Quando fu arrestato Unabomber
Dopo molti pacchi bomba esplosi e anni di indagini inconcludenti, trent'anni fa Ted Kaczynski fu trovato in modo piuttosto singolare

Ancora prima di conoscere il nome di Theodore “Ted” Kaczynski, l’FBI sapeva di avere a che fare con «un genio insoddisfatto», raccontò James Kallstrom, ex direttore dell’FBI a New York: non aveva però idea di quanto intelligente fosse, né di quanto in là si sarebbe potuto spingere. Dopo migliaia di segnalazioni inconcludenti e quasi diciotto anni di indagini il 3 aprile del 1996, trent’anni fa, l’FBI fermò infine quello che da tempo era noto in tutti gli Stati Uniti come “Unabomber”, l’uomo responsabile di aver piazzato o inviato oltre quindici pacchi bomba che provocarono la morte di tre persone e ne ferirono oltre venti.
Le ricerche che portarono all’arresto di Kaczynski furono tra le più lunghe e complicate nella storia dell’FBI, e ogni notizia di un’esplosione un motivo di terrore in tutto il paese. Ma fu straordinario anche il modo in cui alla fine Kaczynski fu rintracciato, così come molte delle informazioni che si scoprirono poi sul suo conto.
Tutto cominciò il 25 maggio del 1978, con un primo pacco bomba dalle dimensioni di una scatola di scarpe che ferì un addetto alla sicurezza dell’università Northwestern a Chicago, dove il maggio successivo uno studente fu ferito dall’esplosione di quello che sembrava un pacco regalo. Il 15 novembre seguente la cabina del volo 444 di American Airlines da Chicago a Washington D.C. si riempì di fumo per la detonazione di una bomba nello scompartimento dei bagagli: il volo atterrò senza problemi, ma solo perché il congegno non funzionò come avrebbe dovuto. A bordo c’erano 78 persone.
Benché le bombe fossero artigianali erano fatte con cura, e l’FBI cominciò a prendere in considerazione l’idea che a fabbricarle fosse un bombarolo seriale. Così mise in piedi una task force chiamata “UNABOM”, per via degli obiettivi coinvolti negli attacchi bomba: le prime due lettere si riferivano all’università e la “A” alla compagnia aerea. Nel tempo le indagini coinvolsero oltre 150 persone tra investigatori, analisti e agenti.

La piccola baita nel bosco in cui viveva Kaczynski, in una foto del 6 aprile 1996 (AP Photo/Elaine Thompson)
Tra il 1985 e il 1995 altre tre esplosioni riconducibili a Unabomber causarono la morte del proprietario di un negozio di computer a Sacramento, di un pubblicitario del New Jersey e del presidente dell’associazione per la silvicoltura della California. L’agente dell’FBI Tom Monell, a capo delle analisi scientifiche sul caso, raccontò che la parte più frustrante era che le analisi forensi non portavano mai a niente: le bombe erano fatte con materiali di scarto, che si potevano trovare un po’ ovunque. E in più venivano piazzate o spedite in diverse città, e non in un’area circoscritta.
Per anni l’unico indizio su Unabomber fu l’identikit di un uomo con occhiali da sole e felpa con cappuccio disegnato sulla base della testimonianza di un impiegato di un negozio di computer di Salt Lake City, dove nel 1987 era esplosa un’altra bomba. Nel 1993 l’FBI aprì una linea telefonica dedicata a eventuali segnalazioni sul bombarolo (ne arrivarono oltre 50mila, quasi sempre infondate) e poi offrì 1 milione di dollari a chiunque avesse notizie sul suo conto.
La svolta fu alla fine del 1995, quando alle redazioni di New York Times e Washington Post arrivò un manifesto di 35mila parole intitolato “La società industriale e il suo futuro”, in cui l’autore sosteneva che l’ossessione per il progresso scientifico e tecnologico avesse smantellato le libertà e la dignità umana. Dopo un paio di mesi, con il parere favorevole dell’FBI, i giornali lo pubblicarono.
Leggendone sui giornali a Linda Patrik sembrò di ricordare alcune delle teorie radicali e primitiviste di suo cognato, Kaczynski appunto, e allertò il marito David. Anche David Kaczynski riconobbe concetti e parole che il fratello aveva usato in alcune lettere che gli aveva scritto e in un testo simile che gli aveva fatto leggere nel 1971. Contattò quindi l’FBI, che verificò numerose corrispondenze sia nel lessico che negli errori di ortografia, e accertò poi che a ridosso delle esplosioni Ted Kaczynski non si trovava nella piccola baita isolata del Montana in cui viveva, ma nelle città dove si erano verificate.

Il cosiddetto manifesto di Unabomber pubblicato sull’edizione del 19 settembre 1995 del Washington Post (Evan Agostini/Liaison via Getty)
A quel punto l’FBI era piuttosto sicura che Unabomber fosse una persona nata nell’area di Chicago, che poi aveva vissuto tra Salt Lake City e San Francisco: tutte informazioni che grazie alla collaborazione di David Kaczynski risultarono vere. Nel marzo del 1996 l’agenzia cominciò a sorvegliare a distanza la baita di Kaczynski, fino a quando ottenne un mandato di perquisizione. Il 3 aprile, infine, alcuni agenti si presentarono alla porta, lo fermarono e lo ammanettarono per portarlo via.
Come mostrano i video girati dopo il fermo, Kaczynski era sporco e malridotto. E probabilmente non si lavava da mesi, disse suo fratello. Secondo quanto riferito dall’FBI, nei primi interrogatori non ammise nulla: fu trattenuto in attesa di un mandato d’arresto, e il giorno dopo in tribunale venne formalmente accusato di possesso di esplosivi.
Fin dalle prime ricostruzioni emerse che Kaczynski era una persona molto brillante. Era nato nel 1942 a Chicago e aveva un quoziente intellettivo di 167, molto superiore alla media; a 16 anni si era iscritto alla prestigiosa università di Harvard, dove si era laureato quattro anni dopo, e poi aveva completato un dottorato in matematica all’Università del Michigan. Nel 1967 diventò il più giovane ricercatore a insegnare all’Università della California a Berkeley, ma due anni dopo piuttosto all’improvviso si dimise.
Chi lo conosceva lo descriveva come un tipo chiuso e introverso, spesso a disagio sia sul lavoro che nelle occasioni sociali. Per un po’ visse a Salt Lake City, nello Utah, poi nel 1971, nemmeno trentenne, si ritirò nella sua baita in mezzo al bosco vicino a Lincoln, in Montana, senza elettricità o acqua corrente. Leggeva e studiava molto, coltivava l’orto e si faceva vedere pochissimo in città, dove frequentava soprattutto la biblioteca. L’FBI concluse che sceglieva i propri obiettivi in base a quello che leggeva su di loro: quasi sempre erano persone legate all’informatica, alle università o più ampiamente alla tecnologia.
Intanto le perquisizioni della baita andarono avanti complessivamente per 11 giorni. Gli investigatori trovarono 40mila pagine di scritti, in cui descriveva i casi attribuiti a Unabomber e annotava i suoi esperimenti con gli esplosivi, tra le altre cose. Trovarono bottiglie, barattoli e componenti chimici, oltre a fili elettrici e pezzi di metallo utili per fabbricare bombe. Trovarono anche una bomba pronta per essere spedita, che riuscirono a disinnescare, la felpa e gli occhiali che erano diventati familiari al pubblico grazie all’identikit, e infine una copia del manifesto.
Il 18 giugno del 1996 Kaczynski fu formalmente incriminato per dieci capi d’accusa relativi ai reati commessi da Unabomber, tra cui omicidio, e il novembre successivo cominciò il processo contro di lui. Nel gennaio di due anni dopo si dichiarò colpevole di tutti i capi d’accusa e fu condannato a quattro ergastoli senza la possibilità di libertà condizionale, che cominciò a scontare in un carcere di massima sicurezza in Colorado. In seguito cercò di sostenere che fosse stato costretto a dichiararsi colpevole, ma un giudice respinse le sue richieste.

La foto segnaletica di Ted Kaczynski dopo l’arresto (Bureau of Prisons/Getty Images)
Una psichiatra che aveva esaminato Kaczynski durante il processo gli diagnosticò un disturbo da schizofrenia paranoide, ma le sue conclusioni furono poi messe in dubbio. Lui sostenne sempre di sapere esattamente quello che stava facendo. Nel 2021 invece gli fu diagnosticato un cancro al colon-retto, per cui venne trasferito in un’apposita struttura federale nel North Carolina. Poco dopo la mezzanotte del 10 giugno del 2023 fu trovato incosciente nella sua cella, in seguito a un tentativo di suicidio. I soccorsi furono vani, e poche ore dopo fu dichiarato morto. Aveva 81 anni.
La storia e le indagini su Kaczynski sono state al centro di numerosi documentari, libri, film e serie tv, e sono entrate a far parte dell’immaginario collettivo come quelle dei più noti serial killer. L’attentatore che tra il 1994 e il 2006 posizionò oltre trenta ordigni esplosivi tra Veneto e Friuli Venezia Giulia cominciò a essere soprannominato “l’Unabomber italiano” proprio per alcune caratteristiche in comune con la sua vicenda, tra cui il fatto che scegliesse i propri obiettivi in maniera apparentemente casuale, e che fosse riuscito a eludere per anni la polizia senza lasciare alcuna traccia. Quello dell’Unabomber italiano è tuttora un caso irrisolto. E ci sono ancora casi di emulazione: venerdì un 18enne che pianificava attentati simili a quelli di Kaczynski è stato arrestato a Roma.
Un mese e mezzo dopo l’arresto la baita di Kaczynski fu rimossa dal bosco e portata in una base militare affinché venisse protetta, e dal 2020 è esposta al museo nella sede dell’FBI a Washington. Nel 2006 un giudice stabilì che molti oggetti recuperati al suo interno potessero essere messi all’asta, con le dovute cautele, per esempio escludendo i materiali e le istruzioni per fabbricare bombe. Dall’asta furono ricavati l’equivalente di 20 milioni di euro di oggi, in parte impiegati per risarcire le famiglie delle vittime delle esplosioni.
– Ascolta anche: Indagini. La storia dell’Unabomber italiano



