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  • Lunedì 22 giugno 2026

Capo Verde non è ai Mondiali per caso

Ha unito investimenti nel calcio locale e ricerca di calciatori nati all'estero, e ora ha buone possibilità di qualificarsi per i sedicesimi di finale

(Eston Parker/ISI Photos/ISI Photos via Getty Images)
(Eston Parker/ISI Photos/ISI Photos via Getty Images)
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Nelle prime due partite dei Mondiali maschili di calcio Capo Verde ha ottenuto due pareggi. Il primo è stato uno 0-0 contro la Spagna, una delle grandi favorite di questa edizione, che nella sua seconda partita ha poi vinto 4-0 contro l’Arabia Saudita; il secondo è stato un 2-2 contro l’Uruguay, che i Mondiali li vinse nel 1930 e nel 1950, quando Capo Verde non era ancora un paese indipendente. Sono due risultati sorprendenti e significativi: danno a Capo Verde discrete possibilità di qualificarsi per i sedicesimi (anche un pareggio nell’ultima partita contro l’Arabia Saudita potrebbe bastare) e soprattutto dimostrano che non era arrivato ai Mondiali per caso.

Per quanto inatteso, visto che parliamo di uno dei paesi più piccoli e meno popolosi di sempre tra quelli arrivati ai Mondiali, il successo di Capo Verde non è una «favola», come alcune narrazioni lo stanno presentando, e nemmeno un evento casuale. È invece la conseguenza di un progetto coerente e lungimirante, che ha combinato gli investimenti sul territorio a un lavoro di ricerca, scouting e convincimento di calciatori con la doppia cittadinanza (e quindi convocabili) in giro per il mondo.

Capo Verde è un piccolo arcipelago vulcanico formato da dieci isole, situato a circa 500 chilometri dalle coste del Senegal, nell’oceano Atlantico. Il paese ottenne l’indipendenza dal Portogallo nel 1975; sette anni dopo fu creata la prima nazionale di calcio. Fino alla fine degli anni Novanta non esistevano campi in erba (il calcio, insomma, era praticato in modo amatoriale, senza strutture né tantomeno campi da gioco ben mantenuti) e fino al 2013 Capo Verde non aveva mai partecipato nemmeno alla Coppa d’Africa. Quell’anno lo fece e raggiunse a sorpresa i quarti di finale, un risultato eguagliato due anni fa.

Le dieci isole contano assieme poco più di 500mila abitanti; circa un altro milione e mezzo di capoverdiani, per la maggior parte figli o nipoti di persone emigrate, vive all’estero. La composizione della nazionale rispecchia questa divisione: dei 26 calciatori convocati per i Mondiali, solo 11 sono nati a Capo Verde. Tra loro ci sono il portiere Vozinha e il centrocampista Kevin Pina, che contro l’Uruguay ha segnato su punizione il primo gol ai Mondiali della sua nazionale.

Gli altri 15 calciatori convocati per i Mondiali sono nati e cresciuti all’estero: 6 in Portogallo e 5 nei Paesi Bassi, in particolare a Rotterdam, dove vivono circa 20mila capoverdiani. Tra di loro c’è Dailon Livramento, attaccante del Verona (nell’ultima stagione era però in prestito al Casa Pia, in Portogallo) che con i suoi gol fu decisivo per la qualificazione di Capo Verde ai Mondiali. Per arrivarci la nazionale capoverdiana superò squadre più affermate come Camerun e Libia, cogliendo l’occasione dell’ampliamento del torneo da 32 a 48 squadre (di conseguenza quest’anno ci sono 9 nazionali africane, contro le 5 dell’edizione scorsa).

I 26 calciatori di Capo Verde non solo sono nati per la maggior parte all’estero, ma giocano anche tutti all’estero: in 14 campionati diversi, da quello cipriota a quello finlandese ed emiratino. Gilson Benchimol, che è nato a Capo Verde, oggi gioca in Russia nell’Akron Togliatti.

Trovare tutti i calciatori capoverdiani e convincerli a giocare per la nazionale, insomma, ha richiesto uno sforzo logistico e organizzativo non indifferente. La convocazione di Roberto “Pico” Lopes, tra i protagonisti della grande partita difensiva di Capo Verde contro la Spagna, è diventata un po’ l’emblema dei modi non convenzionali, perlomeno per il mondo del calcio, con cui negli anni ha lavorato la federazione capoverdiana.

Nato a Dublino da madre irlandese e padre capoverdiano, dal 2017 Lopes gioca nello Shamrock Rovers, la miglior squadra d’Irlanda, dopo aver lavorato anche da impiegato di banca. Nel 2018 ricevette una prima proposta per rappresentare Capo Verde sulla piattaforma di lavoro LinkedIn, ma la ignorò: il messaggio era in portoghese, una lingua che conosceva poco essendo cresciuto in Irlanda, e pensò si trattasse di spam. Solo alla seconda proposta, arrivata nove mesi dopo e scritta in inglese, Lopes rispose, e rispose sì. Aveva giocato nelle giovanili dell’Irlanda, ma non era mai stato convocato in nazionale maggiore.

All’allenatore capoverdiano Pedro Leitão Brito, conosciuto con il soprannome Bubista, viene attribuito il merito di aver unito i calciatori nati a Capo Verde e quelli della diaspora in una squadra coesa e organizzata, che sa difendersi con ordine, come ha fatto contro la Spagna, ma anche proporre un calcio offensivo, come contro l’Uruguay.

Bubista allena Capo Verde dal 2020, e nel 2025 fu premiato come miglior allenatore africano dell’anno dopo aver portato Capo Verde a vincere il suo girone di qualificazione ai Mondiali. In precedenza aveva allenato cinque squadre di club capoverdiane, sulle isole di São Vicente e Santiago.

Ha un passato da calciatore: fu un centrocampista non troppo affermato, e giocò tra Spagna, Angola, Portogallo e Capo Verde. Nel 2000 fu il capitano della nazionale che vinse la Coppa Amílcar Cabral, un torneo giocato tra le nazionali dell’Africa occidentale tra il 1979 e il 2007. Fu il primo risultato notevole di Capo Verde, che era anche il paese organizzatore. Da quel momento la FIFA, la federazione calcistica internazionale, cominciò a investire nello sviluppo dello sport nell’arcipelago capoverdiano, partendo dalle strutture. Soprattutto con i finanziamenti del FIFA Forward, un fondo per i progetti di sviluppo delle federazioni nazionali, furono costruiti vari campi in erba e centri di allenamento moderni, su tutti l’EPIF (Escola de Preparaçao Integral de Futebol) sull’isola di Praia.

Bubista mentre si fa una foto con un tifoso (Luis Loureiro/Eurasia Sport Images/Getty Images)

Ci furono insomma miglioramenti nel calcio locale e di base, e questo permise a diversi ragazzi nati e cresciuti a Capo Verde di affermarsi come calciatori. Tra i 26 convocati da Capo Verde per i Mondiali non ci sono calciatori particolarmente forti o famosi, ma sono tutti professionisti. E gli 11 nati nell’arcipelago comunque non sono pochi, se si considera per esempio che l’altro piccolo paese insulare qualificato, Curaçao, ha un solo calciatore autoctono (anche se bisogna considerare che Curaçao non è un paese indipendente, ma costitutivo del Regno dei Paesi Bassi).