I clown di oggi sono molto diversi da come ce li immaginiamo

È un tipo di comicità che negli ultimi anni si è sviluppata soprattutto a Los Angeles, e che ha formato attrici e attori famosi

L'attore Connor Storrie interpreta uno stripper con le ossa rotte durante uno sketch a Saturday Night Live (NBC)
L'attore Connor Storrie interpreta uno stripper con le ossa rotte durante uno sketch a Saturday Night Live (NBC)
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Alla maggior parte delle persone la parola “clown” fa pensare ai pagliacci, cioè personaggi con la faccia dipinta di bianco, una grossa parrucca e un nasone rosso, che si vedono al circo, che vengono ingaggiati per le feste di compleanno dei bambini o che fanno “clownterapia” nei reparti pediatrici degli ospedali. Insomma si pensa a un travestimento non particolarmente impegnativo e a un tipo di movenze goffe ma per cui non è richiesta particolare esperienza o talento.

Nel mondo dell’intrattenimento contemporaneo, però quella del “clown” è una forma d’arte in costante crescita ed evoluzione, a cui molti attori di prestigio devono una parte fondamentale della propria formazione. Al Fringe Festival di Edimburgo, uno degli eventi di spettacolo e arti performative più noti e partecipati al mondo, da anni gli spettacoli di clown sono tra i più apprezzati e premiati. In questo caso i clown non sono esattamente dei pagliacci, anche se per certi versi quello che fanno li ricorda molto.

Attori e attrici come Sacha Baron Cohen, Emma Thompson, Helena Bonham Carter, David Schwimmer, Rachel Weisz e Roberto Benigni hanno studiato nella stessa scuola francese di clown. Si trova nella periferia di Parigi ed è stata fondata da Philippe Gaulier, diventato «una leggenda» nel mondo della comicità negli ultimi vent’anni. Oggi, però, la scena più prolifica e originale di clown al mondo non sta più in Francia, ma a Los Angeles, in California.

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Un esempio di questa scuola è quello di Connor Storrie, l’attore diventato famoso da un momento all’altro questo inverno come protagonista della serie tv Heated Rivalry. Poche settimane fa Storrie è stato invitato come conduttore e ospite speciale al programma comico Saturday Night Live e tra i vari sketch della serata, ne ha portato uno che aveva creato prima di diventare famoso, quando era molto attivo nella scena di clown di Los Angeles. Interpreta uno spogliarellista che arriva a un addio al nubilato dopo essere stato investito da un’auto e si trascina sul palco con gli arti spezzati, spogliandosi e ballando mentre urla dal dolore.

Il suo personaggio non è un pagliaccio: Storrie indossa una parrucca, ma è piuttosto realistica e di per sé non è ridicola. Gli abiti che indossa, poi, sono del tutto normali. Lo sketch, però, contiene tutti gli elementi che vengono associati al “clowning” contemporaneo: una fisicità estrema e grottesca, una forte sensazione di vulnerabilità, il fallimento trasformato in spettacolo. Lo stripper interpretato da Storrie è una persona che cerca disperatamente di essere sexy e di ignorare il fatto che il suo corpo non collabora: a far ridere è l’assurdità della situazione e la capacità di Storrie di mostrarsi serio e realmente sofferente.

Nel mondo dell’intrattenimento e del teatro oggi il “contemporary clowning” viene considerato una delle quattro grandi forme di comicità dal vivo, insieme alla stand-up, all’improv e agli sketch. È una forma di commedia fisica e sperimentale che enfatizza l’interazione con il pubblico, l’uso di oggetti e una grande dose di assurdità.

Storrie ha raccontato di aver iniziato a frequentare la scena clown di Los Angeles dopo aver visto gli spettacoli di Natalie Palamides e Courtney Pauroso, due performer che negli ultimi anni sono diventate punti di riferimento del settore. Anche loro nel tempo hanno sviluppato personaggi assurdi. Nel 2017 Palamides ha vinto la sezione “Miglior Debutto” dell’Edinburgh Comedy Awards, il più prestigioso premio di comicità nel Regno Unito, con Laid, uno spettacolo in cui interpreta una donna che ogni giorno depone un uovo e deve decidere se cucinarlo e mangiarlo oppure provare ad allevare la creatura che ne viene fuori.

L’anno successivo Palamides ha vinto i Total Theatre Awards, che premiano l’innovazione nel teatro al Fringe Festival, con Nate, uno spettacolo che affronta il tema del consenso sessuale: interpretava un uomo ipermascolino in modo grottesco, che nel corso dello show attacca briga con i membri del pubblico, beve una birra dopo l’altra e a un certo punto brandisce anche un’ascia. Oggi Nate si può guardare come speciale comico su Netflix, prodotto dalla nota attrice Amy Poehler.

Pauroso, invece, ha creato Gutterplum, uno show che segue la vita di una donna dall’infanzia alla vecchiaia attraverso una serie di scene grottesche e sentimentali insieme: è stato molto apprezzato dalla critica teatrale, e il New York Times l’ha definito «elegantemente volgare». Sia Pauroso che Palamides lavorano con lo stesso regista, Phil Burgers, in arte Dr. Brown, formatosi nella scuola francese di Gaulier.

Un altro esempio di quanto il clowning contemporaneo possa essere diverso dall’immagine tradizionale del pagliaccio è lo spettacolo di Julia Masli, comica estone che nel 2023 ha attirato un’attenzione inaspettata al Fringe Festival. Il suo show, intitolato Ha ha ha ha ha ha ha, si basa su una premessa semplice: Masli si presenta sul palco vestita in modo ridicolo, si avvicina agli spettatori e dice solo: «Problem?» («Hai un problema?»). Poi cerca una soluzione: se un uomo dice di avere caldo, lo lega a un ventilatore con lo scotch da pacchi; se qualcuno dice di avere un rapporto difficile con la madre, lei è pronta a chiamare la donna e chiederle di esplorare la cosa al telefono di fronte a una platea.

Lo show era nato come un esperimento, e Masli aveva previsto solo due settimane di repliche a Edimburgo, ma andò talmente bene che dovette proseguire per il resto del mese e, alla fine, annunciò una tournée a Londra per l’anno successivo. Masli ha a sua volta studiato con Philippe Gaulier nella periferia di Parigi.

«È difficile definire con esattezza cosa significhi “fare il clown”. È come il termine “jazz”, che rinchiude in sé una varietà di musica incredibilmente ampia», ha scritto il comico Will Hines, molto ben inserito nella scena di Los Angeles, nella sua newsletter. Se uno show si presenta come uno “spettacolo di clown”, però, ha solitamente alcuni fattori ricorrenti: «ci sarà molta interazione con il pubblico. Ci saranno sketch che vi faranno concentrare sul momento presente, come un numero di magia con giochi di prestigio», spiega. «È probabile che sarà una performance molto fisica. Ci saranno lunghi silenzi. Il tutto sembrerà molto sciocco. Ci sarà almeno un segmento che può far ridere anche un bambino piccolo. Sarà almeno in parte improvvisato». Quello che non succede quasi mai è che i clown contemporanei si presentino con un naso rosso e la faccia dipinta di bianco.

Una differenza importante rispetto all’improv, la forma di comicità improvvisata che dagli anni Novanta in poi è diventato una sorta di passaggio obbligato per chi volesse diventare un nome conosciuto nel mondo della comicità statunitense, è che l’improv nel tempo si è istituzionalizzato, sviluppando paradossalmente regole e strutture piuttosto rigide.

Il “clowning”, al contrario, si basa sulla libertà degli attori. «Molte persone che fanno improv da tempo iniziano a sentirsi costrette», spiega John Gilkey, che prima di fondare l’Idiot Workshop, una delle tre scuole di clown di Los Angeles, ha lavorato come giocoliere e poi come clown per il Cirque du Soleil. «Nell’improv ci sono molte regole. Dopo un po’ le persone cercano l’opportunità di esplorare la propria creatività in modo più libero, e il clowning generalmente la offre».

Los Angeles oggi ha tre scuole di clown consolidate: il già citato Idiot Workshop, la Clown School e il Lyric Hyperion: le ultime due sono state fondate da allievi di Philippe Gaulier. Si sono affermate negli ultimi vent’anni come alternativa ai centri di formazione comica più tradizionali della città, come i Groundlings o la Upright Citizens Brigade, che si concentrano soprattutto su sketch e stand-up. Dopo la pandemia si sono spostate in locali più grandi, per adeguarsi a una richiesta crescente.

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Secondo Amrita Dhaliwal, attrice e direttrice dell’Idiot Workshop, questa tendenza si sta affermando a Los Angeles perché è una città che, al contrario di New York, Londra o Boston, non investe molto nel teatro. «Possiamo permetterci di rischiare costantemente, perché sappiamo che nella platea non c’è nessuno che potrebbe cambiare la nostra carriera. Questo crea una cultura di sperimentazione sfrenata», ha detto all’Hollywood Reporter.

Anche per questo, dice Dhaliwal, «l’idea di cosa significa fare il clown sta evolvendo». «Non è raro che gli spettacoli di clown di cent’anni fa, un tempo estremamente popolari, oggi non suscitino lo stesso interesse», spiega. «Alcuni elementi sono universali, certo, ma molti sono legati specificamente alla cultura e all’epoca in cui sono state creati».