«Le signore sulle sedie, quando torno al mio paese»
È il ritornello di una canzone che sentiremo molto in estate, e che sta ricevendo critiche per come racconta il Sud Italia

Da qualche giorno è in corso una polemica attorno a una canzone che parla del Sud Italia in modo passionale e un po’ esotizzante, fin dal titolo: si chiama “Al mio paese”, l’hanno realizzata le cantanti Levante, Serena Brancale e Delia ed è stata chiaramente costruita per diventare uno dei tormentoni della prossima estate. È molto orecchiabile, si rifà ad alcune tradizioni musicali meridionali sia nel ritmo che nell’armonia, come la taranta, la pizzica e la tammuriata, e ha un arrangiamento moderno e radiofonico, tipico dei singoli di questo tipo.
La prospettiva è quella della persona del Sud che vive fuori sede, a Milano o in altre città del Nord, torna a casa per le vacanze estive e rimane stupita dalla bellezza dei posti in cui è cresciuta. Viene esplicitata fin dai primi secondi dal ritornello, che dice piuttosto didascalicamente: «Incominciano le ferie quando torno al mio paese». La canzone, uscita lo scorso 3 aprile, sta andando bene: è entrata nelle cinquanta più ascoltate su Spotify, e il video ufficiale ha ottenuto più di un milione di visualizzazioni su YouTube.
Fin da subito però è diventata oggetto di opinioni piuttosto animate e polarizzate, dovute sia alle parole sia in generale al tipo di operazione. C’è chi la considera una canzone pop e spensierata che non andrebbe presa troppo sul serio e chi la descrive come una rappresentazione del Sud svilente e caricaturale. Ma c’è ancora chi sostiene che la polemica non abbia troppo senso, visto che è stata scritta da tre donne meridionali notoriamente molto fiere delle loro origini, e quindi consapevoli del contesto che descrivono.
In effetti, il testo di “Al mio paese” è interamente costruito su immagini molto stereotipate associate al Sud Italia. C’è un po’ di tutto: anziane che chiacchierano accomodate su sedie di plastica, piazze piene di gente in festa, bambini che giocano a calcio in mezzo alla strada, fuochi d’artificio, donne che stendono lenzuola al balcone, «gente che mangia, che beve, che piange» e «madonne nelle chiese». Le uniche due donne menzionate nel testo si chiamano Maria Rita e Rosalia e vengono citati parenti che bisogna andare a trovare a tutti i costi, sennò si offendono; e ci sono qua e là citazioni in dialetto siciliano e pugliese.
La stessa Serena Brancale ha detto che lei, Levante e Delia hanno scritto la canzone proprio per celebrare quelle immagini, che dal loro punto di vista non sono tanto luoghi comuni, ma ricordi d’infanzia. «È stata un’operazione molto bella perché ho scoperto che Delia e Claudia [il vero nome di Levante] sono uguali a me e quindi tutti questi luoghi comuni stupendi che trovo sacri, e che cantiamo nella canzone, ci rappresentano», ha raccontato in un’intervista a Cosmopolitan.
Riccardo Di Blasi della testata irpina Orticalab ha scritto che il problema non è tanto il significato della canzone, scritta da tre «meridionali doc» che raccontano un sentimento piuttosto diffuso, cioè «la nostalgia di chi, per costrizione o per scelta, è emigrato». Ma lo fanno attraverso «la rappresentazione di un Sud che non esiste più, oppure che esiste solo per turisti e fuori sede una manciata di giorni l’anno: quelli delle feste comandate, delle sagre e della celebrazione del santo patrono».
Secondo la giornalista Alice Valeria Oliveri “Al mio paese” è «un tripudio di folklore che ricorda al contempo un raduno neo-borbonico per celebrare l’antico e mai dimenticato splendore del Regno delle due Sicilie, l’inchiesta di Ernesto De Martino su Sud e magia e il rebranding in stile barocco e Vita Lenta di tutti i B&B da Roma in giù».
Ha parlato di “Al mio paese” anche Claudia Fauzia, seguita creatrice di contenuti che si occupa spesso di temi relativi al meridionalismo. Fauzia ha detto che “Al mio paese” «racconta un Sud che non esiste», in cui «il Meridione diventa il posto dell’immobilismo, del non lavoro, della pausa tra una vita e l’altra».
Secondo Fauzia il problema non sono tanto i riferimenti alle luminarie e alle piazze piene di gente, che «non sono stereotipi calati dall’alto, perché di fatto esistono»; ma le molte semplificazioni geografiche e lessicali presenti nel testo, che rischiano di restituire l’immagine di un Meridione popolato soltanto da gente che torna per le vacanze, senza le persone che ci vivono e lavorano tutto l’anno.
Un altro punto contestato da Fauzia è l’utilizzo del termine “paese”, che a suo dire «appiattisce la complessità di un luogo che è enorme e disomogeneo. E purtroppo, anche al di là delle volontà delle cantanti, conferma un’idea rurale e premoderna che è molto comoda da esportare».
Salvatore Ruffino della testata online Il Cappuccino Media ha un’opinione diversa e più indulgente. «Perché bisognerebbe aspettarsi da una hit estiva una funzione sociale di qualche tipo? Questo brano non nasce per spiegare Palermo o Catania, né per raccontare cosa succede quando l’autenticità urbana viene lentamente consumata dal turismo di massa». Ha definito “Al mio paese” «un’operazione economicamente molto intelligente», che «dice delle banalità e sa benissimo cosa sta vendendo».
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