Giovedì il personale della presidenza del Consiglio è stato in sciopero

Giovedì 11 giugno i dipendenti della presidenza del Consiglio sono stati in sciopero per protestare contro il dimezzamento dei giorni in cui è consentito lavorare da remoto, che sono passati da 104 a 52 all’anno (quindi da due a settimana a uno a settimana), e contro le cattive condizioni in cui si trovano alcuni dei palazzi in cui lavorano. Lo sciopero era stato indetto da quattro sindacati del pubblico impiego (Snaprecom, Usb, Flp e Sipre) e riguardava gli oltre 3mila dipendenti a tempo indeterminato della presidenza, fra funzionari, personale amministrativo e impiegati, divisi in una ventina di palazzi a Roma (fra cui Palazzo Chigi, sede del governo).
Lo smart working, che è stato gradualmente introdotto dal 2017, è stato dimezzato ad aprile da Carlo Deodato, segretario generale della presidenza del Consiglio e responsabile del personale, secondo cui la presenza fisica dei dipendenti in ufficio aumenterebbe l’efficacia, la rapidità e la qualità del loro lavoro. È la stessa argomentazione di diverse grandi aziende, come JP Morgan e Stellantis, che negli ultimi due anni hanno chiesto ai loro dipendenti di tornare a lavorare in ufficio dopo aver incoraggiato il lavoro da remoto a partire dalla pandemia da Covid-19.
I dipendenti della presidenza del Consiglio e i sindacati invece sostengono che lo smart working migliori la qualità del loro lavoro, che eviti lunghi spostamenti in una città grande e trafficata come Roma e che non sia necessario svolgere le mansioni negli uffici della presidenza del Consiglio, che sono per molti al limite dell’agibile. In un comunicato gli uffici sono stati descritti come sovraffollati, cosa che crea difficoltà a concentrarsi, troppo freddi in inverno e troppo caldi in estate (perché hanno sede in palazzi storici) e bisognosi di manutenzione. Alcune sedi sono infestate da insetti e uccelli, mentre in altre è stata segnalata la presenza di topi «in prossimità della mensa e dell’asilo nido».


