Perché a Venezia non ci sono più film di registe in concorso?

La selezione di quest'anno è stata molto criticata, ma come sempre il problema vero sta un po' più a monte

(Stefano Mazzola/Getty Images)
(Stefano Mazzola/Getty Images)
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Quando a fine luglio sono stati presentati i film della Mostra di Venezia che inizia il 2 settembre e in concorso era presente un solo film di una regista, ci sono state accese proteste. Negli ultimi otto anni infatti i concorsi dei grandi festival hanno cominciato a porre grande attenzione alla presenza femminile, e la selezione di Venezia di quest’anno è stata percepita come un passo indietro.

L’annuncio dei film selezionati ai festival è il momento in cui questo tema viene fuori più facilmente, perché riceve grande copertura mediatica ed è una buona occasione per ricevere attenzione. Tuttavia i festival sono solo la fine di una catena – quella che inizia con la decisione di fare un certo film, prosegue con la scelta del regista e con la produzione, e finisce con la promozione, la presentazione ai festival e la distribuzione in sala – dove il problema della parità di genere è tutt’altro che risolto. Il motivo principale per cui le registe fanno fatica ad arrivare ai grandi concorsi è che vengono raramente affidati loro i film più ambiziosi e costosi.

Fino al 2018 nei concorsi dei grandi festival di cinema i film diretti da donne erano quasi inesistenti. Che ce ne fosse uno, sui circa venti in competizione ogni anno, era un evento raro. Anche per questo ad aver vinto una Palma d’oro a Cannes prima di quel momento era stata solo Jane Campion nel 1993 con Lezioni di piano (ex aequo con Addio mia concubina di Chen Kaige). Mentre solo quattro donne avevano vinto il Leone d’oro a Venezia tra il 1939 e il 2018: Margarethe von Trotta nel 1981, Agnès Varda nel 1985, Mira Nair nel 2001 e Sofia Coppola nel 2010. Al contrario dal 2018 a oggi lo stesso numero di registe (cinque) ha vinto o una Palma d’oro o un Leone d’oro.

A spingere verso un cambiamento nella rappresentanza femminile ai festival era stato un movimento di protesta molto forte nato nel 2017 in contemporanea con una più generale rivendicazione di maggiori diritti per le donne seguita al MeToo. Nonostante fosse diffusa la richiesta che i festival includessero un 50 per cento di film diretti da donne in concorso, si è arrivati ad averne più o meno il 20 o il 30 per cento, percentuale che rispecchia la proporzione dei film diretti da una donna tra quelli che i festival prendono in considerazione.

Il film in concorso a Venezia quest’anno è il dramma danese Woman Unknown di May el Toukhy. Nelle settimane successive poi se n’è aggiunto un altro che non poteva essere annunciato prima per ragioni di sicurezza, cioè il documentario sulla sistematica uccisione di civili palestinesi da parte dell’esercito israeliano NAZA, co-diretto da Rachel Szor. Le proteste contro una selezione così tanto maschile sono da parte di associazioni di categoria e gruppi di pressione, ma sono state espresse anche sui giornali e si sono rivolte direttamente al comitato di selezione.

Laura Poitras, vincitrice del Leone d’Oro a Venezia nel 2022 per All the Beauty and the Bloodshed (Stringer/Anadolu Agency/Getty Images)

Si tratta del medesimo tipo di pressioni e di azioni senza le quali non ci sarebbe mai stato un cambiamento negli ultimi otto anni. I film diretti da donne in concorso a Venezia nelle ultime edizioni oscillavano tra i 5 o 6 sui 20 totali, quindi poco meno del 30 per cento. E anche quest’anno, se si considera non solo il concorso ma tutte le sezioni del festival, i film a regia femminile sono il 32%.

Tuttavia le richieste di una maggiore presenza femminile in concorso hanno le loro ragioni: solo chi compete lì infatti può vincere i premi principali, quelli che danno maggiore visibilità, aumentano il valore economico del film e consentono di essere distribuiti in molti paesi del mondo. E ultimamente anche di arrivare a competere agli Oscar.

In molti hanno contestato il fatto che il comitato abbia giudicato così pochi film a regia femminile «belli a sufficienza per il concorso», aggiungendo che ogni anno vengono selezionati molti film brutti per diverse ragioni (di opportunità, di relazioni con i produttori, per il cast o per l’importanza di chi l’ha fatto) ma non succede mai per quelli diretti da donne. Si sostiene che persista un pregiudizio e che i film diretti da donne debbano faticare di più, essere per forza belli, per stare in concorso.

Il comitato di selezione (che è per la metà composto da donne) e il direttore del festival Alberto Barbera, però, non includono nel concorso principale necessariamente i film che ritengono più belli.

Quella sezione è pensata per film di una certa dimensione produttiva, che hanno grandi ambizioni intellettuali o narrative, spesso con un cast conosciuto. Oppure, anche se prodotti con piccoli budget, particolarmente audaci. Questi film sono molto raramente diretti da donne. Le altre sezioni invece sono dedicate alle nuove scoperte o a film più sperimentali, ai film che hanno un indirizzo più commerciale o ai documentari, dove le registe sono generalmente un po’ più numerose.

Se un film viene presentato in concorso nonostante non abbia le caratteristiche adatte, poi viene facilmente ricevuto male dalla critica e dal pubblico, indipendentemente dalla sua qualità. E per film che non avrebbero un grande potenziale commerciale ma dipendono dal pubblico di appassionati, una cattiva ricezione al festival implica grandi difficoltà poi a trovare una collocazione e uno sfruttamento economico.

La Mostra del cinema di Venezia, come tutti gli altri festival, ha molto interesse che i film che seleziona siano valorizzati e che la partecipazione ne migliori gli affari, perché questo spingerà chi li ha fatti o prodotti a tornare. Per fare un esempio, uno dei film più apprezzati del festival dell’anno scorso, Un anno di scuola di Laura Samani, è stato presentato in Orizzonti. Essendo un film piccolo non sarebbe stato adatto al concorso e sarebbe stato schiacciato. In Orizzonti invece ha vinto un premio (al miglior attore), cosa che lo ha messo in luce. Al contrario, nel 2016 il festival provò a mettere in concorso una commedia italiana, Piuma di Roan Johnson, per dare risalto a un film piccolo ma giudicato meritevole. La ricezione fu pessima perché giudicato inadeguato e il film ne ha molto risentito.

Di casi come questi ce ne sono molti, ogni anno in ogni festival. I posizionamenti sbagliati alle volte sono errori di valutazione dei comitati di selezione o del direttore, altre volte vengono dall’insistenza di chi il film lo ha fatto. Nel caso dei film diretti da donne però le conseguenze possono essere ancora peggiori che per quelli diretti da uomini. Nel 2018 il festival di Cannes mise in concorso Girls of the Sun della francese Eva Husson, un film di finzione su un battaglione curdo composto solo da donne. Il film fu ricevuto molto male, considerato uno dei peggiori della selezione di quell’anno anche perché inadeguato al concorso. In seguito la regista ha diretto alcuni episodi di una serie tv, un altro film di ambizioni più leggere nel 2021, Mothering Sunday (che Cannes non ha messo in concorso ma in una sezione più pop), e altri episodi di serie tv.

E se è complicato per una regista di un paese in cui c’è attenzione alle questioni femminili e si producono molti film, lo è molto di più se le registe vengono da paesi in cui per le donne è più complicato lavorare. In certi casi un film ricevuto molto male a un festival può portare una regista a non trovare più qualcuno che gliene produca un altro.