La crisi di Electrolux vista dai lavoratori
Secondo i racconti di chi verrà licenziato dall'impianto di Cerreto d'Esi (Ancona), tutto è partito da una cappa da cucina di alta gamma
di Angelo Mastrandrea

Gli operai della Electrolux di Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona, pensano che la fine della loro fabbrica sia cominciata quando l’azienda ha smesso di fare le cappe aspiranti per cucine di alta gamma, che sapevano fare solo loro, per passare a quelle prodotte in serie, che invece possono fare tutti. Dicono che li ha rovinati la catena di montaggio, nel senso che la loro forza era la manualità e la capacità di fare prodotti quasi artigianali: ma quando la produzione è stata standardizzata e la qualità delle cappe è stata abbassata, per loro è cominciata la crisi. La storia è più complessa di come viene raccontata, ma è vero che a seguito di quella scelta industriale lo stabilimento è andato in crisi, e ora Electrolux vuole chiuderlo.

Lo stabilimento Electrolux di Cerreto d’Esi (Angelo Mastrandrea/il Post)
Per questo, di primo mattino i lavoratori sono tutti davanti ai cancelli. Hanno montato un gazebo con un tavolo e alcune sedie e affisso striscioni e cartelli contro la chiusura della fabbrica. La presidiano a turno dall’11 maggio, quando l’azienda aveva comunicato ai sindacati durante un incontro a Venezia che l’impianto sarebbe stato chiuso, la produzione spostata in Polonia e loro licenziati. Attualmente ci lavorano 172 persone: 81 sono operai, gli altri impiegati e dirigenti.
Il 25 maggio erano andati a protestare sotto il ministero del Made in Italy, a Roma, mentre all’interno si svolgeva un incontro tra Electrolux, il governo e i sindacati. Chiedevano al governo di costringere Electrolux, che è una multinazionale svedese, a sospendere il piano di tagli. Invece l’azienda ha confermato quello che aveva già detto ai sindacati. Ha giustificato le scelte sostenendo che il settore degli elettrodomestici in Europa sia in difficoltà a causa della diminuzione della domanda, dei costi «strutturalmente elevati», della competizione dei paesi asiatici e della «crescente complessità operativa».

La protesta sotto il ministero del Made in Italy, a Roma, 25 maggio (Vincenzo Nuzzolese/SOPA Images via ZUMA/ansa)
Il piano industriale presentato dall’azienda al ministero prevede il taglio di 1.719 dipendenti sui 4.500 impiegati nei cinque stabilimenti italiani. Electrolux produce lavatrici e lavasciuga a Porcia in Friuli, frigoriferi e congelatori a Susegana in Veneto, lavastoviglie a Solaro in Lombardia, forni e piani cottura a Forlì in Emilia-Romagna, e cappe per le cucine a Cerreto d’Esi. Le prime quattro fabbriche saranno ridimensionate molto e quella marchigiana sarà chiusa. In totale saranno licenziati 994 operai e 725 impiegati, la metà dei quali nel settore ricerca e sviluppo.
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Il ministro del Made in Italy Adolfo Urso ha definito il piano «inaccettabile» e ha detto che la crisi è stata provocata anche dalle «politiche ideologiche del Green Deal», il piano della Commissione Europea contro il cambiamento climatico, ma non è vero, perché il calo della produzione è cominciato molto prima che il Green Deal fosse approvato. In ogni caso, Urso ha chiesto all’azienda di ritirare il piano entro il 15 giugno e di «aprire un confronto vero, per costruire una soluzione industriale condivisa e sostenibile, fondata su investimenti, innovazione, tutela degli stabilimenti e salvaguardia dell’occupazione», ma non ha indicato nessuna soluzione concreta per risolvere la crisi industriale di Electrolux e per dare un futuro alla fabbrica di Cerreto d’Esi.
I lavoratori dello stabilimento marchigiano dicono che l’annuncio della chiusura li ha colti di sorpresa, perché negli ultimi due anni la produzione si era stabilizzata. I segnali della crisi erano però già evidenti. La produzione negli ultimi anni è calata molto, perché non sono stati rinnovati i contratti in conto terzi per grandi imprese come la Bosch o la Smeg. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina la produzione è crollata da 122mila cappe all’anno a circa 80mila.
Un anno fa i sindacati negoziarono con l’azienda un contratto di solidarietà, che prevede una riduzione dell’orario di lavoro e dello stipendio per evitare licenziamenti. L’azienda ha anche offerto una buonuscita tra i 3mila e i 72mila euro a chi accettava di andare via. «Ci avevo anche fatto un pensierino, però poi sono rimasto perché lo ritenevo un posto sicuro, non pensavo che nel giro di pochi mesi avrebbe annunciato la chiusura», dice Ivano Settembrini, che nel 2003 si trasferì da Bagnara Calabra per lavorare da Electrolux.

Lavoratori e lavoratrici fuori dallo stabilimento Electrolux di Cerreto d’Esi (Angelo Mastrandrea/il Post)
Le cappe da cucina di alta gamma, gli operai, le facevano per la General Electric. Erano le più remunerative. «Richiedevano un lavoro di precisione, tutto manuale e artigianale, facevamo un lavoro enorme per assemblarle, e arrivavano a costare anche diverse migliaia di euro ciascuna», ricorda Annarita Mazzolini, un’operaia.
«Impiegavamo un’ora e mezza per farne una, ne facevamo al massimo 4 o 5 al giorno, le sapevamo fare solo noi ed era la nostra forza. Ora invece ne facciamo 30 all’ora con la catena di montaggio, è tutto molto veloce e standardizzato, in questo modo si possono fare ovunque e infatti le faranno in Polonia», spiega Sabrina Franconi, un’altra lavoratrice. «In questo stabilimento nei periodi migliori erano impiegate anche 800 persone, purtroppo negli ultimi anni per far fronte alla concorrenza asiatica si è pensato solo a ridurre i costi e non si è investito in innovazione», dice Enrico Morettini, che lavorava a Fabriano e fu spostato a Cerreto d’Esi da quando la fabbrica fu aperta, nel 1995.

Persone alla protesta davanti al ministero delle Imprese e del Made in Italy, Roma, 25 maggio (Cecilia Fabiano/LaPresse)
La crisi non riguarda solo Electrolux, ma più in generale l’intero distretto degli elettrodomestici marchigiano. Negli anni Novanta da queste parti si produceva il 70 per cento delle cappe di tutto il mondo. Ora non è rimasto quasi nulla. Pierpaolo Pullini, un sindacalista della FIOM CGIL che sta seguendo la vicenda, dice che se la fabbrica chiuderà sarà «l’ennesimo duro colpo al distretto degli elettrodomestici del fabrianese e un dramma per tanti lavoratori che hanno difficoltà a ricollocarsi, considerando le numerose crisi industriali degli ultimi anni in questo territorio».
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«Quando sono arrivato qui, nei primi anni Duemila, potevi cambiare lavoro molto facilmente, arrivavano offerte più vantaggiose dalle altre aziende per passare con loro, ora invece è tutto fermo», spiega Martino Corbucci, che nei primi anni Duemila si è trasferito a Cerreto d’Esi da Castellammare di Stabia, nel napoletano. L’età media dei lavoratori è tra i 45 e i 50 anni. «So che dovrò rivolgermi a un’agenzia interinale e che, anche se troverò un altro lavoro, avrò minori tutele», spiega Marco Sassi, un altro lavoratore.
«La gran parte dei lavoratori è troppo giovane per essere pre-pensionata e troppo anziana per essere ricollocata», conclude Morettini, che ha 36 anni di anzianità ed è il veterano del gruppo. I più qualificati confidano di riuscire a ritrovare un lavoro grazie alla loro esperienza, ma la maggior parte è preoccupata per il futuro.



