il posto nel cosiddetto “primo grande quintetto”, la leggendaria formazione che in quel decennio accompagnava il collega Miles Davis. Dopo quell’allontanamento Coltrane riscoprì la fede, iniziando un percorso di riabilitazione umana e artistica che sarebbe culminato per l’appunto in A Love Supreme, che uscì nel 1965. Nelle note di copertina Coltrane descrisse il disco come il prodotto di un «risveglio spirituale», e lasciò intendere che le idee alla base dell’album gli fossero state dettate dall’alto, come se a suggerirgliele fosse stato Dio in persona.
Anche la struttura di A Love Supreme è profondamente legata ai concetti di preghiera e meditazione. Fondamentalmente si tratta di un’unica composizione che dura poco più di mezz’ora, suddivisa in quattro movimenti: “Acknowledgement” (riconoscimento), “Resolution” (“accettazione”), “Pursuance” (“conseguimento”) e “Psalm” (“salmo”).
È costruita su un semplice e ossessivo riff di contrabbasso, composto da quattro note, che Coltrane riprende al sax tenore, sviluppandolo e variandolo attraverso l’improvvisazione. Nella canzone finale, “Psalm”, Coltrane riprodusse con il sassofono l’andamento del testo di una poesia che aveva scritto, le cui ultime parole erano “Elation. Elegance. Exaltation. All from God. Thank you God. Amen.” (cioè “Gioia. Eleganza. Esaltazione. Tutto da Dio. Grazie Dio. Amen”).
Gli anni Sessanta furono quelli della rivoluzione del free jazz, che emancipò i jazzisti dalle regole dell’armonia musicale e aprì possibilità di sperimentazione che ispirano ancora oggi la musica d’avanguardia. Coltrane frequentò con curiosità il free jazz, ma preferì mantenersi al di qua della rottura totale con le strutture e le convenzioni del passato, per lavorare invece sul suono del suo sassofono, sulla profondità delle emozioni che riusciva a suscitare, sull’immaginario associato alla musica.
Il risultato fu qualcosa che conteneva sia l’imprevedibilità e la novità del free jazz, sia la musicalità e la familiarità del jazz degli anni Cinquanta, quello modale e dell’hard bop. Motivo per cui i dischi di Coltrane, anche quelli più sperimentali, sono oggi più accessibili di quelli dei più sovversivi jazzisti degli stessi anni.
Oggi A Love Supreme è considerato uno degli album fondamentali del Novecento, nonché una sorta di manifesto dello spiritual jazz, caratterizzato da brani lunghi (suite), ritmi lenti, una convivenza di massimalismo e minimalismo, con momenti di grandissima intensità alternati ad altri di quasi silenzio, progressioni armoniche essenziali e ripetitive, strumenti e ritmi ispirati alla musica non occidentale. Diventò lo stile di riferimento di altri musicisti considerati continuatori del lavoro di Coltrane, come Pharoah Sanders, Don Cherry, Sun Ra, Albert Ayler, Sonny Sharrock e soprattutto sua moglie Alice McLeod, più conosciuta come Alice Coltrane.
La connessione tra questo disco e la spiritualità è così forte da avere ispirato la St. John Coltrane African Orthodox Church, un movimento cristiano ortodosso fondato nel 1969 a San Francisco che venera Coltrane come incarnazione di dio e considera A Love Supreme una specie di testo sacro.
Mentre “free jazz” fu una definizione coeva e organica, usata fin da subito anche nei titoli dei suoi dischi per descrivere quella nuova musica, all’epoca nessuno chiamava “spiritual jazz” quello di Coltrane. È infatti una definizione emersa soprattutto in questo secolo, in particolare dopo una fortunata raccolta pubblicata dall’etichetta britannica Jazzman.
È diventata più popolare ancora quando, nell’ultimo decennio, alcuni rispettati musicisti inglesi e americani hanno ottenuto buon successo con un jazz per molti versi ispirato da quello di Coltrane: ma da lì l’etichetta è diventata piuttosto abusata, forse anche perché ricorda le categorie “emozionali” adottate massicciamente da Spotify per le sue playlist dedicate a momenti felici, malinconici, rilassanti eccetera.
Tra i principali interpreti del cosiddetto “spiritual jazz revival” ci sono Kamasi Washington, conosciuto per aver suonato le parti di sassofono in To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar; e Shabaka Hutchings, il più noto interprete della vivace e influente scena del jazz contemporaneo londinese.
Anche se i diretti interessati non hanno mai rivendicato questo tipo di appartenenza, diversi addetti ai lavori ritengono che la loro musica incorpori gli elementi essenziali associati allo spiritual jazz, cioè l’enfasi sull’elemento contemplativo e l’ambizione di realizzare una musica trascendentale, capace di trasmettere emozioni profonde e stimolare la contemplazione mistica.
Nel caso di Washington la nomea di iniziatore dello spiritual jazz revival è legata principalmente a The Epic, il suo quarto e sconfinato (dura più di 170 minuti) album in studio del 2015. Musicalmente il disco ha ben poco in comune con A Love Supreme: è un lavoro decisamente più orchestrale e stratificato, e deve molto anche a generi come il gospel, la fusion e il soul. Ma è ritenuto un ideale prosecutore del capolavoro di Coltrane nelle intenzioni e nello spirito, per l’appunto.
Lo stesso Washington peraltro non ha mai nascosto di provare una venerazione per il lavoro di Coltrane, e ha citato diversi esponenti dello “spiritual jazz” tra i suoi riferimenti.
Hutchings invece fa parte dei musicisti che hanno studiato presso Tomorrow’s Warriors, l’organizzazione fondata nel 1991 dal contrabbassista Gary Crosby e dall’educatrice Janine Irons allo scopo di garantire un’istruzione musicale gratuita ai ragazzi e alle ragazze delle periferie di Londra. La sua proposta musicale è molto sofisticata, contaminata da tradizioni musicali lontanissime tra loro.
Tutti gli album che Hutchings ha realizzato con i tre progetti musicali in cui è coinvolto (Sons of Kemet, Shabaka & The Ancestors e The Comet Is Coming) risentono di questo approccio, e sono stati apprezzati per la loro atipicità e per la tendenza a ibridare generi apparentemente distanti come jazz, rock psichedelico, techno, ambient, musica caraibica, hip hop, acid house e musica tradizionale africana (recentemente ha sviluppato una certa passione per i flauti, e in particolare lo shakuhachi).
Secondo diversi critici la musica di Hutchings (che è un fondamentalista della musica di Coltrane e che ha suonato in più occasioni A Love Supreme dal vivo, integralmente) incorpora tutti quegli elementi che caratterizzano lo spiritual jazz contemporaneo, quello che si è affermato informalmente dopo A Love Supreme, come la ricerca di forme di improvvisazione il più possibile libere e l’inserimento di strumenti poco utilizzati nella musica occidentale.
Visto che la definizione è molto lasca e totalmente slegata da canoni e connotati tecnici, negli ultimi anni sono stati associati allo spiritual jazz anche dischi non propriamente jazz o totalmente estranei. Gli esempi più citati sono quelli di How to pimp a butterfly di Kendrick Lamar e dei lavori più recenti di André 3000, il fondatore del duo hip hop degli OutKast, che da qualche anno si è allontanato dal rap per fare una musica molto diversa, più sperimentale e indefinibile. Ma sotto l’etichetta di “spiritual jazz” si può trovare ormai un po’ di tutto, perfino le playlist più derivative e dimenticabili delle piattaforme di streaming.
Per questi motivi, molti appassionati ritengono non sia una categoria soltanto posticcia, ma anche sbagliata, perché mette sotto lo stesso cappello alcuni dei più importanti jazzisti della storia e musica che non ha niente di quella profondità e di quella ricerca. «Ormai sembra connotare più che altro una sorta di musica d’atmosfera elevata, capace di creare una particolare vibe senza richiedere troppi sforzi all’ascoltatore», ha scritto per esempio il giornalista musicale del New York Times Hank Shteamer.
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