Cos’è Leonardo e perché è così importante
L'azienda statale della difesa gestisce affari enormi e molto delicati, e il governo la usa anche per fare diplomazia

Il 9 aprile il governo ha ufficializzato la nomina dei nuovi dirigenti di Leonardo, l’azienda statale che si occupa di difesa. La scelta di rimuovere Roberto Cingolani, amministratore delegato in carica dal 2023, e di sostituirlo con Lorenzo Mariani ha generato grosse polemiche. Non è una novità: da sempre la definizione dei ruoli apicali delle grandi aziende partecipate dallo Stato – quelle cioè di cui il governo controlla una quota decisiva delle azioni – genera tensioni, dibattiti e conflitti, spesso anche dentro le stesse coalizioni di governo, o dentro uno stesso partito.
La scelta dei dirigenti delle partecipate statali è una delle più delicate tra quelle che spettano a un presidente del Consiglio: significa indicare persone di propria fiducia per gestire affari e interessi di enorme portata, indirizzando investimenti e progetti in un senso o nell’altro. E fatalmente una delle decisioni più importanti è proprio quella che riguarda Leonardo: dopo Eni, l’azienda pubblica che si occupa di idrocarburi, è la più grande e la più prestigiosa delle partecipate insieme a Enel, quella dell’energia elettrica.
Sui giornali Leonardo viene spesso chiamata con formule come «il colosso della Difesa». In effetti è tra le principali aziende a livello mondiale che producono armamenti e dispositivi di sicurezza di altissima efficienza. Insieme alla francese Thales è la più grande azienda del settore nell’Unione Europea, ed è tra le pochissime europee, insieme alla britannica BAE, a poter competere con i maggiori gruppi statunitensi sui grandi progetti. Il governo italiano, attraverso il ministero dell’Economia, ne controlla direttamente il 30 per cento.
La sua forza, a volerla spiegare in breve, sta nel fatto che Leonardo controlla e coordina praticamente tutte le aziende medie e medio grandi che in Italia si occupano dei vari ambiti del settore della difesa: dagli aerei agli elicotteri, dai cannoni per le navi ai mezzi cingolati, dai radar ai sistemi di puntamento, dai droni alla sicurezza cibernetica, dai lanciatori di razzi alle altre componenti dell’industria aerospaziale.
Questo coordinamento centralizzato ed efficiente è frutto di una scelta fatta, inizialmente tra varie contraddizioni, negli anni Ottanta: si decise di creare dei «campioni industriali» di grandi dimensioni, sul modello di quanto facevano altri paesi europei. All’epoca Leonardo si chiamava ancora Finmeccanica, e fin dalla fine della Seconda guerra mondiale aveva avuto solo in parte obiettivi legati all’industria militare. Dagli anni Novanta, invece, questo indirizzo è diventato prevalente, e Finmeccanica ha via via acquisito, o controllato, tutte le principali aziende private del settore.
L’unico settore che fa storia a sé è la marina militare, dove c’è un’altra grande azienda pubblica, Fincantieri, che gestisce grandi affari (e ciclicamente vari manager o leader politici ripropongono l’idea di fondere Leonardo e Fincantieri, generando così quella che diventerebbe di gran lunga la principale azienda europea del settore).
La grandezza di Leonardo sta anzitutto nei numeri che ne descrivono le dimensioni. Ha circa 60.000 dipendenti occupati in una ventina di paesi, una metà dei quali in Italia; e nel 2025 ha fatto ricavi per 19,5 miliardi di euro, con partecipazioni in tantissime aziende o consorzi di altri Stati, non solo europei. Ma al di là del volume degli affari, è soprattutto la loro delicatezza a rendere l’operato di Leonardo così importante. Leonardo opera infatti nel settore della difesa, tra i più complessi in assoluto. Quello che produce serve per rafforzare gli eserciti di decine di paesi in giro per il mondo, e questo fa sì che Leonardo sia per il governo italiano uno strumento di politica non solo industriale, ma anche diplomatica e militare.

Baykar e Leonardo, coi loro dirigenti Selcuk Bayraktar e Roberto Cingolani, firmano accordi di collaborazione alla presenza del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a Roma, il 29 aprile 2025 (Murat Kula/Anadolu via Getty Images)
Se, per esempio, l’Italia decide di impegnarsi maggiormente nel fornire armi all’Ucraina contro l’aggressione della Russia, è per lo più Leonardo che deve produrre a ritmi più intensi certi armamenti. Se l’Italia decide di collaborare con alcuni paesi alleati nella costruzione di dispositivi militari di grande importanza affida a Leonardo il compito di realizzare il progetto: un esempio è il nuovo jet di sesta generazione, il cosiddetto GCAP, insieme a Regno Unito e Giappone. Se l’Italia decide di aderire a un consorzio europeo per la realizzazione di un carro armato da dare in dotazione ai principali paesi dell’Unione, è Leonardo che se ne occupa.
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Questo spiega anche perché l’amministratore delegato di Leonardo è, come anche quello di Eni, un manager un po’ sui generis, a cui non vengono richieste solo doti manageriali, che pure sono indispensabili: deve saper relazionarsi con generali e ministri di altri paesi, deve avere informazioni riservate su quel che succede in certi paesi, in certi eserciti, deve saper costruire buone relazioni umane e diplomatiche anche con leader di regimi autoritari, spesso condividendo informazioni con le agenzie di intelligence (non a caso, nel recente passato, tra il 2013 e il 2023, presidenti di Leonardo sono stati due ex dirigenti di primissimo piano dei servizi segreti, Gianni De Gennaro e Luciano Carta).
Leonardo, insomma, è un po’ un’appendice del governo nelle questioni diplomatiche e militari. E infatti quando un (o una) presidente del Consiglio fa missioni all’estero, l’amministratore di Leonardo è tra quelli che più di frequente lo accompagna: sta nello stesso aereo, fa parte della stessa delegazione, partecipa agli stessi incontri.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto allo stand di Leonardo in occasione della cerimonia d’inaugurazione del Villaggio Difesa per i festeggiamenti del 4 novembre, Giornata delle forze armate, a Roma, il primo novembre 2024 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Quasi sempre, quando due paesi devono avviare o rafforzare un’alleanza, le questioni energetiche e quelle della difesa sono quelle su cui si definiscono gli accordi più decisivi e più vincolanti. Avviare una collaborazione industriale per costruire un cacciabombardiere, o per lanciare in orbita un satellite, o anche soltanto vendere o comprare degli armamenti, non sono decisioni che si prendono alla leggera: quasi sempre vuol dire stabilire un rapporto privilegiato tra i paesi che stringono quei patti, condividere informazioni riservate, spesso segrete, e piani di sviluppo militare da cui dipende un pezzo della sicurezza nazionale dei vari paesi. Chi dirige Leonardo ha un’enorme responsabilità in tutti questi affari.
Questo potere ha anche una dimensione più nazionale. Gestire responsabilità così importanti, e avere consuetudine diretta coi principali esponenti del governo e delle istituzioni, attribuisce ai dirigenti di Leonardo un’enorme visibilità e un grande prestigio. Ci sono associazioni o enti che da Leonardo vogliono garantirsi finanziamenti o sponsorizzazioni; politici che ci tengono ad accattivarsene le simpatie, magari per propiziare assunzioni o promozioni di funzionari a loro vicini; amministratori locali che provano a promuovere progetti con Leonardo che possano avere ricadute positive sui loro territori; manager di aziende private più o meno piccole dell’indotto che hanno interesse a ottenere commesse da Leonardo.
Inoltre, giornali e riviste ottengono spesso da queste grandi aziende pubbliche, come Leonardo, ingenti introiti pubblicitari: questo fa sì che quelle aziende possano in modo più o meno subdolo, più o meno disinteressato, condizionare le scelte o gli orientamenti degli editori, e dunque delle redazioni.



