I peptidi sono ovunque
Vanno molto di moda sui profili social di fitness e benessere, ma per molte delle sostanze promosse le prove sull'efficacia sono ancora scarse o inesistenti
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Tra influencer sui social, palestre, alcuni medici e sedicenti cliniche della longevità c’è una parola che circola sempre più spesso: peptidi. Vengono presentati come sostanze capaci di aiutare a dimagrire, ingrandire i muscoli, recuperare più velocemente dagli infortuni, migliorare la pelle e perfino rallentare l’invecchiamento. Intorno ai peptidi si sta formando un intero mercato di promesse difficili da mantenere, visto che le prove sulla loro utilità in certe applicazioni sono traballanti se non proprio inesistenti.
I peptidi, del resto, sono praticamente dappertutto.
Sono infatti molecole molto comuni nel nostro organismo, formate da corte catene di amminoacidi, gli stessi “mattoni” che formano le proteine. Il nostro organismo ne produce di continuo moltissimi e con funzioni diverse. Regolano il metabolismo, il modo in cui comunicano le cellule, le funzioni ormonali e la riparazione dei tessuti. I peptidi sono una parte integrante della nostra esistenza, ma hanno iniziato a farsi notare dalla popolazione soprattutto negli ultimi anni grazie ai nuovi farmaci per il diabete e il dimagrimento.
Ozempic e Wegovy, per esempio, hanno come principio attivo la semaglutide, un peptide sviluppato per imitare l’azione di un ormone prodotto dal nostro organismo, il GLP-1, che regola i livelli di zuccheri nel sangue e l’appetito. Il successo straordinario di questi farmaci ha reso evidente, anche a chi non è del settore, che i peptidi possono essere strumenti molto potenti per modificare il funzionamento dell’organismo. Ma un conto sono quelli impiegati come farmaci, dopo studi clinici e controlli, un altro le sostanze che negli ultimi anni hanno iniziato a essere vendute e promesse come rimedi contro ogni sorta di problema, spesso senza prove altrettanto solide sulla loro efficacia.
Tra i peptidi più citati sui social, di solito da profili che si occupano di salute e fitness, ci sono sigle e nomi più o meno oscuri come BPC-157, CJC-1295, ipamorelina, TB-500 e GHK-Cu. Sono molecole molto diverse tra loro, ma vengono spesso accomunate nella comunicazione e proposte per favorire il recupero muscolare dopo un allenamento, oppure per stimolare gli ormoni della crescita, migliorare la pelle o modificare la composizione corporea.
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In molti casi si tratta di molecole ancora non approvate dalle autorità sanitarie di controllo per il loro impiego sugli umani. Chi le usa sfrutta spesso qualche espediente per aggirare le normative, per esempio acquistando peptidi a scopo di ricerca e facendone poi un uso diverso da quello consentito. Altri ottengono ciò che desiderano da farmacie o siti online, che vendono preparazioni contenenti i peptidi richiesti.
Le modalità di accesso variano molto da paese a paese, a seconda delle regole e delle limitazioni imposte dalle autorità di controllo. In Italia, come del resto in tutta l’Unione Europea, se un peptide è un medicinale deve avere un’autorizzazione per la vendita emessa dall’Agenzia Italiana del Farmaco. Online si possono però trovare con relativa facilità prodotti indicati come “a scopo di ricerca” spesso accompagnati dalla dicitura “non per uso umano”. Nulla impedisce però agli acquirenti di assumerli una volta acquistati, sfruttando quindi una zona grigia.
Negli Stati Uniti aggirare le regole può essere più semplice, sia grazie a centri medici specializzati nel benessere che dispensano prescrizioni più facilmente, sia per la presenza delle piattaforme di telemedicina e vendita online dei farmaci, che non sempre fanno i controlli. Seguendo le indicazioni sui social e sui forum per il “biohacking”, molte persone si iniettano peptidi di vario tipo, senza che questi siano stati validati o certificati per l’uso sugli umani. C’è chi lo fa per provare ad aumentare la massa muscolare, accelerare il metabolismo oppure per ridurre le rughe. Sono nei fatti assunzioni di sostanze alla cieca, visto che per molti di questi peptidi la ricerca non ha ancora prodotto grandi risultati.
Il BPC-157 è uno dei casi emblematici. È un peptide prodotto in laboratorio sul quale esistono vari studi sugli animali, con risultati che hanno alimentato l’idea che possa avere proprietà protettive e favorire la riparazione dei tessuti. I test hanno funzionato in laboratorio, ma una revisione degli studi condotti finora su quel peptide ha segnalato che lo sviluppo di un farmaco vero e proprio è ancora molto arretrato: non esiste una formulazione approvata, non è stato definito un dosaggio validato e non è stato completato nemmeno uno studio di fase due (sulle tre generalmente necessarie per i farmaci). Ciò non implica che BPC-157 sia inutile, ma indica che non ci sono ancora prove sufficienti per sapere se e quanto sia utile e sicuro per le persone.
I peptidi stanno riscuotendo anche un certo successo nella cosmetica. Il GHK-Cu è un piccolo peptide legato al rame ed è stato studiato per i suoi possibili effetti nella produzione di collagene (l’impalcatura della pelle) e nei processi di riparazione dei tessuti. I risultati degli studi condotti finora su questo peptide sono promettenti, ma mancano ancora studi clinici ben progettati e la ricerca è quindi agli inizi. Nonostante ciò, il GHK-Cu viene consigliato come rimedio e ricorre spesso nei profili social che si occupano di biohacking e benessere.
Qualcosa di analogo è successo con alcuni peptidi assunti per via orale, proposti per rallentare l’invecchiamento della pelle. Anche in questo caso la ricerca è agli inizi e alcuni studi hanno indicato segnali promettenti, ma da approfondire. Le conclusioni scientifiche relativamente promettenti si trasformano spesso in promesse commerciali più nette sulla capacità di un certo prodotto di ringiovanire la pelle.
Il CJC-1295 viene citato e promosso spesso insieme all’ipamorelina. Entrambi questi peptidi sono noti per intervenire sui meccanismi che regolano l’ormone della crescita. In alcuni studi il loro impiego ha in effetti indicato un aumento prolungato di quell’ormone, ma dimostrare che ne aumenta la presenza non equivale a dimostrare che questo produca un beneficio clinico complessivo. Il nostro organismo non è una macchina in cui ogni parametro può essere aumentato indipendentemente dagli altri senza che ci siano conseguenze, soprattutto quando si interviene sugli ormoni.
Nei confronti dei farmaci e dei loro potenziali effetti avversi le persone hanno spesso delle diffidenze, che però sembrano manifestarsi meno nel caso dei peptidi. Sono presentati come sostanze “naturali” e già presenti nel nostro organismo, dando l’impressione che non possano quindi causare problemi. In realtà in ambito scientifico e medico “naturale” non è sinonimo di “sicuro” o “affidabile” (anche il veleno della cicuta è naturale), è un attributo totalmente indifferente ai processi di analisi e validazione.
Si sta invece diffondendo l’idea che i peptidi siano semplici strumenti per dire alle cellule che cosa devono fare e che siano quindi innocui, nonostante ce ne siano di diversissimi tra loro e con funzioni non ancora completamente chiare. La parte di verifica è pressoché assente dalla comunicazione di chi ne promuove l’uso: si passa direttamente da un possibile meccanismo d’azione alla promessa di un risultato, senza fermarsi a chiedere se quel risultato sia stato effettivamente osservato nelle persone e a quali condizioni. È proprio questo passaggio, però, a distinguere una sostanza interessante dal punto di vista biologico da un trattamento che sappiamo essere efficace e sicuro.
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