“Dichiaro di aver abortito”
Era l'inizio del "Manifesto delle 343" e di un grande cambiamento culturale in Francia, guidato da Simone de Beauvoir, che morì quarant'anni fa
di Giulia Siviero

Quando il 5 aprile del 1971 sul settimanale francese Le Nouvel Observateur venne pubblicato Il Manifesto delle 343 per la legalizzazione dell’aborto, Simone de Beauvoir, che ne è considerata l’autrice, aveva già pubblicato molti dei suoi romanzi più celebri, diversi saggi, le sue memorie e il monumentale volume Il secondo sesso, che divenne un punto di riferimento essenziale per buona parte del femminismo successivo.
Rispetto alla maggioranza delle donne francesi del suo tempo Simone de Beauvoir, morta il 14 aprile di quarant’anni fa, era una privilegiata: era economicamente indipendente, il suo lavoro di scrittrice e pensatrice era ampiamente riconosciuto e dopo essersi avvicinata al movimento femminista ne era diventata una delle figure più autorevoli.
La nuova ondata femminista iniziò a metà degli anni Sessanta, sullo slancio del Sessantotto, della ribellione giovanile verso l’ordine costituito e dei movimenti pacifisti. Le femministe cominciarono a chiedersi perché niente fosse cambiato anche se formalmente, per le donne, molto era già cambiato. Per trovare una risposta pensavano fosse necessario andare alla radice del predominio maschile, dove individuarono non lo sfruttamento economico, né l’esclusione dai diritti politici e civili, ma una supremazia nella sfera della sessualità e della riproduzione. Questa conclusione si tradusse presto in obiettivi pratici e comuni: l’incremento dei mezzi di contraccezione, i consultori femministi, le case per donne maltrattate. E la richiesta del diritto all’aborto.

Manifestazione dei movimenti femministi per un aborto «libero e gratuito», Grenoble, Francia (Jacques Haillot/Sygma/Sygma via Getty Images)
Negli anni Settanta in Francia interrompere una gravidanza era un crimine punito con la prigione in base a una legge approvata nel 1920 che proibiva anche la contraccezione. Nonostante questo, ogni anno migliaia di donne facevano ricorso all’aborto clandestino in condizioni precarie e di estremo pericolo per la loro salute e la loro vita.
Prima che in Francia, così come altrove, tribunali e partiti si facessero carico (chi meglio, chi peggio) della questione, quel che accadde è che le singole donne cominciarono a parlare del loro aborto proprio mentre lo praticavano, componendo un racconto diffuso, collettivo e comune in grado di aprire uno spazio di realtà tra i divieti imposti dalle leggi e la loro quotidiana violazione.
All’inizio degli anni Settanta le femministe trasformarono il tema in una questione politica affiancando alle testimonianze delle donne sui loro aborti le autodenunce pubbliche per procurato aborto. Rivendicare di aver trasgredito la legge scombinò le posizioni in campo e svelò l’ipocrisia dello Stato, mettendolo davanti alla paradossale situazione di non poter applicare quella legge che tante, troppe, dicevano di aver violato.
Una delle prime e più celebri dichiarazioni pubbliche e collettive di aborto clandestino fu il Manifesto delle 343 scritto da Simone de Beauvoir: trecentoquarantatré perché erano le firme raccolte, anche se in realtà erano 342, poiché un nome compariva due volte. Trecentoquarantadue donne, dunque, di tre generazioni e con storie personali e politiche molto differenti tra loro. Alcune erano famose, altre no, e non tutte avevano realmente abortito. Sette giorni dopo la pubblicazione del Manifesto la rivista satirica Charlie Hebdo lo riprese attaccando i politici e chiedendo provocatoriamente loro chi mai avesse messo incinta quelle 343 puttane (“salopes”, in francese). Un insulto attribuito da una società profondamente patriarcale contro le donne sessualmente libere venne così rivendicato. E il Manifesto diventò famoso in tutto il mondo come “Il Manifesto delle 343 puttane”.

La copertina di Charlie Hebdo con la vignetta disegnata da Cabu, ucciso il 7 gennaio del 2015 durante l’attentato alla sede della redazione. Cabu si chiede: «Chi ha messo incinta le 343 puttane del manifesto sull’aborto?». Una mano schiaffeggia la testa dell’allora ministro della Difesa nazionale Michel Debré, che risponde: «Era per la Francia!».
L’idea del Manifesto venne a Nicole Muchnik e Jean Moreau, una giornalista e un giornalista di Le Nouvel Observateur. Contattarono il principale movimento femminista del paese, il Mouvement de Libération des Femmes (MLF), che da tempo lottava contro l’aborto clandestino. La proposta non venne però accolta in modo positivo da tutte le militanti. Per alcune era infatti fuori discussione stringere un’alleanza con quella che definivano «la stampa borghese», ed era altrettanto fuori discussione mettersi accanto a donne famose che facevano pienamente parte di quello stesso sistema che il movimento combatteva. In molte prevalse però il pensiero che l’occasione non dovesse andare persa.
Un piccolo gruppo di donne decise di confrontarsi con Simone de Beauvoir, che le ricevette nel suo appartamento parigino di Rue Victor-Schœlcher, vicino a Montparnasse. Claudine Monteil, una delle più giovani firmatarie del Manifesto, ricorderà: «Mi ritrovai, allora ventenne, a casa di Simone de Beauvoir (…). Circondata da due divani gialli, da librerie colme di libri e fotografie di Jean-Paul Sartre (compagno di de Beauvoir, ndr) e bambole provenienti da tutto il mondo, lei ci parlava con vivacità, incurante della propria fama. (…) Insieme, avremmo trascorso diversi mesi a preparare la pubblicazione del Manifesto».
Fu Simone de Beauvoir a scriverne la versione definitiva. Cominciava così:
«Un milione di donne abortisce ogni anno in Francia. Lo fanno in condizioni pericolose a causa della clandestinità a cui sono condannate, mentre questa procedura, se eseguita sotto supervisione medica, è una delle più semplici. Si resta in silenzio su questi milioni di donne. Io dichiaro di essere una di loro. Dichiaro di aver abortito».
A quel punto iniziò la raccolta firme. Anche la redazione de Le Nouvel Observateur si mobilitò, ma le femministe non erano ancora certe di voler affidare a quel settimanale il loro Manifesto. Lo scelsero, alla fine, a condizione di non venir censurate. In redazione vi fu una riunione piuttosto movimentata, ricorderà Jean Moreau: «Temevo un po’ che le mie amiche avrebbero creato problemi!». Dopo ore di trattative, il direttore Jean Daniel, che voleva pubblicare solo i nomi delle donne più famose, cedette e concesse all’MLF anche un breve articolo poi intitolato: «I nostri uteri ci appartengono».
Il 5 aprile del 1971, dunque, il Manifesto uscì in prima pagina e venne ripreso dalla stampa internazionale trasformandosi, di fatto, in una petizione. Il 3 maggio sempre su Le Nouvel Observateur 252 medici pubblicarono il loro manifesto dichiarandosi a favore dell’aborto, su Le Monde 220 ginecologi ne chiesero la liberalizzazione e in Germania la rivista Stern riprese l’idea due mesi più tardi. Nel frattempo, il giornale venne sommerso di lettere di sostegno e anche da violente critiche. Per oltre un anno Jean Moreau fu bombardato da telefonate di lettrici che chiedevano ascolto e un indirizzo per procurarsi degli aborti.

La prima pagina e pagina 5 di Le Nouvel Observateur del 5 aprile 1971
Il sistema giudiziario non si attivò: né il giornale né le firmatarie vennero perseguite. Alcune furono però ripudiate dalle loro famiglie, altre persero il lavoro e alcune ricevettero delle minacce. Ma l’obiettivo era stato raggiunto, come ricorderà Claudine Monteil: «Nel giro di 48 ore, la parola “aborto”, allora una parola tabù, venne pronunciata alla radio e durante le cene di famiglia. Nell’intimità delle loro camere da letto, le nonne confidarono segretamente alle nipoti che, come tante altre donne, anche loro avevano dovuto sottoporsi a uno, due, tre aborti perché non avevano i mezzi economici per sfamare altre bocche. Eravamo riuscite a costringere la società francese e le autorità politiche a confrontarsi con questa dolorosa realtà».
Sull’orma di tutto questo l’avvocata femminista Gisèle Halimi, Simone de Beauvoir e altre crearono l’associazione Choisir per portare avanti la lotta per il riconoscimento dell’aborto come diritto, cosa che avvenne nel 1975 grazie all’approvazione della “Legge Veil” che prende il nome da Simone Veil, avvocata e politica vicina al movimento.

Una delle lettere contro Simone de Beauvoir ricevute da Le Nouvel Observateur dopo la pubblicazione del Manifesto
Claudine Monteil disse che il giorno del voto definitivo lei e molte altre firmatarie del Manifesto trascorsero diverse ore al freddo fuori dal parlamento. E ricordò che quando si rivolse a Simone de Beauvoir per dirle che avevano vinto, lei si fece scura in viso e rispose: «Certamente, Claudine, abbiamo vinto, ma solo temporaneamente. Una crisi politica, economica e religiosa basterà a mettere in discussione i diritti delle donne, i nostri diritti. Dovrai rimanere vigile per il resto della tua vita».



