Io e B, che vuole tornare in carcere

«Per capire perché una ragazza di 29 anni potrebbe avere questo desiderio dopo esserci stata due volte, dobbiamo preliminarmente chiederci: a chi interessa davvero la libertà?»

Veduta aerea del carcere di Rebibbia a Roma (via Google Maps)
Veduta aerea del carcere di Rebibbia a Roma (via Google Maps)
Sofia Fabiani
Sofia Fabiani

Nata a Roma nel 1988, su Instagram è Cucinare Stanca: mentre cucina parla di tutt’altro, dalla chirurgia estetica alla mitologia greca. È una firma di Cook, l’inserto mensile del Corriere della Sera. Ha scritto tre libri: Cucinare Stanca (Giunti, 2021), Cucinava sempre (Mondadori, 2023), Il Dolce. Basi e ricette di pasticceria (Gribaudo, 2025).

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Nel 2024 un’operatrice della Fondazione Severino, con cui un anno dopo, a seguito di diverse fatiche burocratiche, avrei organizzato delle masterclass di pasticceria nella cucina del carcere femminile di Rebibbia, mi ha detto che l’indomani sarebbe uscita B. dopo otto anni di “esemplare detenzione”:

«Ti va di conoscerla? Secondo me andreste d’accordo, ha un caratteraccio, ma credo che potreste fare qualcosa insieme, è brava in cucina».

Io e B. ci siamo incontrate qualche mese dopo: aveva una mano fasciata, non mi guardava in faccia e quando le ho chiesto cosa le fosse successo, mi ha risposto:
«So’ cascata».
E io, non curante:
«Lo sai sfilettare il pesce?»
«No, non so usa’ i coltelli».

Lo confesso, partivo prevenuta e un po’ scorretta: incontrandola, ero certa che B. confermasse i pensieri che avevo già elaborato per lei, traghettandomi verso una conclusione che avevo individuato da sola. Mentre io la provocavo, però, le sue parole mi hanno costretta a compiere una brusca deviazione, a fermarmi e a pormi delle domande più intelligenti di quelle che avevo immaginato.

Mesi dopo il nostro primo incontro, il giorno in cui finalmente sono riuscita a prenderla – anche se lei direbbe che «si è fatta prendere» – mi ha raccontato che, poco dopo la fine della sua detenzione, una sera era uscita con un coltello, voleva litigare, alla fine non ci era riuscita, «era ‘na cazzata», e per mettere a posto il coltello in tasca si era tagliata la mano. Le ho detto che allora era vero che i coltelli non li sapeva usare, abbiamo riso e io ho aggiunto: «Ma comunque sei stupida, volevi tornare a Rebibbia?», certa che l’idea di tornare in un ambiente traumatico come la galera sia per chiunque uno fra gli scenari più insopportabili.

E lei: «Non sono stupida, volevo proprio tornare in carcere».
Era la mia domanda a essere stupida.

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Per capire perché una ragazza di 29 anni voglia tornare in carcere dopo esserci stata due volte, la prima per pochi giorni e la seconda per otto anni, dobbiamo solo marginalmente capire il carcere e dobbiamo preliminarmente farci un’idea su questi punti: a chi interessa davvero la libertà? Per chi è l’aspirazione più grande?

Per provare ad abbozzare delle risposte, potrei raccontarvi una storia diversa, e obiettivamente ne avrei un paio di molto più forti, ve le racconterei se volessi forzare la mano anche con voi e traghettarvi verso l’idea che il reato fosse l’unica alternativa di sopravvivenza per la persona in questione. Non voglio, però, perché più che con le storie tragiche ed estreme, il carcere, ma soprattutto chi lo abita, si comprende attraverso le storie tiepide, quelle che permettono la formazione immediata e naturale di due aree, i buoni da un lato del blindo, i cattivi dall’altro, i volenterosi fuori, i debosciati dentro.

La storia di B. è difficile ma non così interessante, non c’è romanticismo nell’entrare in un giro di droga, come dice lei, nessuno le ha puntato una pistola alla testa, sapeva cosa stava facendo, per quanto una ragazza di 19 anni possa saperlo, aggiungo io. Le sue colleghe di reato sono le stesse persone con cui andava a scuola, a comandare era la madre di una sua amica, la stessa che le faceva la merenda alle elementari, perché la merenda te la prepara pure una spacciatrice, quasi nessuna diventa Pablo Escobar, per impacchettare la cocaina si possono prendere anche (solo) 1.200 euro al mese.

In carcere solitamente si arriva di notte, si subisce una perquisizione fisica, ci sono i piegamenti, il rilascio delle impronte e il doppio riconoscimento, la prima notte B. l’ha passata con una tossica di eroina, aveva paura e non aveva neanche i panni, perché la prima volta che l’hanno arrestata, l’hanno portata diretta in carcere senza passare da casa. Funziona così, mi spiega, quando in galera ci devi restare poco, ed effettivamente lei ci è rimasta solo cinque giorni, per poi uscire e rientrare dopo pochi mesi, dato che il suo reato (come è emerso successivamente dalle indagini) non era individuale ma nell’ambito di un’associazione a delinquere.

Mentre lei parla, io probabilmente ho un tono quantomeno irrigidito, preoccupato o talmente dispiaciuto al pensiero che una ragazzina debba spogliarsi, piegarsi davanti a una sconosciuta ed entrare spaventata in una cella, al punto che non credo di essermi contenuta a sufficienza. Ma è qui che capisco che sto cercando di entrare in una stanza chiusa con 50 mandate, o comunque capisco che lei non vuole darmi quello che cercavo, mi vuole dare un’altra cosa. Quando le chiedo se ha dovuto dormire vestita, lei sorride e mi domanda:
«Ma do’ te pensi che stavo? Se non hai niente, ti danno la “busta nuova aggiunta”, una busta contenente lenzuola, telo doccia, federa, mutande, calzini, tuta, bicchieri e posate di plastica, che poi è stata sostituita da materiali biodegradabili perché la plastica non si usa più, lo sai? Scrivilo che non si usa più neanche in carcere».

Allora lo scrivo, non si usa più. Più che questo elenco, però, mi stupisce l’inclinazione felice e grata che assume il suo tono di voce nell’indicare tutti questi oggetti e indumenti, ricevuti come fossero un dono. E lei, sentendomi smarrita, richiama la mia attenzione:
«Oh lo sapevi che la plastica è stata sostituita?».

Io non so più niente, soprattutto mentre ripete che nella busta ci sono pure mutande e calzini, io sono arrabbiata perché lei è troppo contenta. Poi le chiedo:
«Sono cose nuove o usate? Della tua taglia?».
Lei mi risponde che è tutto nuovo e tutto della sua taglia, «pure cose belle, mica quelle gonne che portate te e mi’ nonna», ridiamo.

Nel corso della nostra conversazione, B. continua a darmi delle informazioni random: una lavatrice da 5 kg costa 2,50 €, ma se non li hai i panni te li puoi comunque lavare a mano, perché tutte, senza distinzioni, hanno diritto una volta al mese alla “casanza’’, un kit composto da 4 rotoli di carta igienica, assorbenti e sapone di Marsiglia. Lei è sempre troppo contenta e io sento la mia rabbia depotenziarsi, perché sto arrivando dove forse mi vuole portare lei, quando mi dice quanto sia buono il pane di Rebibbia, è sempre fresco, ti danno 3 rosette a testa, per tutta la giornata, tranne la domenica quando ti danno quello casereccio del giorno prima, che quindi rimane un po’ più duro.

Facciamo una pausa. Alla fine, me lo dice che, su tre piani, le docce funzionano a un piano solo, che in cella non arriva l’acqua calda e non c’è il bidet, che in estate si muore di caldo e si dorme per terra sperando che passi un po’ d’aria dalla fessura fra il blindo e il pavimento, in inverno si gela, e alcune notti non si dorme perché le detenute con patologie psichiatriche che non sono in infermeria possono urlare anche tutta la notte. Me lo racconta che d’estate ci si mena per tutto, perché il caldo e la chiusura ti spaccano il cervello, e il motivo principale per litigare è il posto nel congelatore comune, i surgelati che spariscono e un po’ di lesbo drama che probabilmente fa ridere solo noi due.

Io, però, ormai la brusca deviazione l’ho fatta, voglio sentire dove vuole andare a parare, neanche io voglio sentir parlare male del carcere, e soprattutto voglio capire perché lei mi parli male del carcere solo alla fine.

Il lessico di B., a differenza dei milioni di spunti che mi offre ogni volta che ci parlo, è molto semplice, e quando mi dice «Sofi’ per me il carcere è stato UN TEMPO COSTRUTTIVO», rido e le chiedo se fosse entrato Umberto Eco a parlare con lei.

Lei ride, mi insulta, mi dice, cito testualmente: «Sono cresciuta tanto, sono maturata, ho imparato a badare a me stessa e a lavorare sui miei difetti, a concentrarmi sui pensieri, ad alzarmi ogni mattina alla stessa ora, a prepararmi, a mantenere un posto di lavoro (all’interno del carcere, ndr), ho preso la giusta distanza dalle problematiche che avevo fuori, ho avuto modo e tempo di guardarle per quello che erano, ho incontrato degli educatori che mi hanno aiutata ogni giorno, mi hanno fatto capire i miei errori e mi hanno dimostrato cosa significa stare vicino a qualcuno».

Mi dice una cosa che mi ricorda quando ho sentito parlare per la prima volta di “patologie detentive”, tra cui la vista compromessa, attraverso il podcast Gattabuia di Isabella De Silvestro. B. conferma e me lo spiega raccontandomi che un giorno, insieme agli educatori, è uscita grazie a un “permesso attività’’: ha partecipato a una corsa, mi sembra la Roma-Ostia, e l’educatrice diceva in continuazione alle ragazze «Guardate lontano, guardate l’orizzonte», perché il carcere è buio, fra te e l’orizzonte ci sono muri, ferro e sbarre, quindi guardi solo da vicino. Quando esci potresti avere l’occhio pigro o un aumento della miopia, o comunque devi riabituarti a mettere a fuoco da lontano. A lei questa accortezza da parte dell’educatrice è sembrata il mondo, e lo è.

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A questo punto ho abbastanza elementi per rispondere alla domanda: perché una ragazza di 29 anni vuole tornare in carcere?

Perché la libertà potrebbe non essere il desiderio di tutte, ma soprattutto non è il punto di partenza della vita di tutti. C’è una sorta di privilegio emotivo nel mio sentirmi triste davanti all’entusiasmo di una ragazza meravigliosa, che mi elenca, grata, una serie di oggetti ricevuti per il suo soggiorno in carcere. Triste davanti al suo “tempo costruttivo’’ speso in detenzione, che però lei descrive come qualsiasi di noi, che ci troviamo dal lato libero del blindo, faremmo con la contenzione, o meglio, il contenimento, che è quello che ti fa desiderare la libertà, mentre qualcuno si prende cura della tua struttura emotiva, economica ed educativa.

Il contenimento, se non hai il privilegio di riceverlo da parte di un genitore o di chi ha il compito di crescerti, lo puoi apprezzare, ritrovare o confondere con un concetto semanticamente molto simile: la detenzione. Delineare un perimetro è propedeutico alla capacità di delineare la libertà, di capire come e dove vogliamo superare quel perimetro, di riconoscere le persone e gli strumenti con cui vogliamo farlo. Il paradosso è che B. trova tutto questo nella privazione della libertà, in un perimetro fisico, di ferro, e il suo estremo bisogno di contenimento, inteso in senso educativo ed emotivo, fa sì che nel suo racconto tutte le cose negative arrivino in coda.

Ripenserai ancora a quanto il niente tuo per me fu tutto, è retorica certo, ma anche la retorica è un privilegio dei liberi e dei contenuti.

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