La grande mappatura di Pompei
Attraverso droni e radar si è concluso un primo monitoraggio del sito, e con più dati a disposizione dovrebbe essere più facile scegliere cosa restaurare prima

Dopo otto mesi di lavoro architetti, ingegneri, restauratori e archeologi hanno finito di mappare e schedare il sito archeologico di Pompei, composto da circa 1.200 strutture tra case e botteghe, per un totale di più di 13mila ambienti. I dati sono stati raccolti, tra le altre cose, con droni per la produzione di fotografie aeree e radar per misurare le deformazioni del suolo. Sono stati poi inseriti in un software con cui il Parco Archeologico di Pompei (l’istituto che si occupa dell’area) stabilirà quali interventi di restauro fare e con quale priorità.
Fino a oggi gli interventi di restauro venivano decisi sulla base di criteri soprattutto empirici, seguendo logiche intuitive o esperienziali. Grazie a questo sistema, invece, gli interventi possono essere programmati sulla base delle necessità valutate con più dati a disposizione.
Più nel concreto, durante gli otto mesi di lavoro gli esperti hanno censito ogni elemento di interesse (pavimenti, muri, affreschi, mosaici, elementi architettonici) e compilato per ciascuno una scheda ispettiva, cioè una sorta di modulo in cui ne hanno descritto lo stato di conservazione. Alla fine delle rilevazioni sono state realizzate circa 70mila schede.
In ogni scheda gli esperti hanno segnalato i difetti dell’oggetto censito, specificandone la grandezza e l’impatto sullo stato di conservazione. Per misurarli sono state usate diverse scale numeriche. Un danno come un’infiltrazione di umidità, per esempio, può avere un’estensione ampia o limitata, essere più o meno intensa e avere conseguenze di gravità variabile su un muro o su un pavimento. Questi dati sono stati poi combinati tra loro per calcolare altre informazioni, come un indice generale di degrado o un indice del rischio di deterioramento dell’oggetto.
Le schede sono state compilate all’interno di un sistema informatico realizzato in collaborazione con il dipartimento di ingegneria civile dell’Università di Salerno e Visivalab, società che si occupa di design e tecnologia. Il sistema è collegato a una web app che possono utilizzare i funzionari e i collaboratori del Parco, che in tempo reale possono segnalare eventuali problemi, anche allegando fotografie degli ambienti.
Le schede e le relative segnalazioni inserite nel sistema informatico sono state catalogate automaticamente e, in base alla gravità e urgenza dei danni descritti, è stata compilata una programmazione triennale di interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria. L’obiettivo di questo strumento è rendere le attività di manutenzione e restauro più mirate ed efficienti, e quindi più sostenibili sul piano economico.
Questa schedatura dovrebbe ripetersi una volta all’anno, con l’intervento diretto degli esperti. Il monitoraggio attraverso i droni e i radar, invece, fornisce delle indicazioni più generali sulle condizioni del sito e dovrebbe essere fatto una volta al mese. Sovrapponendo le immagini raccolte mese dopo mese è possibile controllare eventuali distacchi, altri danneggiamenti, accumuli d’acqua, la crescita della vegetazione, l’evoluzione dei cantieri o i cedimenti del terreno.



