Cosa contiene il decreto sull’energia
Un bonus per chi ha redditi bassi e alcune misure sulle centrali a carbone e il marketing telefonico

Il parlamento ha approvato in via definitiva il decreto detto “Energia”, o decreto “Bollette”, cioè un decreto-legge che contiene una serie di misure per la riduzione del costo dell’energia elettrica e del gas. La norma però interviene anche sulla dismissione delle centrali a carbone e sulle regole che permettono di vendere per telefono contratti di fornitura elettrica e di gas.
Il decreto prevede per il 2026 un contributo straordinario di 115 euro per la fornitura di energia elettrica per utenze domestiche, a chi è già destinatario del bonus sociale: i due bonus si sommeranno. Il bonus sociale è uno sconto sulle bollette che si applica a nuclei familiari con un ISEE (cioè l’indicatore che certifica la condizione economica di una famiglia) non superiore a 9.796 euro, oppure fino a 20mila euro per le famiglie con almeno quattro figli.
Oltre a questo bonus, il decreto ha introdotto la possibilità che i fornitori di energia concedano, in cambio di un’attestazione, uno sconto annuale per le famiglie con un ISEE non superiore a 25mila euro che non accedono al bonus sociale.
Il decreto prevede la possibilità di risparmiare sulle bollette elettriche anche per utenze non domestiche (come uffici, negozi e aziende) modificando un sistema di incentivi chiamato “Conto Energia” che lo Stato in passato ha concesso a chi produce energia da fonti rinnovabili, soprattutto con il fotovoltaico. Il decreto Bollette si rivolge ai proprietari di impianti fotovoltaici con potenza superiore a 20 kW e i cui incentivi del Conto Energia scadono dal 2029 in poi.
I beneficiari di questo sistema possono scegliere volontariamente di rinunciare al 15 per cento degli incentivi che ricevono, in cambio di un prolungamento di 3 mesi della durata degli incentivi, oppure possono ridurli del 30 per cento in cambio di una proroga di sei mesi. Una terza alternativa è che dal 2028 escano anticipatamente dal sistema di incentivi in cambio di un corrispettivo economico (ma possono farlo solo dopo un rinnovamento dell’impianto fotovoltaico).
Con il decreto, inoltre, viene aumentata per il 2026 e il 2027 l’IRAP (una tassa che le imprese pagano alle regioni, calcolata sul valore della produzione) per le imprese del settore energetico. L’aliquota viene alzata dal 3,9 per cento al 5,9 per cento. La maggiore tassazione delle società energetiche, che negli ultimi anni hanno guadagnato molto con i rincari del gas, serve al governo per offrire alle imprese uno sconto sul prezzo dell’energia di 3,4 euro al megawattora per il 2026, 4 euro per il 2027 e 0,54 euro nel 2028 (un megawattora costa circa 110 euro). È una delle misure che il governo ha inserito nel decreto per abbassare il prezzo dell’energia per le imprese, insieme alla riduzione degli oneri di sistema. Sono somme che finiscono in bolletta e vengono usate dai governi per finanziare diverse politiche, alcune delle quali c’entrano poco con l’energia.
La norma interviene anche sulle centrali a carbone e proroga la data della loro graduale dismissione al 2038. Il Piano nazionale integrato per l’energia e clima (cioè il documento con cui l’Italia definisce i suoi obiettivi per la transizione energetica), realizzato nel 2019 e aggiornato nel 2024, prevedeva di dismettere le centrali entro il 2025 (2028 per la Sardegna).
Durante l’approvazione del decreto in parlamento è stato introdotto anche il divieto per le aziende di fare marketing per telefono, per stipulare nuovi contratti di fornitura di energia elettrica e gas. I fornitori potranno contattare i clienti solo su richiesta o solo se il cliente ha acconsentito a ricevere proposte commerciali. I contratti stipulati attraverso marketing telefonico non autorizzato sono considerati nulli. Gli utenti possono segnalare eventuali violazioni al Garante della privacy e all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), indicando il numero dal quale proviene la chiamata.
Negli ultimi mesi il governo aveva raccontato il decreto come una prima soluzione ai problemi del mercato, con un’ambizione eccessiva non solo rispetto a quello che poteva fare concretamente, dato che il mercato dell’energia è europeo e in gran parte sottoposto a regole europee, ma anche rispetto a cosa alla fine ne è uscito e ai soldi che ci ha messo.
Non tutte le aziende sono contente delle misure. Non lo sono le aziende energetiche, per esempio, visto che ci sono più tasse a loro carico. Quelle che si occupano esclusivamente di rinnovabili sostengono che, sebbene alcune misure vadano nella giusta direzione rispetto a quanto auspicato, non ci siano gli interventi strutturali di cui il settore ha bisogno.
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L’Italia è uno dei paesi europei dove per diverse ragioni l’energia costa di più: è un problema da sempre e per giunta accentuato dalla guerra in Ucraina, che ha aumentato il costo del gas, e dunque dell’elettricità (che si produce in buona parte ancora col gas).



