L’azionista più critico d’Italia
Da più di 40 anni Marco Bava compra azioni delle grandi società come Eni e Stellantis, per garantirsi il diritto di rompere le scatole sulle questioni etiche
di Simone Fant

La primavera è sempre la stagione di massima partecipazione per un azionista di una società, perché le assemblee degli azionisti si svolgono solitamente tra fine marzo e giugno. Quindi lo è in particolare per Marco Bava, economista torinese di 68 anni. In oltre 40 anni Bava ha acquistato azioni di centinaia di grosse società quotate in borsa, con un solo obiettivo: intervenire nelle assemblee di quelle società, chiedendo spiegazioni, criticando e avanzando proposte a chi le amministra. Lo scopo di questa forma di attivismo, nota come “azionariato critico”, è di influenzare i comportamenti delle aziende.
A Bava è stato attribuito l’epiteto di «disturbatore seriale» di assemblee, sia perché presenta spesso un’abbondanza di osservazioni che prolungano le riunioni, sia perché in generale l’azionariato critico è malvisto in certi ambienti economici, specialmente quando assume forme apparentemente pretestuose.
Bava in realtà esercita il diritto che spetta a chiunque acquisti anche una sola azione, cioè una piccola quota di proprietà della società: la possibilità di confrontarsi con presidenti, amministratori delegati e manager su vari aspetti che riguardano il bilancio, gli stipendi e il futuro dell’azienda. Tuttavia dal 2020 la presenza degli azionisti alle assemblee è diventata discrezionale, e le società possono scegliere di convocarle a porte chiuse, nominando un rappresentante incaricato di raccogliere le deleghe degli azionisti e votare al loro posto. Questo riduce le possibilità del confronto.
Bava intervenne alla sua prima assemblea nel 1982, anno in cui la società Centrale Finanziaria di Milano fu interessata dal grosso scandalo finanziario del Banco Ambrosiano, che coinvolse il banchiere Roberto Calvi e la banca del Vaticano, lo IOR (Istituto per le opere di religione). In un discorso lungo 19 pagine disse «quello che altri non volevano sentir dire», racconta Bava, con lo scopo di rendere più trasparente la gestione societaria in un momento in cui gli azionisti stavano perdendo tanti soldi.
All’epoca Bava lavorava per la Telecom, ora è in pensione quindi può fare l’azionista critico a tempo pieno. Il fatto di puntualizzare e di criticare deve far parte in generale del suo carattere, dato che, come racconta, ha avuto diversi screzi con professori universitari, politici e industriali.
– Leggi anche: La storia del banchiere Roberto Calvi, trovato morto nel 1982 sotto al ponte dei Frati Neri a Londra
La prima a fare azionariato critico negli anni Settanta fu una coalizione di ordini religiosi, l’Interfaith Center on Corporate Responsibility (ICCR), che chiedeva alle società statunitensi di disinvestire dal Sudafrica negli anni dell’apartheid, la segregazione tra bianchi e neri. Oggi l’associazione conta nel mondo oltre 300 investitori istituzionali con un patrimonio di 4mila miliardi di dollari (più dell’intero PIL italiano). In pratica si avvale dei diritti degli azionisti per promuovere la responsabilità d’impresa in alcune delle società più potenti al mondo, perorando tra le altre cose la riduzione degli investimenti che danneggiano l’ambiente e non rispettano i diritti umani.
Ma a differenza di organizzazioni con risorse economiche e personale, Bava preferisce fare tutto da solo: studia per mesi i bilanci delle società, si prepara domande puntuali e dettagliate e, quando gli è consentito, partecipa alle assemblee sollevando obiezioni e critiche. Lo scorso anno ha sottoposto 127 quesiti al gruppo automobilistico Stellantis, chiedendo tra le altre cose il motivo per cui l’ex amministratore delegato Carlos Tavares guadagnasse 1.800 volte un operaio italiano.
Tra aprile e giugno Bava presenterà le sue riflessioni a 50 aziende quotate in borsa (Edison, Eni, Unicredit, MedioBanca e Pirelli, solo per citarne alcune), ma potrà intervenire soltanto a cinque assemblee. «Senza una vera discussione, che sia online o in presenza, non c’è possibilità di replica, di un vero confronto. Le assemblee a porte chiuse limitano gravemente la partecipazione democratica alle società quotate, anche pubbliche», spiega Bava.
Le assemblee a porte chiuse erano una modalità emergenziale imposta dal governo nel 2020 per limitare i contagi durante il Covid. Ma a distanza di sei anni e dopo numerose proroghe della norma, le società hanno ancora la facoltà di designare una persona in rappresentanza dei voti degli azionisti: di fatto, ciò impedisce agli azionisti di intervenire online oppure in presenza. Si possono inviare domande scritte in anticipo, ma le risposte sono sempre piuttosto vaghe e insoddisfacenti. Non è chiaro perché la norma sia rimasta nonostante la pandemia sia finita da anni.
Secondo un’analisi di Assonime, l’associazione delle società per azioni italiane, il 63 per cento delle 191 società quotate in Borsa Italiana ha inserito questa procedura nello statuto societario: 82 hanno effettivamente organizzato assemblee a porte chiuse nel 2025, in parte perché apprezzano la comodità del voto telematico.
In ogni caso, la Commissione Europea ritiene che questa modalità di partecipazione violi la libertà degli azionisti di scegliere il proprio rappresentante e di presentare mozioni su qualsiasi cosa venga discussa in assemblea.
A maggio del 2025 la Commissione ha attivato per l’Italia una procedura d’infrazione per questa mancanza, ma a ottobre il governo ha detto di voler favorire «la funzionalità e la fluidità delle alternative alla riunione in presenza». Non ha ancora risposto all’ammonizione della Commissione.
«È vergognoso il fatto che le principali società italiane non consentano neanche la partecipazione virtuale. L’assemblea è l’unico giorno dell’anno in cui un azionista si può confrontare con il consiglio d’amministrazione», dice Mauro Meggiolaro, analista finanziario di Fondazione Finanza Etica, che da 15 anni organizza campagne di pressione su questioni sociali, ambientali e di gestione d’impresa. Lo fa attraverso il diritto di voto e il dialogo, che in qualche caso ha prodotto anche dei risultati concreti.
Dopo due anni di lobbying insieme alle organizzazioni ambientaliste Greenpeace e ReCommon, nel 2018 Fondazione Finanza Etica è riuscita a convincere la società di assicurazioni Generali a cessare le coperture assicurative per le nuove centrali termoelettriche a carbone, la forma di produzione energetica più inquinante.
«Ogni anno ci riuniamo con Generali per capire a che punto è la loro strategia sui cambiamenti climatici. È un grandissimo risultato se pensiamo che all’inizio non erano consapevoli degli impatti ambientali derivanti dai loro investimenti», spiega Meggiolaro.



