Si può di nuovo ridere guardando Louis CK?

«Ero convinto che da una batosta così non si sarebbe ripreso. E invece pian piano, di localino in localino, è tornato a teatro, anche all’Arcimboldi di Milano, e sa ancora farti sentire in imbarazzo per te stesso. C’è sensazione più umana, più quotidiana?»

Un primo piano del comico Louis CK prima dello scandalo a un evento a Century City, California, nel 2017 (Steve Granitz/WireImage/Getty Images).
Un primo piano del comico Louis CK prima dello scandalo a un evento a Century City, California, nel 2017 (Steve Granitz/WireImage/Getty Images).
Pietro Grossi
Pietro Grossi

Oltre a scrivere i suoi otto volumi tra romanzi e raccolte di racconti, Pietro Grossi si impegna da più di venti anni a divulgare lettura e scrittura. Il suo ultimo libro si intitola Qualcuno di noi.

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Quanto tempo ho passato a ridere. Risate che ti tieni la pancia, che batti le mani sul tavolo, o sul tuo vicino. Risate che senti dolore, che preghi di smettere. Dicono che fa bene alla salute, che allunga la vita, posto che questo sia un bene. E adesso, sempre più spesso, ti domandi se non stiano cercando di limitarlo, questo tuo tempo, questo tuo diritto alle risate. O, se non altro, ne stanno restringendo il campo. Che è però un po’ come dire che stanno restringendo il recinto in cui lasciare libera la tua mente.

Sono stato allevato, lo devo ammettere, da dei fuoriclasse della disciplina. I miei genitori sono pieni di amici, ed è sempre valsa tra loro una fondamentale regola, che finiva per essere anche il loro potentissimo collante e che Mario Monicelli, per voce di Giorgio Perozzi, in Amici miei descrive così: mai prendere niente sul serio. Quando mia nonna Marjorie andò a vedere il film al cinema, nel 1975, disse a mia mamma, con il suo accento americano: «Honey, ho andato a vedere un movie su Piffi e i suoi amici». Piffi è come, fin da appena nato, chiamano mio padre. È così: se siete tra quelli che periodicamente si riguardano il film, vi sareste rotolati per terra a passare un pranzo con mio babbo e i suoi amici. Meglio ancora una giornata, o un weekend.

Aveva molte rigidità, il mondo in cui sono cresciuto, ma non questa: potevi ridere quanto ti pareva. Ci sono persone, interi ambienti a dire il vero, in cui ridere – senz’altro ridere troppo – non è visto tanto di buon occhio. Qualcuno riesce a incocciare una battuta spiritosa, o accade qualcosa di ridicolo: si scoppia a ridere, io vorrei agganciarmi a questo momento come a un deltaplano, allungare il volo delle risate, se possibile ridere sempre più forte, e invece vedo che tutti intorno a me si ricompongono. Ecco, questo, dove sono cresciuto, non accadeva mai: ero circondato da fenomeni che riuscivano a cavare una risata da tutto, più era improbabile e più faceva ridere, e poi ci si aggrappavano e ci costruivano sopra a non finire.

Nelle risate ci sono stato immerso talmente tanto, talmente a lungo, che ho finito anche per scorgerne i lati oscuri. Due, soprattutto: uno geografico e uno, per così dire, strategico. Quello geografico riguarda il particolare modo di ridere che abbiamo in Toscana, e che riassumo banalmente così: sfottersi. Gli altri non lo capiscono, ma è per noi una forma di affetto: più prendi in giro qualcuno più vuol dire che gli vuoi bene. Quando arrivi a fare battute sulle rispettive madri è amore fraterno.

Superati i confini della Toscana questo non viene visto tanto di buon occhio, e ho dovuto imparare a contenerla parecchio, quella mia inclinazione, o spengerla del tutto. Per contro ho pian piano imparato che ci sono anche altri modi di ridere, spesso più brillanti. Ammetto però che quando rivedo i miei amici d’infanzia e mi chiedono se mia mamma ha sempre la sua vetrina ad Amsterdam, mi si scalda il cuore.

L’altro rischio legato al ridere, più generale e più profondo, è che finisci per perdere la misura. È anche il controcanto di Amici miei, il motivo per cui quando finisci di vederlo resti sempre un po’ con l’amaro in bocca, l’evidente dimostrazione che il suo principio fondamentale alla lunga non funziona: non è vero che niente va preso sul serio. Ridere rischia di diventare un modo per fregartene, per non guardarti allo specchio. Un po’ come bere. E mentre te ne stai lì a sghignazzare non ti accorgi che la tua vita, e quella di chi ti circonda, si sta sgretolando.

Il punto, in fin dei conti, è il senso dell’umorismo. La definizione che preferisco della parola umorismo è del dizionario Garzanti:

«Attitudine a considerare la realtà sotto aspetti bizzarri o singolari che, muovendo il riso, consentono una più ampia e umana comprensione di essa».

Che meraviglia, no? Fu imbattendomi in questa definizione, ormai più di venticinque anni fa, che presi a notare come le persone più intelligenti che conoscevo fossero spesso anche le più spiritose.

Da una dozzina di anni a questa parte la singola persona che mi ha fatto più ridere è Louis CK. Questo non vuol dire che ho riso con lui più che con chiunque altro, ma i figli, le distanze, l’uso sempre più intermittente del telefono, i momenti talvolta difficili di ognuno, qualche evento naturale o politico hanno reso le risate più rade. Quando invece, non ricordo nemmeno esattamente come, mi imbattei in Louis CK, fu come sentirmi di nuovo a casa.

Eccolo lì: un uomo come un altro, poco in forma, una barbetta incolta, indosso un paio di jeans e una maglietta, senza grandi smorfie o imitazioni, che raccontando semplicemente di sé, di sua moglie, delle sue figlie, del suo uccello mi faceva ridere fino a sentire i dolori alla pancia.

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Non credo che serva specificarlo, ma non si sa mai: con quella sua semplice maglietta e quel paio di jeans, partendo dagli open mic di Boston, Louis CK è diventato uno dei comici più seguiti e popolari degli Stati Uniti. I suoi special su Netflix e i suoi video su YouTube venivano visti da milioni di persone, riempiva per serate di fila il Madison Square Garden di New York e qualunque altra sala gigante della nazione. Poi, alla fine del 2017 è stato coinvolto nello scandalo del #MeToo. Cinque sue colleghe lo hanno accusato sul New York Times di essersi, in momenti e luoghi diversi, masturbato davanti a loro. Lui ha immediatamente ammesso che era vero, che non aveva capito il ruolo di potere che aveva rispetto a quelle donne, e si è cavato dalle scene.

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Quando si seppe della vicenda mi caddero le braccia. Non tanto per l’ennesimo moto di biasimo per questi uomini dello spettacolo incapaci di capire quando è il momento di tenere l’uccello nei pantaloni, ma per un motivo molto più egoista: da chi sarei andato, adesso, per le mie vitali dosi di risate? A rendere particolarmente amara la vicenda di Louis CK c’era la mia ferma convinzione che non si sarebbe ripreso: non in un momento storico come il nostro, non con gesti come quelli. Per fortuna, mi sbagliavo.

Louis CK è stato cancellato da Netflix, la première del suo film – con un sublime John Malkovich nei panni di un regista pedofilo – è stata annullata, l’opinione pubblica lo ha messo alla gogna. Fedele alla sua promessa, dal giorno dopo l’articolo del New York Times è scomparso. Un paio di anni più tardi ha ripreso ad apparire in qualche locale minore. Mio suocero andò a vederlo in una stand-up di Boston: disse che non aveva fatto molto ridere. Ero sempre più convinto che da una batosta come quella non ti riprendi; soprattutto se hai fondato tutta la tua carriera sulla stretta e scivolosissima intercapedine tra ciò che si può e ciò che non si può dire.

E invece pian piano, di localino in localino, Louis CK è tornato a riempire le sale con i suoi spettacoli, di cui uno, geniale, in cui in un solo momento allude lievemente a ciò che ha fatto, e con però alle spalle una enorme scritta: SORRY. Non è tornato al Madison Square Garden, ma ha riempito diverse sere al Beacon Theater, e con il suo nuovo special, Ridiculous, è passato all’Arcimboldi di Milano, dove i biglietti sono andati via talmente in fretta che hanno aggiunto una seconda data, e da lì proseguirà per un tour mondiale che copre ogni angolo del pianeta.

Io, all’Arcimboldi, c’ero, grazie a un amico più rapido di me a comprare i biglietti. Eravamo in seconda galleria, di Louis facevo fatica a vedere le espressioni: ma eccolo là, tutto quel grumo di esilarante umorismo, in carne e ossa. Capace, facendoti ridere, di trasportarti in luoghi estremamente scomodi della tua stessa immaginazione.

Fa così, Louie: ti fa fare una risata, ti fidi, ti fai prendere per mano e trascinare in un luogo dove ti sbellichi all’idea di rubare le ciambelle a una vecchia in metropolitana o abbandonare tuo padre in una casa di riposo. Ti senti meravigliosamente in imbarazzo per te stesso. C’è sensazione più umana, più quotidiana? Come molti altri suoi esilaranti colleghi, ti dimostra che forse possiamo controllare le nostre azioni – lui ha ammesso almeno di non esserci riuscito, in qualche caso, e ci ha riflettuto e si è scusato – ma di certo non possiamo controllare la nostra mente. È questo che ci rende tanto imperfetti, tanto complessi, tanto affascinanti e tanto ridicoli. Perché non ammetterlo? Perché non riderci sopra?

Louis CK continua a essere un soggetto delicato. Un articolo del New Yorker, a firma di Tyler Foggatt, ha cercato di dimostrare che il suo ritorno è zoppo: qualcuno torna a vederlo, ma poi fa fatica ad ammettere che c’è stato. Foggatt sembra individuare la ricetta per emergere da un brutto passo falso, ne elenca i precisi ingredienti. Lo ammetto, mi lascia un po’ perplesso: come se per i crepacci della vita esistessero mappe che valgono per tutti.

Nel caso di Louis CK l’evidenza che la sua ricetta non ha del tutto funzionato sarebbe che riempie solo tre sere al Beacon Theater e non più gli stadi. Quindi il succo sarebbe che se non riempi gli stadi sei una mezza sega. «Riempile te tre sere al Beacon Theater», ha sbottato ridendo un mio amico parlando dell’articolo. Resta il fatto, d’altronde, che se io andassi in giro con il nome di Louis CK su una maglietta, molti lo troverebbero di cattivo gusto, o provocatorio. Mi fa ovviamente venire una gran voglia di farlo.

Come molti altri, sarebbe un argomento di conversazione interessante, il caso di Louis CK. Al sicuro di fatti deprecabili ma non apocalittici, si dovrebbe poter affrontare un acceso scambio di idee su dipendenze, abusi, costumi, tempi, redenzione, perdono, libertà, potere, comicità, umorismo.

Purtroppo, però, questo accade sempre meno: sono innumerevoli ormai le volte in cui, sfiorando un argomento delicato, ho visto le persone ammutolirsi. Si fa prima così: si cancella. Si cancellano persone, fatti, parole. Si cerca di eliminare tutto ciò che non fa sentire al sicuro, tutto ciò che ci porta su un crinale. E a quei crinali finiamo per preferire il noioso e infantile gioco dei buoni e dei cattivi, o il silenzio. Senz’altro non le risate.

Invece al sicuro delle mura di quei teatri si dovrebbe poter ridere di tutto. È l’improvviso spostamento della prospettiva a farci ridere. È il fatto stesso di ridere che stabilisce da che parte stiamo. Ma poi, bisogna sempre stare da una parte? Forse non dovremmo sospettare di chi ci fa ridere, ma di chi resta serio. E se uno sbaglia, per quale ragione non può capirlo, scusarsi e andare avanti?

Le persone che guarderebbero con sospetto la mia maglietta sono certamente le stesse che difendono la riabilitazione nelle carceri. Non è questo ciò che siamo? Sbagliare, sbagliare, ancora sbagliare. Tutto qui: un’eterna catena di inciampi. Forse è per questo che ci piacciono tanto gli animali: perché non sbagliano mai. Noi non sembriamo saper fare altro. Perché non parlarne e riderci sopra?

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