• Italia
  • Mercoledì 17 giugno 2026

Il buco nei pedaggi autostradali in Sicilia è stato scoperto con un vecchio trucco

È bastato che la procura dicesse ai casellanti sotto accusa che erano indagati, poi loro hanno fatto il resto

Un casello autostradale
Un casello autostradale (ANSA/RAFFAELE VERDERESE)
Caricamento player

All’inizio di giugno, da un giorno all’altro, gli incassi dei pedaggi pagati in contanti su alcune autostrade siciliane sono aumentati di oltre il 50 per cento e in alcuni casi raddoppiati, senza particolari aumenti di traffico. Non è stato un caso o un errore tecnico. È stata piuttosto la conferma dei sospetti che gli investigatori della procura di Termini Imerese avevano da mesi, da quando avevano iniziato a indagare sull’ammanco di oltre un milione di euro di cui sono accusati cinque casellanti. La procura è arrivata a stimare la somma complessiva con uno stratagemma tanto elementare quanto efficace.

L’inchiesta è partita da un esposto del Consorzio per le autostrade siciliane (Cas), l’ente regionale che gestisce l’autostrada A20 Palermo-Messina e la A18 Messina-Catania. All’inizio del 2025 il consorzio si era accorto che ai caselli di Buonfornello, Cefalù e Castelbuono i passaggi delle auto non corrispondevano ai soldi incassati e aveva trasmesso i dati alla procura.

Gli investigatori hanno approfondito la segnalazione con un’inchiesta che ha coinvolto cinque casellanti. Secondo le ricostruzioni della procura, i casellanti avevano trovato il modo di far figurare nei sistemi informatici che il pedaggio da riscuotere fosse inferiore rispetto a quello effettivamente dovuto. In pratica, gli automobilisti pagavano regolarmente quanto previsto dalla tratta percorsa, ma nel sistema contabile il viaggio risultava iniziato più avanti, con un pedaggio più che dimezzato. La differenza, secondo la procura, veniva intascata dai casellanti.

Per riscuotere di più, gli indagati avrebbero anche dirottato il traffico verso le proprie corsie: secondo gli accertamenti disattivavano la corsia delle casse automatiche, abbassando la sbarra e mettendo il semaforo rosso, così da costringere più auto a passare dalla pista con operatore. Oltre ai cinque casellanti è indagato anche un dipendente di una ditta privata che lavora per il consorzio, sospettato di aver favorito questo sistema. Il reato contestato a tutti è il peculato, cioè l’appropriazione di un bene pubblico, denaro in questo caso.

Il metodo usato dagli investigatori per scoprire questo sistema è molto semplice, da vecchia scuola: senza prove schiaccianti e quindi senza la possibilità di chiedere misure cautelari, hanno fatto sapere ai cinque casellanti che erano indagati con un interrogatorio preventivo, permettendo loro di continuare a lavorare. Da quel momento gli investigatori hanno tenuto d’occhio con molta attenzione gli incassi, aumentati in modo significativo.

Il confronto più evidente è sulla barriera di Buonfornello, vicino a Palermo. Il 2 giugno 2025 le cinque corsie a pagamento manuale avevano incassato 5.915,30 euro da 2.834 transiti. Lo stesso giorno del 2026, con lo stesso numero di corsie aperte e poco più di 120 transiti in più, l’incasso è stato di 9.953,60 euro: il 68 per cento in più. La differenza è di 4.038,30 euro in un solo giorno e in una sola barriera. Dal conto sono escluse le casse automatiche e le corsie telepass, dove il pagamento non passa per le mani di un operatore.

Secondo il consorzio, il dato del 2024 è ancora più indicativo: il 2 giugno la stessa barriera non aveva raggiunto i quattromila euro di incassi, con una differenza di oltre 5 mila euro rispetto al 2026. Ora i tecnici incaricati stanno ripetendo lo stesso confronto su tutte le giornate successive agli interrogatori, mettendole a paragone con le stesse date dell’anno prima.

L’11 giugno la giudice per le indagini preliminari ha disposto per i sei la sospensione dal servizio per sei mesi. L’inchiesta di Termini Imerese, intanto, è solo una delle tre aperte in Sicilia: anche le procure di Messina e Catania stanno indagando su ammanchi dello stesso tipo nei loro territori, dove secondo l’accusa altri dipendenti avrebbero usato lo stesso sistema.