Che cosa potrebbe succedere ora con l’Iran
La grande domanda è: escalation militare o negoziato? In mezzo ci sono molte altre opzioni, nessuna buona

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump da settimane sta fornendo indicazioni contrastanti su cosa intende fare nella guerra in Medio Oriente. A volte si dice deciso a chiudere la guerra con un negoziato, a volte sembra pronto a una nuova escalation militare contro l’Iran. La confusione è probabilmente voluta, per creare un qualche tipo di effetto sorpresa. È probabilmente anche un modo per manipolare i mercati finanziari: tutte le volte che questi crollano perché sembra che la guerra andrà avanti a lungo, Trump fa una dichiarazione speranzosa sui negoziati, per farli rialzare.
La confusione dipende però soprattutto dal fatto che Trump stesso non è sicuro di quale sarà la sua prossima mossa. Abbiamo fatto qualche ipotesi.
Escalation
Il singolo elemento che rende un’escalation probabile è che gli Stati Uniti si stanno preparando per provocarla. Nel fine settimana sono arrivati in Medio Oriente circa 2.500 marines della 31esima unità di spedizione, un corpo in grado di mettere in atto operazioni speciali come: sbarcare, paracadutarsi su un’isola, prendere il comando di navi in mare. Si aggiungono alle migliaia di soldati aggiuntivi che l’amministrazione Trump ha inviato nella regione di recente: attualmente gli Stati Uniti hanno 50 mila soldati in Medio Oriente, 10 mila in più di prima della guerra.
L’invio di queste unità speciali indica che gli Stati Uniti si stanno preparando a operazioni di terra contro l’Iran: non invasioni di massa, ma operazioni limitate con obiettivi specifici, che coinvolgono al massimo qualche migliaio di soldati. I precedenti storici anche recenti indicano che di solito, quando una forza militare viene dispiegata, poi viene usata. Proviamo a vedere come.
– Segui anche: Il liveblog del Post sulla guerra
Kharg
La prima e più discussa opzione è che gli Stati Uniti occupino Kharg, l’isola nel golfo Persico settentrionale, a circa 25 chilometri dalle coste iraniane, dove passa all’incirca il 90 per cento delle esportazioni di petrolio dell’Iran. Kharg è fondamentale per i commerci di idrocarburi dell’Iran, e se gli Stati Uniti ne prendessero il controllo il regime iraniano perderebbe la sua principale fonte di finanziamento.
Trump stesso ha parlato della possibilità di conquistare Kharg lunedì con il Financial Times. L’idea, come ha spiegato una fonte ad Axios, è «prendere l’isola, tenerli [gli iraniani] per le palle e usarla per negoziare».

Un’immagine satellitare dell’isola di Kharg (EPA/EUROPEAN UNION, COPERNICUS SENTINEL-2)
La realtà è molto più complicata di così. Anzitutto Kharg si trova molto vicino alle coste iraniane ed è fortemente difesa: occuparla potrebbe essere rischioso e costare la vita di molti soldati americani. Una volta conquistata l’isola, i marines dovranno occuparla finché il regime iraniano non cederà e sarà disposto a negoziare. Ma tenere occupata un’isola rimanendo perennemente esposti al fuoco iraniano non sarebbe facile. Gli Stati Uniti confidano che l’Iran non bombarderà Kharg per paura di danneggiare le proprie infrastrutture petrolifere, ma non è detto che andrà così.
Soprattutto, anche se gli Stati Uniti dovessero riuscire a conquistare Kharg, a occuparla a lungo e a soffocare il commercio di petrolio dell’Iran, non è detto che questo porterà il regime alla resa.
Il regime iraniano ha una fortissima spinta ideologica alla resistenza ed è probabilmente disposto a sopportare molti più danni di quello che gli Stati Uniti pensano. Come ha detto al Washington Post Danny Citrinowicz, un esperto di Iran del centro studi israeliano Institute for National Security Studies, Kharg «sarà difficile da conquistare e sarà difficile da occupare. Potrebbe danneggiare l’economia, ma non tanto da costringere gli iraniani ad arrendersi».
Le isole Tunb
Un’altra opzione per gli Stati Uniti è attaccare tre piccole isole più a sud nel golfo Persico, chiamate Grande Tunb, Piccola Tunb e Abu Musa. Queste isole si trovano all’imbocco dello stretto di Hormuz e consentirebbero di controllare meglio, anche se non completamente, il passaggio delle navi commerciali. Da sole, tuttavia, non sarebbero abbastanza per riaprire lo stretto.
La loro conquista però potrebbe avere maggiore copertura diplomatica: le isole Tunb e Abu Musa sono contese tra l’Iran, che le governa dopo un’occupazione militare nel 1971, e gli Emirati Arabi Uniti. Trump potrebbe dire di averle occupate per restituirle a quello che lui ritiene il legittimo proprietario.
– Ascolta anche: Tutti gli speciali di Globo sulla guerra
Larak
La minuscola isola di Larak si trova vicinissima alla costa iraniana, davanti alla città di Bandar Abbas, ed è quella che più di ogni altra controlla il flusso di navi dallo stretto di Hormuz. Prima della guerra le navi commerciali che passavano per lo stretto transitavano a sud di Larak, ma nelle ultime settimane il regime iraniano ha costretto le poche navi a cui consente il passaggio di cambiare rotta e di transitare a nord dell’isola, per controllarle meglio, come si vede nella mappa qui sotto.
Occupare Larak significherebbe eliminare di fatto la capacità dell’Iran di controllare lo stretto di Hormuz. Al tempo stesso, dal punto di vista militare, sarebbe un rischio enorme: esporrebbe le forze di occupazione statunitensi al fuoco nemico da posizioni molto ravvicinate, senza nessun riparo naturale.
L’uranio
Un’altra delle possibilità che l’amministrazione di Donald Trump starebbe valutando è una missione di terra per impossessarsi dell’uranio arricchito dell’Iran, quello necessario per fare la bomba atomica. Togliere all’Iran l’uranio potrebbe garantire a Trump una vittoria notevole: significherebbe danneggiare in maniera non irreparabile ma comunque molto decisa il programma nucleare del paese, e allontanare la possibilità che l’Iran costruisca una bomba atomica.
Si ritiene che l’Iran detenga tra i 400 e i 600 chili di uranio arricchito, in gran parte sepolti sottoterra in due siti nucleari bombardati da Stati Uniti e Israele lo scorso giugno e poi di nuovo nelle scorse settimane: quello di Natanz e quello di Isfahan. Si trovano entrambi nell’Iran centrale, a centinaia di chilometri dalla costa.
Impossessarsi dell’uranio sarebbe un’operazione complicata e molto rischiosa: i soldati americani dovrebbero creare un perimetro di sicurezza attorno ai siti nucleari per proteggere le operazioni di scavo, rischiando con ogni probabilità di trovarsi sotto il fuoco nemico.
L’estrazione dell’uranio dovrebbe essere fatta da un team specializzato, perché ovviamente si tratta di materiale pericoloso. Le centinaia di chili di uranio sono contenute in decine di cilindri speciali della dimensione di una bombola da sub, e per trasportarli potrebbero servire vari camion. Poi devono essere portati via con un aereo o neutralizzati sul posto. L’intera operazione richiederebbe giorni o settimane.
Il fattore sorpresa
Quelle appena descritte sono le opzioni maggiormente considerate dagli esperti per un’operazione di terra americana, ma questo non significa che non ce ne siano altre. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare più isole, potrebbero colpire luoghi sulla costa iraniana o potrebbero fare qualcosa che gli esperti non hanno considerato.
Non sarebbe la prima volta che succede. Per esempio a gennaio, quando gli Stati Uniti si preparavano ad attaccare il Venezuela, nessuno immaginava che sarebbero riusciti a catturare il presidente Nicolás Maduro con un’operazione di poche ore, come poi è successo.
La ritorsione iraniana
Ciascuna di queste ipotesi di escalation provocherebbe una ritorsione iraniana già ampiamente annunciata dai media di regime. L’Iran aumenterebbe i bombardamenti sulle infrastrutture militari statunitensi in Medio Oriente, su Israele e soprattutto sui paesi arabi del Golfo.
Il rischio maggiore è che l’Iran intensifichi i bombardamenti contro le infrastrutture energetiche, come raffinerie, oleodotti e giacimenti, aggravando ulteriormente la crisi.

Impianti petroliferi in Iraq, 28 marzo 2026 (AP Photo/Leo Correa)
L’Iran potrebbe anche colpire infrastrutture civili come per esempio gli impianti di desalinizzazione che i paesi arabi del Golfo utilizzano per rendere potabile l’acqua del mare: alcuni di questi paesi dipendono da questi impianti per il 90 per cento della loro acqua, e distruggerli significherebbe mettere in pericolo il sostentamento di milioni di persone.
L’altra risposta probabile è che gli Houthi, il gruppo alleato dell’Iran che governa gran parte dello Yemen, chiudano lo stretto di Bab el Mandab, che regola l’accesso al mar Rosso. Gli Houthi sono entrati in guerra negli scorsi giorni ma per ora si stanno limitando a lanciare sporadici droni e missili contro Israele. La chiusura di Bab el Mandab però annullerebbe completamente le capacità dei paesi del Golfo di esportare idrocarburi, e renderebbe molto più grave la crisi energetica.
La diplomazia
L’escalation però non è l’unica strada. I negoziati diplomatici sono ancora in corso e lo stesso Trump continua a dire che è possibile trovare un accordo. Martedì, per esempio, il Wall Street Journal ha scritto che Trump sarebbe perfino disposto a interrompere la guerra anche se lo stretto di Hormuz non fosse riaperto, lasciando agli alleati europei e del Golfo l’incombenza di trovare il modo di riaprirlo.
I negoziati tra Stati Uniti e Iran in questo momento stanno avvenendo tramite intermediari, in particolare il Pakistan, che fa la spola tra i rappresentanti dei due paesi. Non sembra che siano in corso negoziati diretti, al momento.
L’ostacolo principale ai negoziati è però che entrambi i paesi sono convinti di trovarsi in una posizione di forza e nessuno, al momento, sembra disposto a fare concessioni all’altro.
Gli Stati Uniti vogliono la riapertura dello stretto di Hormuz, la rinuncia dell’Iran al suo programma nucleare e un ridimensionamento del suo programma missilistico. L’Iran vuole invece risarcimenti per i danni provocati dalla guerra, la garanzia che Stati Uniti e Israele non torneranno mai più ad attaccare e un riconoscimento del suo ruolo di controllo dello stretto di Hormuz.
Negli ultimi giorni il Pakistan ha provato a coinvolgere nel negoziato anche la Cina, che potrebbe assumere un ruolo di garanzia a favore dell’Iran. Martedì è prevista una visita a Pechino del ministro degli Esteri pachistano, che potrebbe dare un ruolo di maggiore centralità alla diplomazia cinese.




