Come e perché il governo vuole influenzare un’altra nomina importante
Le elezioni al Consiglio di Stato hanno da sempre una certa autonomia dalle ingerenze della politica: questa volta pare di no
di Valerio Valentini

I due più alti incarichi direttivi del Consiglio di Stato, il massimo organo della giustizia amministrativa italiana, stanno per essere ridefiniti. Il presidente aggiunto, Carmine Volpe, a metà maggio compirà 70 anni, e dovrà dunque andare in pensione. Tra un anno, invece, lascerà il suo incarico il presidente, Luigi Maruotti, pure lui per aver raggiunto il limite d’età. Le due nomine sono in realtà collegate: quasi sempre, secondo un’antica prassi, il presidente aggiunto, che è un po’ paragonabile al vicepresidente, viene promosso presidente quando questo lascia il suo incarico. Ci sono state in passato pochissime eccezioni, e l’unica davvero significativa risale al 2015, col governo di Matteo Renzi. Fu un caso anomalo e mai replicato.
La scelta del nuovo presidente aggiunto, che si sta discutendo in queste settimane, è quindi decisiva anche per quello che avverrà l’anno prossimo. Così intorno a questa nomina si sta generando un certo subbuglio, dietro al quale s’intravede piuttosto chiaramente il tentativo del governo di Giorgia Meloni di condizionare le decisioni: tentativo portato avanti in particolare dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, di Fratelli d’Italia.
Nel Consiglio di Stato le promozioni agli incarichi più alti vengono stabilite in modo pressoché automatico: si utilizza infatti il principio dell’anzianità salvo demerito. Significa che di solito vengono scelti quelli che da più tempo sono in servizio presso l’istituzione, a meno che non abbiano commesso gravi errori. È un sistema che ha dei limiti, evidentemente, ma che pure ha preservato il Consiglio di Stato dalle logiche spartitorie e dalle degenerazioni correntizie che hanno invece caratterizzato la magistratura ordinaria, a partire dal Consiglio superiore della magistratura (CSM).
È un principio a cui i magistrati amministrativi sono per lo più affezionati, proprio perché preserva una certa autonomia della loro categoria dalle ingerenze della politica.

Il Presidente Sergio Mattarella con Luigi Maruotti, presidente del Consiglio di Stato, il 10 febbraio 2026 (Francesco Ammendola/LaPresse)
Il 15 aprile scorso però è successa una cosa inattesa. La riunione plenaria del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (CPGA) – che è l’organo di autogoverno della categoria (è un po’ come il CSM per la magistratura ordinaria) – era stata convocata per approvare quella che sembrava una nomina scontata, ma ebbe un esito imprevisto. Tra i cinque magistrati che si erano candidati per l’incarico di presidente aggiunto il più anziano era Luigi Carbone, ed era pertanto il principale favorito.
Dei 15 membri del Consiglio di presidenza, in nove avevano inizialmente dichiarato il proprio sostegno a Carbone (un numero sufficiente per eleggerlo). Al momento del voto, però, che avviene a scrutinio segreto, le preferenze per Carbone sono state solo sette. Sei hanno votato contro e due si sono astenuti. La maggioranza richiesta non è stata pertanto raggiunta, e di lì è nato lo stallo. Ci sarà dunque bisogno di nuove consultazioni, e poi di un nuovo voto del CPGA, che avverrà con ogni probabilità entro maggio.
Già da qualche settimana in realtà si era capito che stava accadendo qualcosa di strano. Il 7 aprile durante una riunione di una commissione del CPGA preparatoria al voto della plenaria (o plenum), oltre alla scontata presentazione di Carbone era stata avanzata anche un’altra candidatura, quella di Ermanno De Francisco. A proporla, in particolare, era stato Giovanni Doria, giurista calabrese dell’Università di Tor Vergata eletto nel CPGA come laico, scelto dal Senato su indicazione di Fratelli d’Italia.
Il CPGA è infatti composto da 15 membri titolari: il presidente del Consiglio di Stato, che ne è membro di diritto e lo dirige; 4 magistrati in servizio presso il Consiglio di Stato; 6 magistrati in servizio presso i tribunali amministrativi regionali, cioè i TAR; 4 “laici”, cioè esperti di diritto eletti dal parlamento (ci sono poi 4 supplenti, tutti magistrati).
In quella riunione la proposta di candidare De Francisco non ottenne alcun sostegno, se non quello di Doria, e fu dunque ritirata prima della plenaria. Apparve comunque un’iniziativa bizzarra. Dei 5 magistrati che si erano candidati, infatti, De Francisco era quello che, sulla base dell’anzianità, aveva minori titoli di tutti. Di conseguenza una sua candidatura avrebbe legittimato le ambizioni di tutti gli altri concorrenti che erano meno titolati di Carbone, e cioè Luciano Barra Caracciolo, Rosanna De Nictolis e Marco Lipari. Tutti, insomma, sarebbero rientrati in gioco. Questa confusione ha poi contribuito a generare il subbuglio che ha portato alla mancata elezione di Carbone, e che tuttora permane.
I magistrati amministrativi non sembrano averla presa bene, proprio perché vedono in questo stallo la premessa per un’ingerenza da parte della politica. Significativamente, tutte e tre le associazioni dei magistrati amministrativi – l’Associazione dei magistrati del Consiglio di Stato, che è la principale; CONMA e ANMA, che sono le altre due – nei giorni scorsi hanno ribadito con comunicati di vario tipo la loro intenzione che si riaffermi il principio dell’anzianità salvo demerito, e che insomma si segua la prassi che si è quasi sempre adottata, nei decenni scorsi.
C’è il timore che invece stavolta la politica voglia intromettersi, approfittando di una situazione favorevole al governo e a Fratelli d’Italia per certi versi irripetibile. Tra i quattro componenti laici del CPGA, infatti, non ce n’è neppure uno riconducibile ai partiti del centrosinistra. Doria ed Eva Sala sono stati promossi per volere di Fratelli d’Italia; c’è poi Francesco Urraro, ex senatore eletto col Movimento 5 Stelle nel 2018 ma poi passato alla Lega nel 2019; e c’è infine Giangiacomo Palazzolo, ex sindaco di Cinisi, nel Palermitano, esponente di Azione di Carlo Calenda, che è un partito di opposizione ma è piuttosto dialogante con la maggioranza. Tra i 6 magistrati dei TAR membri del CPGA c’è inoltre Ettore Manca, da molti anni assai vicino allo stesso Mantovano.
Manca, Doria e Sala, significativamente, sono stati tra i fondatori del comitato filogovernativo Sì Riforma durante la recente campagna per il referendum sulla riforma della magistratura.
Per paradosso, però, un CPGA che appare così sbilanciato a destra potrebbe eleggere come presidente aggiunto del Consiglio di Stato un magistrato come Carbone, che questo governo ritiene poco affine alle sue sensibilità. Carbone è stato capo di gabinetto di Roberto Gualtieri, attuale sindaco di Roma, quando era ministro dell’Economia del secondo governo di Giuseppe Conte, di centrosinistra. Poco prima però aveva ricoperto lo stesso incarico per Giovanni Tria, ministro vicino alla Lega nel primo governo di Conte. Più in generale, in passato ha avuto importanti incarichi di funzionario nei governi di centrodestra di Silvio Berlusconi, e anche in questi ultimi anni ha mantenuto buoni rapporti con la Lega. Il suo è insomma un profilo abbastanza trasversale.
Fratelli d’Italia contesta però a Carbone, in modo piuttosto sgraziato, di essere stato l’ispiratore di una sentenza del Consiglio di Stato che aveva dato ragione all’ex presidente della Campania Vincenzo De Luca al termine di un lungo contenzioso contro il governo. La sentenza riguardava la gestione dei fondi europei e opponeva a De Luca in particolare l’allora ministro per gli Affari europei, Raffaele Fitto di Fratelli d’Italia.
Fratelli d’Italia depositò anche un’interpellanza in Senato per sollevare il caso in parlamento, anche se poi la polemica venne in parte accantonata dallo stesso governo.
Al contrario, sono piuttosto graditi all’attuale maggioranza di destra altri due candidati al ruolo di presidente aggiunto del Consiglio di Stato, cioè i due principali contendenti di Carbone. Uno, come detto, è Ermanno De Francisco. Nel 2018 fu scelto da Conte come capo del Dipartimento per gli Affari giuridici e legislativi (DAGL) della presidenza del Consiglio, uno dei principali consiglieri giuridici di cui si serve un presidente. Ma di recente ha avuto modo di stringere buone relazioni con alcuni esponenti del centrodestra: sia col presidente della Sicilia Renato Schifani, di Forza Italia, sia soprattutto con lo stesso Mantovano.
I Criceti di Satana col loro globalismo irenico promuovono il tribalismo malthusiano omicida mirando a pulizie etniche su scala mondiale per assecondare i bisogni edonistici di elite sociopatiche
— LucianoBarraCaraccio (@LucianoBarraCar) December 23, 2018
L’altro è Luciano Barra Caracciolo, ex sottosegretario agli Affari europei nel primo governo di Conte, molto vicino alla fazione più estrema della Lega. Barra Caracciolo è stato implicitamente coinvolto in questo contenzioso politico che riguarda il Consiglio di Stato. Tra i 5 candidati per l’incarico di presidente aggiunto, infatti, sulla base dei criteri di anzianità lui è il secondo più titolato, dopo Carbone. Qualunque manovra dovesse compromettere la nomina di Carbone offrirebbe inevitabilmente grosse speranze proprio a Barra Caracciolo, che è il secondo della lista.
Barra Caracciolo è stato negli anni un intransigente teorico dell’uscita dell’Italia dall’euro e del ritorno alla lira; ha alimentato una retorica veemente contro l’Unione Europea, anche accreditando le più assurde tesi complottiste e cospirazioniste; ha condiviso i toni più scettici sul green pass e sulla politica vaccinale dei governi Conte II e Draghi durante la pandemia del Coronavirus. Una sua elezione a presidente aggiunto, con la prospettiva di diventare il presidente del Consiglio di Stato tra un anno, sarebbe insomma per certi versi clamorosa.



