Il monaco a capo del più famoso tempio buddhista cinese è stato condannato a 24 anni di carcere per appropriazione indebita e corruzione

Shi Yongxin, terzo da destra con la tunica arancione, durante un evento a Xi'An, Cina, 28 giugno 2015. (Chinatopix/AP)
Shi Yongxin, terzo da destra con la tunica arancione, durante un evento a Xi'An, Cina, 28 giugno 2015. (Chinatopix/AP)

L’ex monaco Shi Yongxin, che dal 1999 al 2025 era stato a capo del famoso tempio buddhista cinese di Shaolin, è stato condannato a 24 anni di carcere per appropriazione indebita e corruzione. A luglio era stata avviata un’indagine su di lui e ora un tribunale della provincia cinese di Henan lo ha giudicato colpevole di essersi illegalmente appropriato di circa 282 milioni di yuan, pari a circa 35 milioni di euro, tra il 2003 e il 2025; di aver ricevuto tangenti per l’equivalente di 1,5 milioni di euro connesse ad alcuni lavori edili nel tempio e alle sue attività commerciali; e di aver pagato tangenti a funzionari statali per circa 700mila euro.

Sotto la sua guida, Shi ha trasformato il tempio in un marchio globale e in un’attrazione turistica visitata ogni anno da milioni di persone, benché questo fosse già parecchio noto a partire dagli anni Ottanta grazie al film Shaolin Temple (in Italia il titolo fu I giganti del karaté). Il tempio, fondato circa 1.500 anni fa nella provincia orientale di Henan, è inserito nella lista dei patrimoni dell’UNESCO ed è uno dei più importanti templi della religione buddhista.

Per il modo in cui aveva gestito il tempio Shi era stato soprannominato il «monaco amministratore delegato». È riuscito a far crescere da 2 a 7 milioni il numero di turisti che ogni anno visitano a pagamento il tempio, fra cui molti turisti internazionali. Sfruttando il marchio del tempio, Shi ha anche aperto diverse scuole di arti marziali e istituti culturali fuori dalla Cina, e più recentemente ha creato dei corsi frequentabili anche online.

Shi ha confessato i reati e ha detto che non farà ricorso. Lo scorso anno era stato anche accusato di aver avuto rapporti con più donne e di avere almeno un figlio illegittimo, in contrasto con i principi buddhisti che prevedono la castità. Per questo l’Associazione buddhista cinese gli aveva revocato temporaneamente il titolo di monaco. Il processo in cui è stato condannato non si è occupato di queste accuse.