Le cremazioni stanno mandando in crisi i cimiteri italiani
Sono sempre più diffuse, ma meno redditizie delle sepolture, e questo ha innescato un circolo vizioso di problemi

In Italia sempre più persone scelgono di farsi cremare: nel 1995 succedeva in meno del 3 per cento dei casi, oggi in quasi il 40 per cento. Nel frattempo sono molto diminuite l’inumazione e la tumulazione, ossia la sepoltura a terra o in un loculo. È un fatto che ha a che fare sia con le attitudini spirituali delle persone che con semplici ragioni economiche, ma soprattutto sta avendo conseguenze rilevanti sulla gestione finanziaria dei cimiteri, che fanno sempre più fatica a mantenersi perché le cremazioni rendono meno.
Devono così trovare modi alternativi per raccogliere fondi, ma finora hanno puntato soprattutto su una pratica controproducente e per certi versi paradossale: fare sempre più cremazioni, attirando clienti anche da altre regioni con tariffe allettanti e promozioni. Questa tendenza ultimamente ha iniziato a creare sovraccarichi e di conseguenza problemi agli impianti, privando le persone di un servizio pubblico: ci sono state interruzioni e disservizi in vari forni crematori, e la situazione è sfuggita di mano al punto che è dovuto intervenire il governo.
Alla fine del 2025 nel decreto semplificazioni (poi convertito nella legge 182 del 2025) è stata inserita una norma per impedire agli impianti crematori di fare sconti sulle tariffe, che ora devono essere stabilite direttamente dai comuni. Inoltre è stato vietato il trasporto fuori da una regione di più di quattro corpi alla volta.
Tutto era cominciato durante la pandemia, quando a causa dell’aumento della mortalità le cremazioni erano cresciute notevolmente (non in percentuale sul totale dei morti ma in numero assoluto): solo nel 2020 il numero di corpi cremati era aumentato del 25 per cento rispetto all’anno precedente. Molte regioni hanno avuto grosse difficoltà a gestire le cremazioni: soprattutto quelle più colpite dal Covid, dove gli impianti crematori non riuscivano a rispondere a tutte le richieste. Così il governo decise di cambiare temporaneamente la normativa, permettendo di inviare i corpi nei poli crematori che avevano posti disponibili, piuttosto che in quelli più vicini, per gestire l’alto numero di decessi.
Diversi impianti di cremazione accolsero corpi provenienti da altre regioni, cominciando a offrire convenzioni e sconti quantità. Dopo la pandemia gli sconti per attrarre cremazioni da altre regioni sono rimasti, con l’obiettivo di offrire un servizio, ma anche di incassare fondi utili per mantenere i cimiteri. Si è creato così un circolo vizioso: l’aumento delle cremazioni ha mandato in crisi i cimiteri, che nel tentativo di attirare clienti da lontano hanno finito per fare ancora più cremazioni.
La cremazione di un corpo costa in media tra i 500 e i 600 euro, a cui vanno aggiunte le spese per l’urna cineraria (dai 100 ai 700 euro in base alla tipologia). Le spese di una sepoltura superano invece i 3-4mila euro, considerando la sistemazione della salma, i costi della bara e della lapide e le spese di tumulazione. In entrambi i casi, il loculo nel cimitero non viene acquistato ma dato in concessione dal comune per un determinato periodo di tempo (di solito 30, 60 o 99 anni). I prezzi dipendono dal cimitero, dalla posizione del loculo e dalla durata della concessione, ma in generale i loculi per le urne cinerarie sono più economici rispetto a quelli per le bare: un loculo per una bara può costare fino a 5mila euro per 30 anni, mentre il loculo cinerario raramente supera i mille.

Loculi al cimitero Maggiore di Milano, 30 ottobre 2024 (Marco Ottico/LaPresse)
Ma la cremazione viene scelta anche per ragioni culturali. Sempre meno persone sono credenti, e spesso anche se lo sono non seguono pedissequamente i precetti della religione cattolica, che accetta la cremazione dal 1963 ma raccomanda comunque la sepoltura.
L’Istituto Cattaneo e l’Osservatorio per la ricerca sulla morte e le esequie hanno realizzato uno studio sull’evoluzione delle pratiche funebri in Italia: è emerso che le pratiche religiose sono sempre più in declino, con una maggiore apertura delle persone a forme di gestione dei corpi dopo la morte diverse dalla sepoltura tradizionale. I cimiteri sono sempre meno visti come luoghi sacri e sempre meno frequentati: è molto aumentata anche la pratica di disperdere le ceneri o di affidarle a familiari, evitando quindi la conservazione in cimitero.
Nel tempo il costo inferiore delle cremazioni ha fatto incassare meno soldi ai cimiteri, che oggi in molti casi fanno fatica a sostenere le spese di manutenzione. La gestione di solito è affidata ai comuni, che a loro volta possono incaricare società private o a partecipazione pubblica.
Ancora più difficile è mantenere i cimiteri dei piccoli comuni che non hanno un impianto di cremazione, e quindi non hanno nemmeno modi alternativi per raccogliere soldi. I piccoli comuni hanno naturalmente meno risorse pubbliche da investire nei cimiteri, e a volte si trovano a dover affrontare spese ingenti per mantenere spazi che ospitano solo poche decine di tombe. La conseguenza è che, in alcuni casi, i cimiteri vengono mantenuti male o abbandonati.
Oggi in Italia ci sono 91 forni crematori attivi, quasi il doppio rispetto a 15 anni fa, quando erano poco più di 50: gli ultimi dati disponibili mostrano che gli impianti che hanno svolto più cremazioni nel 2024 sono stati quelli di Roma (16mila), Bologna (12mila), Milano (10mila), Albosaggia – in provincia di Sondrio – (7.400), Firenze e Pavia (7mila).

L’esterno del crematorio dentro il cimitero di Lambrate a Milano, marzo 2020 (Ansa/Mourad Balti Touati)
Un caso emblematico dell’aumento delle cremazioni è quello del polo crematorio di Bologna: dal 2019 al 2022 è passato da 6.800 a 12mila cremazioni l’anno. Se nel 2019 il 95 per cento dei corpi arrivava da Bologna e provincia, nel 2021 era solo il 53 per cento. Anche i prezzi erano fortemente ribassati: ad esempio, nel 2020 le salme provenienti dalla provincia di Bergamo venivano cremate pagando meno della metà della tariffa standard (circa 300 euro invece che 650).
Con la fine della pandemia le cose non sono cambiate granché, e i poli crematori hanno continuato a offrire sconti quantità e tariffe ribassate per attrarre clienti da lontano. È così che sono iniziati i problemi: nel 2024 a Bologna due imprese funebri hanno sporto denuncia per la gestione dei corpi in attesa di cremazione, che essendo troppi non venivano bruciati subito ma ammassati nel giardino dell’impianto. In certi casi le persone hanno dovuto aspettare anche più di un mese prima di riuscire a far cremare i loro cari.
Non solo: nei poli crematori più attivi non è stato possibile fare la manutenzione degli impianti, che lavoravano senza sosta. In alcuni casi si sono verificati guasti anche dovuti all’eccessivo utilizzo, mentre alcuni comuni (come quello di Milano) hanno optato per chiusure straordinarie per smaltire le cremazioni già programmate.



