Il Vietnam sta provando a limitare il fenomeno dell’abbigliamento contraffatto
I banchi di prodotti falsi sono una specie di attrazione turistica, ma gli Stati Uniti stanno facendo pressioni

Negli ultimi mesi il governo vietnamita ha intensificato la repressione del mercato della contraffazione e della vendita dei prodotti di lusso falsi, un settore che vale miliardi di dollari e che prospera da decenni nel paese, favorito dalla vicinanza con la Cina e dalla presenza di numerosi stabilimenti che producono per conto di marchi internazionali di moda. È un’iniziativa a cui il governo sta cercando di dare visibilità, perché serve a rassicurare gli Stati Uniti ed evitare ritorsioni commerciali.
Oltre al lancio di una campagna di sensibilizzazione a livello nazionale contro prodotti e pratiche che violano i diritti di proprietà intellettuale, rispetto all’anno scorso nel mese di maggio sono aumentate del 20 per cento le ispezioni a sorpresa e i sequestri da parte della polizia nei magazzini di produzione e stoccaggio, nelle bancarelle dei mercati turistici e nei negozi delle più grandi città del paese.
Sempre a maggio nel centro commerciale Saigon Square di Ho Chi Minh, la città più grande e popolosa, e nel grande mercato centrale di Ben Thanh le autorità hanno sequestrato merci contraffatte e inflitto multe per un totale dell’equivalente di circa 17mila euro. A giugno la polizia della provincia di Thanh Hoa (città centro-settentrionale, 150 chilometri a sud della capitale Hanoi) ha scoperto e chiuso un’organizzazione che aveva prodotto e venduto oltre 10mila articoli di gioielleria contraffatti.
Nei mercati e nei negozi delle città più turistiche del paese come Hanoi, Ho Chi Minh e Da Nang i prodotti contraffatti sono esposti in enormi quantità, da quelli di aziende di lusso come Louis Vuitton, Hermès e Celine fino ai marchi casual e sportivi come Under Armour, North Face e Nike. Sono venduti a prezzi molto più bassi degli originali, a cui in certi casi assomigliano moltissimo. Molti invece sono imitazioni in formati e materiali totalmente diversi, e più scadenti. I mercati che le vendono sono diventati un’attrazione per i turisti.
La presenza massiccia dei falsi è dovuta al fatto che in Vietnam avviene una parte rilevante della produzione di abbigliamento per moltissimi marchi internazionali, e perciò i processi produttivi e i macchinari sono ampiamente diffusi e sfruttati dalle imprese che producono le versioni contraffatte. Lo stesso avviene poi in Cina, il paese con cui il Vietnam ha più rapporti commerciali.
Nelle ultime settimane le autorità hanno gestito migliaia di casi di violazione della proprietà intellettuale, spesso concentrandosi su articoli di maggior valore come borse o valigie di lusso e dando ampia copertura mediatica agli interventi, diffondendo immagini e servizi televisivi delle operazioni.
Il governo del Vietnam vuole infatti dare più visibilità possibile a questa iniziativa per evitare che gli Stati Uniti impongano nuovi dazi, attualmente al 20 per cento. Ad aprile l’USTR, l’ufficio della Casa Bianca che coordina la politica commerciale degli Stati Uniti, ha classificato il Vietnam come “paese estero prioritario” a causa del suo «persistente fallimento nel risolvere problemi di lunga data riguardanti la tutela e l’applicazione dei diritti di proprietà intellettuale». Era la prima volta in tredici anni che un paese riceveva questa designazione.
A fine maggio il governo statunitense ha anche avviato un’indagine ufficiale sulle violazioni della proprietà intellettuale in Vietnam. Il ministero degli Esteri vietnamita Lê Hoài Trung ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno riconoscendo gli sforzi del Vietnam e ha chiesto che quindi venga fatta una «valutazione obiettiva ed equa».
La popolazione vietnamita è divisa sulle misure e sull’etica della contraffazione: da una parte i produttori e venditori di merci locali (come i negozi che confezionano in pochi giorni abiti su misura, molto popolari tra i turisti che visitano il Vietnam) sono favorevoli alle misure più rigide, perché secondo loro rendono il mercato più trasparente ed equo.
Ma si tratta di una minoranza: la maggior parte dei venditori locali da tempo si è adattata alle ispezioni della polizia, evitando di esporre sul banco prodotti di lusso chiaramente contraffatti, pur continuando a tenerli disponibili “sottobanco” e a proporli ai clienti. Infine, da tempo i produttori di merci contraffatte hanno trovato modi per aggirare le leggi sulla proprietà intellettuale, per esempio modificando leggermente design o nomi dei marchi (trasformando per esempio “Nike” in “Mike”).



