La «fase due» di Giorgia Meloni è un film già visto

Quasi sempre i presidenti del Consiglio provano a reagire a una sconfitta con un «rilancio» o «un nuovo programma»: quasi mai finisce bene

Giorgia Meloni negli studi di Rai 1, il 20 marzo 2026 (FABIO FRUSTACI/ANSA)
Giorgia Meloni negli studi di Rai 1, il 20 marzo 2026 (FABIO FRUSTACI/ANSA)

Da oltre una settimana, dopo la bocciatura della riforma della magistratura nel referendum costituzionale, sui giornali e tra i partiti si sta parlando molto di una “fase due” del governo di Giorgia Meloni. È una definizione fatta circolare da esponenti di Fratelli d’Italia e dagli stessi collaboratori della presidente del Consiglio, e corrisponde all’idea che il governo stia per reagire con prontezza alla sconfitta elettorale trovando un nuovo slancio, e con un programma per gestire in modo efficiente l’ultimo anno della legislatura.

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Nelle discussioni vengono citate spesso espressioni come «rilancio», «ripartenza», «una svolta»; si dice che Meloni starebbe per «stringere i bulloni». Oppure, al contrario, si paventa il rischio di «galleggiare», di «farsi logorare». Non è un fatto nuovo, nella politica italiana. Anzi, in passato furono fatti discorsi simili per tanti governi: e quasi sempre l’avvio di queste discussioni segnava l’inizio di un declino irreversibile, per la maggioranza e per i leader che la guidavano.

Succedeva già nella cosiddetta Prima Repubblica, nel periodo che va grossomodo dal 1945 al 1992. Alcuni leader democristiani – da Giovanni Leone a Mariano Rumor, solo per citare i due più celebri – venivano considerati dei maestri nell’arte del «galleggiare»: cioè nel guidare governi di incerte prospettive, e spesso di breve durata, evitando di prendere grosse decisioni in attesa che maturassero nuovi equilibri tali da far nascere governi più solidi e ambiziosi. I cosiddetti «governi balneari», così chiamati perché spesso queste transizioni avvenivano d’estate, erano proprio questo: governi creati per fare poco o nulla.

Una situazione simile si creò poi alla fine degli anni Ottanta. Dopo i governi intraprendenti e duraturi guidati dal socialista Bettino Craxi, si aprì una fase caotica e incerta, che si protrasse fino alla prima metà degli anni Novanta, in un contesto convulso sia sul piano interno (le inchieste di Tangentopoli che innescarono la crisi del sistema dei partiti; le stragi di mafia) sia su quello internazionale (la fine del regime comunista sovietico; la riunificazione della Germania). In quegli anni si succedettero vari governi, di breve durata e piuttosto fragili.

Ciriaco De Mita e Giulio Andreotti, in una foto d’archivio dell’ANSA degli anni Ottanta

Fu in quel contesto che Giulio Andreotti, uno dei più potenti e longevi leader democristiani, di fronte alle accuse di inconcludenza che riguardarono il suo sesto governo, pronunciò la frase che forse meglio di tutte sintetizza lo spirito con cui i leader affrontano queste situazioni di stallo e di attendismo esasperato. Ciriaco De Mita, altro importante democristiano, critico verso Andreotti, disse che era «meglio andare a elezioni anticipate che tirare a campare», e Andreotti replicò: «Meglio tirare a campare che tirare le cuoia».

Ma anche in anni più recenti analoghe polemiche si sono sempre riproposte quando un governo si è trovato in difficoltà, per un motivo o per l’altro. Di «nuova fase» e di «aggiornamento di programma» si parlò molto nella primavera del 2005, quando il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in seguito alla netta sconfitta del centrodestra alle elezioni regionali, decise di dimettersi e formare subito un nuovo governo, il suo terzo, con una sorta di crisi pilotata.

Per difendersi dalle accuse di aver ottenuto pochi risultati nella prima lunga fase della legislatura, Berlusconi citò in Senato la leader britannica conservatrice Margaret Thatcher: «Nell’ultimo incontro con la signora Thatcher, quest’ultima mi ha detto: io, nei primi quattro anni di governo, non ho fatto niente perché ho impiegato quattro anni per capire i problemi e per trovare le soluzioni e ho realizzato tutte le grandi riforme soltanto nella seconda fase di governo».

Doveva essere appunto quella «seconda fase» ad aprirsi nell’aprile del 2005. In realtà, il nuovo governo fu «una lenta agonia», come disse una volta il leghista Roberto Maroni, ministro del Lavoro in quella squadra. Furono conseguiti scarsi o nulli risultati, ci furono grossi dissidi interni, con i confusi avvicendamenti al ministero dell’Economia tra Giulio Tremonti e Domenico Siniscalco e le dimissioni del ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli. Alle elezioni del 2006 il centrodestra perse, sia pur di poco, le elezioni.

Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi durante la cerimonia per l’anniversario dell’unità d’Italia all’Altare della Patria, a Roma, il 17 marzo 2011 (SERENA CREMASCHI/ANSA)

Berlusconi si trovò di nuovo a gestire una situazione simile nel 2010. La delegittimazione sul piano interno e internazionale legata agli scandali del cosiddetto «bunga bunga», le conseguenze di una crisi economica sempre più acuta, la rottura clamorosa dell’alleanza con Gianfranco Fini e i contrasti ripetuti col presidente della Repubblica Giorgio Napolitano portarono il suo quarto governo in una stasi piuttosto vistosa. Quando, a maggio, il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola si dimise, Berlusconi faticò molto a trovare un sostituto: assunse lui l’interim, tenendo cioè momentaneamente le deleghe, ma in realtà quell’interim durò cinque mesi, finché non venne nominato Paolo Romani. Di nuovo discorsi su «nuova fase», «ripartenza» e «rischio della palude». E alla fine, nel novembre del 2011, l’esito furono le dimissioni di Berlusconi e la nomina del governo tecnico di Mario Monti.

Due anni più tardi, toccò invece al centrosinistra. Il governo guidato da Enrico Letta, del PD, nato nell’aprile del 2013 col sostegno anche di Forza Italia, parve subito piuttosto in difficoltà nel portare avanti un programma concreto ed efficace. Si aprì un lungo e accanito dibattito sulla necessità di «una scossa», di «un cambio di passo». A gennaio del 2014, Letta avviò una fase di consultazioni coi vari partiti della maggioranza per definire un «nuovo cronoprogramma» e aprire «una nuova fase»: l’iniziativa doveva servire a consolidare la sua leadership, ma fu un tentativo piuttosto velleitario.

Anche a sinistra qualcuno riteneva necessario andare di nuovo al voto. E qualcuno, nel PD, sfruttò quella debolezza di Letta per sostituirlo con Matteo Renzi, che a febbraio divenne presidente del Consiglio. Allora era sindaco di Firenze, e un ambizioso segretario del PD.

Nel dicembre del 2020, fu invece Giuseppe Conte a trovarsi nella condizione di chi deve inventarsi qualcosa per prolungare la propria permanenza al governo. Alla guida di un governo di centrosinistra da poco più di un anno, dopo aver guidato senza soluzione di continuità un governo di destra, Conte dovette gestire le critiche sempre più insistenti e le mosse sempre più ostili di Renzi e di un pezzo del PD. Lo stesso segretario del PD, Nicola Zingaretti, invocò l’urgenza di «un rilancio, una ripartenza». E Conte provò a intestarsi questa «nuova fase», appunto promettendo un «rilancio».

Questa retorica si protrasse per qualche settimana, mentre il conflitto tra Conte e Renzi si faceva sempre più conclamato. Alla fine la crisi fu inevitabile. Si arrivò così, nel febbraio del 2021, alla nascita del governo guidato da Mario Draghi. Il quale, a sua volta, dopo un anno dovette affrontare il suo «rilancio». Successe perché, dopo che i partiti che lo sostenevano si erano di fatto rifiutati di votarlo come presidente della Repubblica, sia la Lega sia il Movimento 5 Stelle iniziarono a prendere sempre più marcatamente le distanze da alcune scelte del suo governo. Si aprì così una lunga fase interlocutoria, che portò infine alla crisi del governo nel luglio del 2022 e alla conclusione anticipata della legislatura.

Meloni, insomma, sta facendo i conti con una situazione in cui molti dei suoi predecessori si sono trovati prima di lei. Dopo la sconfitta al referendum la presidente del Consiglio non ha mai parlato in pubblico coi giornalisti, né offerto una sua spiegazione del risultato: cosa abbastanza strana. Ha preteso e ottenuto alcune dimissioni nel governo, ma senza procedere alle sostituzioni del caso. Ha tenuto per sé l’interim del Turismo, dopo le dimissioni della ministra Daniela Santanchè, e ha rimandato anche l’eventuale nomina dei cinque posti da sottosegretario rimasti vacanti (per le dimissioni di Andrea Delmastro alla Giustizia e altre avvenute negli anni scorsi).

Proprio per evitare i rischi di questa lunga fase di logoramento che sembra aprirsi davanti a lei, alcuni esponenti del governo e della maggioranza hanno suggerito, in modo più o meno esplicito, che sarebbe meglio fare scelte coraggiose: un rimpasto, cioè un ampio ricambio di ministri che farebbe nascere un nuovo governo, come fece Berlusconi nel 2005; oppure, più drasticamente, chiedere a Sergio Mattarella di indire le elezioni anticipate.

Non sembrano questi, però, gli orientamenti di Meloni. La quale ha fatto sapere che il 9 aprile prossimo riferirà in parlamento, proprio per definire il programma di questa “fase due” che dovrebbe portarla fino alle elezioni del 2027.