L’acqua sta bloccando le indagini sull’esplosione di Bargi
Due anni dopo l'incidente alla centrale idroelettrica in cui morirono sette persone, tre piani sono ancora allagati, e svuotarli è una cosa lunga

Il 9 aprile del 2024, all’ottavo piano sotto terra della centrale idroelettrica di Bargi, sull’Appennino bolognese, ci fu un’esplosione in cui morirono sette persone e altre cinque rimasero ferite: due anni dopo le indagini non hanno ancora chiarito se fossero state adottate tutte le misure per garantire la sicurezza dei lavoratori, e se il grave incidente poteva essere evitato.
L’esplosione avvenne all’ora di pranzo, a circa 40 metri di profondità, durante la fase conclusiva dei lavori di manutenzione straordinaria e riammodernamento della centrale. La difficoltà principale, per le indagini, è che il piano coinvolto nell’incidente e quelli attorno sono ancora completamente allagati, ed è impossibile fare i rilievi necessari. Le operazioni di svuotamento avrebbero dovuto concludersi nel giro di pochi mesi, ma sono complicate e stanno andando molto a rilento. E nel frattempo l’indagine è ferma.
Finora ci sono stati solo due sviluppi significativi: il recupero di cinque dispositivi di monitoraggio dell’impianto di cui era in corso la fase di collaudo quando è avvenuto l’incidente, su cui sono in corso accertamenti, e il fatto che siano indagate cinque persone. Tre fanno parte di Enel (a cui appartiene Enel Green Power, la società che gestisce la centrale) e altre persone erano in vari modi responsabili dei lavori in corso alla centrale. Sono accusate di disastro colposo, omicidio colposo sul lavoro plurimo e lesioni colpose sul lavoro.

(ANSA/MICHELE LAPINI)
La centrale di Bargi, costruita nel 1975, fa parte del piano di accensione della rete nazionale in caso di blackout: se dovesse esserci un’emergenza sarebbe in grado di erogare la sua massima potenza in 4 minuti.
È costruita “a pozzo”, per 54 metri sotto il livello del lago di Suviana: ha dieci piani, tutti ampi circa mille metri quadrati, che sono collegati da un pozzo verticale. L’esplosione ha causato prima un incendio, poi il crollo di un solaio e poi l’allagamento dei piani interrati superiori e inferiori. Alcuni operai che si trovavano ai piani alti riuscirono a fuggire, altri rimasero feriti.
Dopo l’esplosione l’acqua è entrata all’interno della struttura da due diversi punti: una fonte sorgiva, e una paratia mobile che è rimasta parzialmente aperta dopo l’esplosione. Tra maggio e giugno del 2024 l’impianto è stato sigillato, e sono iniziate le operazioni per svuotarlo dall’acqua, che andava reimmessa nel lago.
Per farlo l’acqua va filtrata e purificata, evitando danni ambientali, e le operazioni devono procedere molto gradualmente per evitare altri danni alla struttura. Ad agosto del 2024 sono iniziate le operazioni di purificazione dell’acqua, con un impianto realizzato proprio a questo scopo da Enel Green Power Italia: prevede il passaggio dell’acqua in una serie di vasche depurative e di filtri, e poi controlli per rilevare l’eventuale presenza di composti inquinanti e metalli nell’acqua.
Un anno dopo l’incidente, quando lo svuotamento della centrale avrebbe dovuto essere concluso già da mesi, il comandante provinciale dei vigili del fuoco di Bologna Mauro Caciolai aveva detto che interventi come quelli in corso nella centrale non erano mai stati fatti prima, e aveva definito la situazione alla centrale idroelettrica di Bargi un «unicum al mondo».
Il recupero dei cinque dispositivi di monitoraggio dell’impianto è stato completato solo a giugno del 2025, oltre un anno dopo l’incidente, con un’operazione durata oltre due ore e decine di persone coinvolte. Da quei dispositivi i tecnici della procura hanno recuperato alcuni dati utili, ma per avere informazioni complete è necessario confrontarli con quelli dei dispositivi che si trovano nei piani ancora sommersi. Una prima cosa da capire sarà in che condizioni si trovano quei dispositivi dopo oltre due anni in acqua.
Per poter procedere con lo svuotamento dall’acqua e le operazioni di recupero dei dispositivi dal settimo piano interrato in poi serve un’autorizzazione dei vigili del fuoco, dell’AUSL di Bologna (l’azienda sanitaria locale), dell’ARPAE (l’Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia dell’Emilia-Romagna) e della Regione. La procura ha chiesto un programma con i tempi previsti per gli interventi che mancano, che è atteso per fine mese.



