Il jazzista che ha abbandonato il sax per un bizzarro flauto giapponese

Shabaka Hutchings è uno dei rari sassofonisti noti fuori anche dalla nicchia del jazz, ma ha deciso di passare a uno strumento dal quale è difficilissimo emettere anche solo un suono

Il sassofonista britannico Shabaka Hutchings ha deciso di prendersi una pausa dal sassofono per suonare lo shakuhachi, un flauto verticale giapponese (Instagram)
Il sassofonista britannico Shabaka Hutchings ha deciso di prendersi una pausa dal sassofono per suonare lo shakuhachi, un flauto verticale giapponese (Instagram)

Shabaka Hutchings è un estroso sassofonista britannico che anima da una decina d’anni la vivace e influente scena del jazz londinese, e membro delle band Sons of Kemet e The Comet Is Coming. A dicembre si è esibito in un concerto speciale organizzato all’interno della chiesa anglicana St. John at Hackney di Londra, dove ha suonato integralmente una sua personale interpretazione di A Love Supreme, l’album più famoso del leggendario sassofonista statunitense John Coltrane.

Era un concerto molto atteso dagli appassionati di jazz e dalla stampa di settore, anche perché nei mesi precedenti Hutchings, che in questi anni si è affermato come uno dei più rispettati sassofonisti jazz al mondo, aveva annunciato che sarebbe stata la sua ultima esibizione con quello strumento prima di una lunga «pausa». Per un periodo di tempo indefinito si dedicherà infatti allo studio di altri strumenti a fiato, e in particolare al cosiddetto shakuhachi, un flauto in bambù giapponese noto per essere particolarmente ostico da suonare.

Da quando esiste, lo shakuhachi è stato soprattutto uno strumento utilizzato per accompagnare lunghe sessioni di meditazione. Il repertorio tradizionale di questo strumento riguarda soprattutto il rituale buddhista del suizen, in cui la pratica dello shakuhachi viene concepita come un mezzo necessario per raggiungere l’illuminazione. Come spiega l’etnomusicologo Daniele Sestili, insieme ad altri strumenti tradizionali come il koto (una cetra a tredici corde) e lo shamisen (un liuto a manico lungo), lo shakuhachi è stato protagonista della musica prodotta durante il periodo Edo (1603-1868). Anche se inizialmente era utilizzato soprattutto nei riti connessi alla pratica del buddhismo Zen, successivamente ha avuto «diffusione anche in ambito secolare, sia come strumento solistico che in ensemble».

In un’intervista data al Guardian, Hutchings ha raccontato di avere acquistato il primo shakuhachi nel 2019, durante un viaggio in Giappone, e di avere approfittato dei mesi di isolamento domestico dovuti alla pandemia da coronavirus per approfondirne lo studio. Hutchings ha detto che in media lo studio dello shakuhachi richiede un anno di applicazione soltanto per potere emettere un suono, e poi «almeno sette o otto anni» di pratica per raggiungere un livello tecnico adeguato a suonare il repertorio. Per riassumere quanto possa essere frustrante sviluppare la forza muscolare necessaria a padroneggiare questo strumento, Hutchings ha utilizzato una metafora: «è come sputare il riso dalla bocca, un chicco alla volta».

Fiore De Mattia, uno dei pochi maestri italiani di shakuhachi, dice che le reali tempistiche «non si distaccano troppo» da quelle citate da Hutchings. La principale difficoltà riguarda l’imboccatura, che può rendere l’approccio allo strumento «molto frustrante».

Dal punto di vista della meccanica, il funzionamento dello shakuhachi è uguale a quello di tutti gli altri strumenti a fiato della famiglia dei legni: il suono è ottenuto indirizzando l’aria contro un bordo affilato (il cosiddetto labium). Tuttavia, mentre la maggior parte dei flauti dritti sono dotati di un canale interno che dirige con precisione il flusso d’aria verso il labium, lo shakuhachi ne è completamente privo.

Inoltre, mentre nella maggior parte dei flauti l’emissione del suono è facilitata dalla presenza di un becco in cui soffiare per indirizzare meglio il flusso d’aria all’interno dello strumento, l’imboccatura dello shakuhachi è costituita unicamente da «un grosso buco». Questa circostanza complica moltissimo il processo di apprendimento. «Bisogna entrare in un ordine di idee un po’ diverso: è come provare a suonare un flauto dolce togliendogli il becco», spiega De Mattia. Dato che lo shakuhachi è privo di canali interni, «la bocca dell’esecutore deve diventare una sorta di becco».

Hutchings ha 40 anni, e nel corso della sua carriera ha dimostrato di sapere esaltare le possibilità espressive del sax tenore, con uno stile personale e coerente con quello che è diventato il jazz internazionale negli ultimi decenni (non è cioè un jazzista “nostalgico”, che ripropone suoni e stili del passato). La scelta di abbandonare il sax per dedicarsi allo studio di uno strumento così particolare ha spiazzato una parte di stampa di settore, anche perché potrebbe avere delle conseguenze importanti sulle entrate economiche di Hutchings.

Per lui, come per tutti i suoi colleghi, i concerti dal vivo infatti rappresentano la fonte principale dei guadagni, e questo nonostante Hutchings sia un rarissimo caso di jazzista contemporaneo che è conosciuto anche da molti appassionati di musica in generale, e non solo da impallinati del genere. Era insomma all’apice della carriera a cui può realisticamente ambire un jazzista contemporaneo.

Hutchings ha spiegato di avere preso questa decisione perché l’attività da concertista era così frenetica e impegnativa da privarlo del tempo necessario per sperimentare nuova musica. Tuttavia, per chi conosce il personaggio di Hutchings e osserva i video che pubblica settimanalmente sui suoi canali social, la sua decisione non è poi così sorprendente.

Nel suo percorso da musicista ha spesso suonato strumenti diversi: prima di diventare un sassofonista di successo ha studiato per molti anni il clarinetto, presente con intensità diverse in tutti i suoi album. Inoltre, da almeno cinque anni documenta sul suo profilo Instagram il suo percorso di studio dello shakuhachi, dagli iniziali e frustranti esercizi in cui si limitava a soffiare per ore nello strumento senza riuscire a ottenere un suono alle prime sequenze di note, fino all’esecuzione di alcuni brani del repertorio tradizionale.

Lo shakuhachi non è l’unico tipo di flauto un po’ insolito con cui Hutchings si è cimentato di recente. In molti video per esempio lo si vede suonare la quena, uno strumento tipico della cultura andina, utilizzato soprattutto nelle cerimonie, nei rituali e nelle celebrazioni. Peraltro, osservando ciò che pubblica sui social, è facile intuire come Hutchings non ami questi strumenti soltanto da un punto di vista strettamente musicale, ma anche come oggetti: ha fatto visita ai laboratori di alcuni maestri di intaglio giapponesi per imparare a costruire gli shakuhachi da zero, partendo da una semplice canna di bambù.

Inoltre, a novembre Hutchings aveva suonato lo shakuhachi in “Ninety Three ‘Til Infinity And Beyoncé”, una delle canzoni del discusso album di debutto di André 3000, membro del duo hip hop statunitense OutKast. 

Un altro motivo che può contribuire a spiegare il radicale cambio di direzione artistica di Hutchings è il particolare contesto in cui si è formato come jazzista. Insieme ad altri giovani jazzisti della scena londinese come Femi Koleoso, Nubya Nyasha Garcia e Moses Boyd, Hutchings fa parte dei musicisti che hanno studiato presso Tomorrow’s Warriors, un’organizzazione fondata nel 1991 dal contrabbassista Gary Crosby e dall’educatrice Janine Irons allo scopo di garantire un’istruzione musicale gratuita ai ragazzi e le ragazze delle periferie londinesi.

L’odierna scena jazz londinese è composta in larga parte da musicisti legati al progetto Tomorrow’s Warriors, che si sono contraddistinti in tutti i casi per una proposta musicale sofisticata, contaminata da tradizioni musicali lontanissime per stile e approccio.

Tutti gli album che Hutchings ha realizzato con i tre progetti musicali in cui è coinvolto (Sons of Kemet, Shabaka & The Ancestors e The Comet Is Coming) risentono di questo approccio, e sono stati apprezzati per la loro atipicità e per la tendenza a ibridare generi apparentemente distanti come jazz, rock psichedelico, techno, ambient, musica caraibica, hip hop, acid house e musica tradizionale africana. L’ossessione di Hutchings per i flauti è da inquadrare in questa particolare concezione del jazz.

Il primo album da solista di Hutchings (Perceive Its Beauty, Acknowledge Its Grace) uscirà ad aprile, e contrariamente alle attese degli appassionati non conterrà neppure una parte di sassofono. Sarà un disco in sintonia con le sue ossessioni degli ultimi anni, e quindi interamente incentrato sui flauti: oltre allo shakuhachi, suonerà altri tipi di flauto come i pifani brasiliani, i quena tipici della musica andina e il siyotanka, il flauto in legno utilizzato nei cerimoniali tipici della cultura dei nativi americani.