Due chiacchiere con Tim Booth dei James

Nel pomeriggio di un loro concerto a Leeds, in attesa del festival del Post a Peccioli

di Luca Sofri

I James in concerto a Leeds, sabato 4 aprile 2026 (Il Post)
I James in concerto a Leeds, sabato 4 aprile 2026 (Il Post)
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La band dei James è a Leeds per una data del proprio tour primaverile nelle “arenas”, gli spazi da dieci-quindicimila persone corrispondenti a quelli che noi chiamiamo “palasport” – ma solitamente più grandi – e che nel Regno Unito sono però usati quasi soltanto per spettacoli o concerti. Da un po’ di tempo, col culmine dello storico e celebrato tour di reunion degli Oasis del 2025, diverse altre band britanniche popolari negli anni Ottanta e Novanta sono tornate a riempire con facilità spazi di grandi dimensioni facendo il tutto esaurito in decine di città diverse: i Tears For Fears, i Deacon Blue, i Pet Shop Boys, i Cure, i Madness.

I James, poi, hanno conservato nel loro paese un fandom estesissimo, continuando a pubblicare dischi di buon successo anche quando nel resto del mondo erano stati dimenticati, salvo che per una manciata di canzoni andate forte ovunque alla fine del secolo scorso. Il risultato è che anche l’arena di Leeds – capienza più di tredicimila persone – sarà piena.

«Ogni sera però è diversa, e ogni sera ci adattiamo al pubblico. Un martedì a Bournemouth non è come un sabato a Leeds. Martedì gli è appena iniziata la settimana, non bevono, sono lì per vedere cosa saprai fare; stasera invece vorranno divertirsi e saranno tutti sbronzi, vedrai». Sono con Tim Booth in un camerino, a metà pomeriggio: è previsto un breve set informale di tre canzoni per un centinaio di persone, amici e giornalisti, perché a Booth – cantante e leader della band – piace sentire i feedback e ricevere domande. E prima mi aveva invitato a fare due chiacchiere in vista del concerto dei James che il Post ha organizzato a Peccioli, in Toscana, il prossimo 4 luglio. La band non suona in Italia dal 2014, ed era venuta per tre date tra il 1992 e il 1993, compresa una festa dell’Unità emiliana.

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I James sono nati all’inizio degli anni Ottanta a Manchester, dove studiavano all’università Booth e Jim Glennie, i due membri della band rimasti da allora. Booth però è in effetti di qui, nato nella vicina città di Bradford, e il suo giudizio sulle attitudini alcoliche dei locali è probabilmente competente. Anche il successo di questo tour ha una storia che comincia da allora: per i loro primi anni i James si costruirono un fedele seguito soprattutto suonando dal vivo.

«Siamo un’anomalia. Siamo in giro da, direi, 44 anni e siamo gli unici della nostra generazione – forse con Nick Cave – che stanno persino crescendo in pubblico rispetto ad allora [il loro primo disco, a parte una vecchia raccolta, ad arrivare al primo posto nelle classifiche britanniche è stato quello del 2024, ndr]. Penso sia per il nostro approccio imprevedibile, per cui ogni concerto è diverso, in ogni concerto cerchiamo di aggiungere qualcosa e non sappiamo bene cosa stiamo facendo, improvvisiamo. È lo spirito del post-punk, di quando iniziammo nel 1981, e di quando le band facevano musica solo per amore della musica, senza ambizioni. Anzi, se avevi delle ambizioni sembrava una cosa sporca. I concerti negli stadi erano una cosa deprecabile: quando poi siamo arrivati a suonare nelle arenas e negli stadi ci siamo detti “guarda dove siamo finiti”».

«Tutte le nostre canzoni nascono da improvvisazioni. Ci troviamo in certi bei posti per una settimana, tre volte l’anno, e suoniamo assieme: ne escono più di cento cose ogni volta e poi decidiamo quali saranno delle canzoni. Nessuno arriva preparato, anche le parole nascono così, improvvisando e lavorandoci».

Booth parla con una voce dolce e complice, accogliente, così come tutto nei suoi modi sembra affettuoso (anche se poi mostrerà qualche spiritosa insofferenza per un paio di domande di giornalisti, come capita a Sinner di questi tempi). In un angolo del camerino riconosco gli improbabili giubbotti di pelo familiari ai fan della band e che fanno parte della collezione di sempre creativi outfit con cui Booth si mostra sul palco. La voce, la gentilezza, l’apparenza di sereno controllo, persino i giubbotti di pelo, sembrano coerenti con il milieu di meditazione e post-fricchettonismo che Booth ha sempre frequentato e promosso (persino il ricco e vario design grafico della storia della band ha come elemento principale – e di gran successo di vendita nel merchandising – un fiore).

La band sul palco è composta da ben nove persone: il maggiore protagonismo è quello di Booth, che immancabilmente si sporge sul pubblico, saluta e abbraccia, si mescola col pubblico, fino ad apparire a sorpresa tra gli spettatori della galleria, cantando mentre la attraversa tutta, ancora tra abbracci e strette di mano. A un certo punto, dal palco, prende in giro gli spettatori in piedi delle prime file, che immagina spaventati dalla possibilità che ancora oggi, a 66 anni, lui possa decidere di gettarsi su di loro, come faceva un tempo. L’ipotesi sembra quindi accantonata, ma è un inganno: lo farà qualche canzone dopo, in un rito coinvolgente e tra il professionale allarme dei bodyguard.

Ma si prendono il loro pezzo di scena anche la cantante Chloe Alper, che è con la band dal 2018, e il chitarrista Saul Davies che arrivò ancora negli anni Ottanta, che fa un gran teatro soprattutto col violino e che sembra il complementare estetico di Booth, col suo aspetto da personaggio dei Soprano. Ed Andy Diagram con la tromba aggiunge spettacolo.

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«Adesso siamo in questo grande tour, e abbiamo queste gran luci, e abbiamo gli schermi, ma chi le guida sa che deve tenere tutto a bada e seguire quello che succede sul palco tra nove musicisti o quando mi muovo tra il pubblico. Succedono cose divertenti, è letteralmente un evento dal vivo. Mentre oggi molto di quello che vediamo nei teatri è tutto pianificato, i musicisti sanno dove devono andare ogni momento, a un certo punto c’è l’assolo, e le luci li seguono secondo una programmazione. Nei nostri show i tecnici devono stare all’erta tutto il tempo».

Sarà per questo che Booth e i più longevi membri della band sembrano divertirsi tuttora. «Siamo questa cosa qui, facciamo musica tutto il tempo, ci paghiamo i nostri dischi. Anche durante il tour io resto sveglio la notte a scrivere testi. Stasera ne suoniamo una che abbiamo composto in queste notti, e vediamo come va. E questa cosa col pubblico è quella che ci muove ancora: poi se un disco va in classifica bene, e se non ci va pazienza».

Gli chiedo qual è secondo lui la percezione che il pubblico britannico in generale ha dei James, per esempio quando vanno ai grandi e vari festival come Glastonbury, ma la risposta prende casualmente un’altra piega: «Glastonbury è una storia un po’ strana. Nel 2016 abbiamo aperto il festival, e quando il suo fondatore e proprietario Michael Eavis vide che nella setlist non avevamo messo Sit Down, ci chiese di farla lo stesso. Noi gli dicemmo che ogni tanto alcune canzoni più famose le facciamo riposare per un po’, lui insistette ma noi gli dicemmo di no. Quindi adoriamo Glastonbury e ci stiamo sempre bene, ma la volta dopo, nel 2024, non abbiamo avuto un gran posto nel programma. Coi festival è così, a volte suonavamo pezzi nuovi e non era quello che tutti si aspettavano: ora siamo meno rigidi, e cerchiamo di entrare sempre in relazione con le aspettative del pubblico».

Nel concerto di quella sera si vedranno entrambe le cose: l’attenzione a divertire e accontentare il pubblico, ma anche a divertirsi come band e a fare la propria musica, e la sintesi tra le due cose è un pezzo appena scritto, Nantucket, che però si fa apprezzare subito dai fan. «Siamo stati una live band da subito, musicisti primitivi, ragazzini che suonavano strumenti rubati, ci abbiamo messo anni a essere pronti per un disco. E il pubblico si è abituato a quel tipo di band, con le canzoni costruite strane perché non sapevamo niente della struttura di una canzone. Le prime neanche avevano un ritornello, non sapevamo cosa fosse: poi abbiamo capito che il pubblico vuole qualcosa da riconoscere, a cui tornare. Il ritornello è quella cosa lì, quello che sto facendo con te anche adesso, tornare su un concetto per confermartelo. Ma non è che lo abbiamo imparato studiando la teoria, lo abbiamo imparato suonando».

L’ultima volta che i James sono venuti a suonare in Italia era il 2014, in un bizzarro ed effimero festival creato per propria passione da un ricco investitore inglese di origine indiana, innamorato dell’Umbria e della musica. C’erano anche Paul Weller, i Kaiser Chiefs, i Charlatans, Peter Hook. Ma Tim Booth neanche se ne ricorda, confessa. «Mi ricordo quando siamo venuti negli anni Novanta. Tra l’altro facemmo una cosa stupida allora: suonammo in Francia in un negozio FNAC e non ci fecero usare i nostri tecnici, quindi ci furono problemi col microfono, io mi arrabbiai e rientrai verso il camerino scagliando contro il muro una maraca, e quasi centrai una signora che era nel backstage con delle altre persone, che si spaventò e mi disse “Scordati di vendere mai più un disco in questo paese. E in nessuno dei paesi dove ho degli amici”. E non ci hanno più invitati!». La storia mi pare buffa e strana, e cambio discorso. Booth se ne accorge, evidentemente, e mi tranquillizza: «Guarda, ormai saranno morti, o in pensione».

Ci salutiamo, ultime chiacchiere di figli e squadre di calcio (la sua, il Leeds, gioca l’indomani, «per fortuna, che se perde il pubblico potrebbe arrivare abbattuto»), capisco il senso di intimità che i fan dei James hanno con lui, e lo capirò ancora di più la sera, e poi guardando i video delle date successive del tour, Liverpool, Manchester, Cardiff, Nottingham, Londra, a colpi di 15-20mila persone ogni sera. Ogni anno ci chiediamo se sia stata una buona idea, far venire a Peccioli band che mancano dall’Italia da tanto (i Waterboys, i Deacon Blue), stavolta sono più sicuro del solito.